«L'hai scritto tu quell'articolo?», e parte il pestaggio fascista di Piero Gobetti. Dodici contro uno, le ferite gli saranno fatali
Corriere della Sera - Cultura

«L'hai scritto tu quell'articolo?», e parte il pestaggio fascista di Piero Gobetti. Dodici contro uno, le ferite gli saranno fatali

Mercoledì 11 marzo 2026
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L'aggressione avenne 5 settembre 1924 in via Fabro a Torino. L'editore aveva scritto «Nessuna illusione di liquidare il fascismo coi giochetti parlamentari». Morirà l'anno successivo. Dalle sue parole la «profezia» democratica

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«L'hai scritto tu quell'articolo?», e parte il pestaggio fascista di Piero Gobetti. Dodici contro uno, le ferite gli saranno fatali

di Antonio Carioti

L'aggressione avenne 5 settembre 1924 in via Fabro a Torino. L'editore aveva scritto «Nessuna illusione di liquidare il fascismo coi giochetti parlamentari». Morirà l'anno successivo. Dalle sue parole la «profezia» democratica

Terza e ultima parte della serie «C'era una volta Piero Gobetti» a cura di Antonio Carioti, dedicata all'editore e giornalista antifascista nel centenario della morte. 
 - Qui la prima e la seconda puntata.

Il 5 settembre 1924, intorno alle sei di sera, un giovane editore scende le scale di casa a Torino, in via Antonio Fabro 6, e incontra un individuo che gli chiede se sia lui Piero Gobetti. Alla risposta affermativa, l’uomo lo informa che un suo amico lo attende nell’atrio perché intende parlargli. Ma quando giungono al piano terra si fanno avanti in quattro. Domandano a Gobetti se sia lui l’autore di un articolo che nei giorni precedenti ha fatto scalpore. «Precisamente», replica l’interessato mentre escono in strada. E a quel punto comincia il pestaggio.

Sanguinante davanti al portone

Agli aggressori iniziali se ne aggiungono altri: in tutto sono una dozzina. Colpiscono brutalmente la vittima, gli mandano gli occhiali in frantumi, mentre intorno si radunano curiosi che si guardano bene dall’intervenire. È poco igienico interferire con le violenze dei fascisti, soprattutto ora che Benito Mussolini è capo del governo.
Al termine dell’aggressione Gobetti viene lasciato sanguinante davanti al portone. Le percosse subite contribuiranno a minare la sua salute, già precaria per alcuni problemi cardiaci e per il modo in cui si prodiga senza alcun risparmio nel lavoro. 

L'«Antiparlamento»

Ma perché è stato preso di mira? Siamo nel periodo susseguente al delitto Matteotti. La scoperta dei legami tra i suoi più stretti collaboratori e gli autori del crimine ha messo in crisi Mussolini, mentre le opposizioni hanno deciso di non partecipare ai lavori parlamentari, formando una coalizione antifascista che viene definita, con reminiscenza classica, l’Aventino.
Gobetti è in prima linea da tempo nella battaglia contro le camicie nere. Dopo l’assassinio di Matteotti, compiuto il 10 giugno 1924, ha chiesto ai deputati avversi al regime nascente di costituirsi in un «Antiparlamento», ergendosi a unici veri rappresentanti del popolo. Non gli pare invece praticabile la via di uno sbocco negoziato, magari in chiave trasformista, che spodesti Mussolini senza troppe scosse. Lo afferma sulla sua rivista «La Rivoluzione Liberale», il 2 settembre 1924, in questi termini: «Nessuna illusione di liquidare il fascismo coi giochetti parlamentari, con le combinazioni della maggioranza, con lo Stato Maggiore, con la rivolta dei vari Delcroix e simili aborti morali».

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Delcroix

Cieco e mutilato di guerra eletto alla Camera nel «listone» governativo, Carlo Delcroix tuttavia aveva in luglio esortato Mussolini a ripristinare la legalità. L’associazione del suo nome al concetto di «aborto morale», che pure Gobetti — come rilevò Benedetto Croce — riferiva non alla persona, bensì a qualsiasi manovra compromissoria, provoca reazioni indignate, non solo da parte fascista. Ma sono i seguaci del Duce ad approfittarne per tendere a Gobetti l’agguato di cui si è detto.

Il telegramma di Mussolini

D’altronde tale episodio rientra in una più complessiva campagna di persecuzione contro l’editore torinese. La polizia lo arresta una prima volta il 6 febbraio 1923, accusandolo di attività sovversiva, per poi rilasciarlo dopo pochi giorni. Il 29 maggio successivo viene nuovamente fermato, con il pretesto della sua collaborazione al giornale comunista «L’Ordine Nuovo». Lo liberano subito perché la stampa reagisce in sua difesa.
Mussolini non lo sopporta. E la sua rabbia cresce quando la posizione di Gobetti, dopo l’omicidio di Matteotti, si fa più intransigente. Nel giugno 1924 il capo del governo manda un telegramma al prefetto di Torino, ordinandogli di «rendere nuovamente vita difficile questo insulso oppositore del governo et fascismo». Seguirà la spedizione punitiva.
Gobetti non fa la vittima, al contrario. Già nel novembre 1922, subito dopo la marcia su Roma e la formazione del governo Mussolini, ha scritto: «Io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso». E ancora: «Chiediamo la frusta perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa vedere chiaro». L’articolo s’intitola significativamente Elogio della ghigliottina.

La profezia di Piero

Il giovane editore crede nel conflitto, anche violento, come strumento per forgiare minoranze eroiche capaci di trascinare l’Italia verso un’autentica democrazia. Gobetti non lo vedrà per via della sua morte precoce, avvenuta a Parigi cento anni fa, ma la sua profezia si dimostrerà fondata. La repressione fascista sarà pesante, con gli omicidi politici, il controllo poliziesco, il confino, il tribunale speciale, fino agli orrori del periodo 1943-45. E nella cospirazione clandestina, nelle carceri, nella partecipazione alla guerra di Spagna, fino alla prova durissima della Resistenza, si formerà la generazione dei padri costituenti eletti nel 1946. Senza dubbio la classe dirigente più consapevole, seria e moralmente integra che il nostro Paese abbia mai avuto. Gobetti non aveva torto.

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