La logica dei forti
Se saltano le regole vince la forza. E se le democrazie arretrano avanzano le autocrazie. Bisogna decidere da che parte stare
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La logica dei forti
Walter Veltroni | 10 marzo 2026Se saltano le regole vince la forza. E se le democrazie arretrano avanzano le autocrazie. Bisogna decidere da che parte stare
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Una battaglia dopo l’altra il mondo sta precipitando in una spirale molto pericolosa: la prevalenza assoluta della forza sulla politica, della guerra sul dialogo, del delirio sulla ragione. E, ciò che più atterrisce, delle autocrazie sulle democrazie. Circa il 72% della popolazione mondiale, tre persone su quattro, vive oggi sotto un regime autocratico. È il valore più alto registrato dal 1978.
Il «Rapporto sullo stato della democrazia» pubblicato dall’Istituto di studi V-Dem, rende chiaro che esistono ora 88 democrazie e 91 autocrazie e che le democrazie liberali sono diventate il tipo di regime meno conosciuto al mondo, con un totale di 29 nel 2024, solo l’otto per cento della popolazione.
Il prossimo rapporto verrà pubblicato a giorni. C’è ragione di temere che la percentuale di popolazione che vive in democrazie liberali diminuirà. Perché la novità storica di questo quarto di secolo, il primo di un nuovo millennio, è che anche gli Stati Uniti stanno evidentemente, velocemente, slittando verso un’autocrazia.
Ci stiamo abituando, e questo è un male pericoloso, a ciò a cui non dovremmo abituarci. Tanto che governi democratici, compreso il nostro, non hanno la forza di obiettare, criticare, o semplicemente prendere le distanze da insopportabili aberrazioni, da parole, comportamenti, decisioni che evidentemente contrastano con la natura stessa della parola democrazia. E che stanno contribuendo a condurre il mondo verso l’abisso di una guerra che giustamente Federico Fubini ha definito su queste colonne come conflitto globale. D’altra parte quel cambio di nome del Pentagono in «Ministero della guerra» doveva far capire verso quale direzione ci si muoveva così come l’azione violenta dell’Ice o la corsia rossa stesa per Putin.
Nelle parole del ministro della difesa Crosetto, che ha giudicato l’attacco all’Iran una «violazione delle regole del diritto internazionale», è contenuto un giudizio netto che offre una chiave di lettura dei comportamenti della presidenza americana anche in Venezuela o, se dobbiamo dar fede agli annunci di Trump, anche in Groenlandia, Canada, Cuba e chissà dove altro ancora.
Ma quelle regole, frutto del cammino doloroso del Novecento, sono il presidio della pace. Se saltano, sostituite dalla logica del più forte, ciò che conosceremo sarà il caos, una spaventosa rincorsa agli armamenti e, questo può essere il paradossale esito della vicenda iraniana, una nuova stagione di proliferazione nucleare che potrà essere considerata, dalle emergenti autocrazie nazionaliste, come l’unica deterrenza valida.
L’obiettivo di questa guerra non è chiaro. C’è anche da temere che a scatenare questo inferno siano state miserrime considerazioni interne. Ma l’intenzione generale sembra evidente. Costruire un nuovo ordine internazionale fondato sul dominio della potenza militare, sulla logica dello sfruttamento, questa sì imperialista, delle materie prime di paesi produttori, sulla trasformazione della sovranità nazionale, tesi paradossale per dei nazionalisti, in una pura concessione. La frase di Trump sull’imprescindibile gradimento che lui dovrebbe esprimere alla nuova guida iraniana è la versione pavida del proposito dichiarato di sovvertire quel regime tirannico che è stato protagonista di feroci repressioni e di rimozione delle libertà fondamentali. Non ci sono state a Teheran le annunciate rivolte popolari perché quel regime del terrore continua ad agire e perché quell’arsenale militare, già dichiarato distrutto dopo le azioni militari del 12 giugno, continua comunque ad operare. A Trump basta, come in Venezuela, che arrivi qualcuno in grado di negoziare meglio con gli Usa sul petrolio. Come dice Michele Serra, gli americani sembrano fortunati: dovunque vanno per esportare la democrazia, trovano il petrolio.
Questo nuovo principio del caos rischia di valere per la Russia con l’Ucraina o per la Cina con Taiwan e per le tante altre crisi regionali che possono incendiare il mondo. Il nazionalismo e il populismo hanno sempre generato riduzione della libertà e guerre. Erano altamente nazionalisti i soldati con la croce uncinata che hanno occupato l’Italia durante la guerra mondiale che avevano provocato.
Trump è negli Usa e in Italia, ai minimi della popolarità. Schiacciarsi sulla sua politica, sulla drammatica deriva ulteriore che questa politica totalitaria, infantile e egocentrica può determinare, è un rischio molto alto per questo governo e, soprattutto, per questo Paese che già in queste ore, pagando la bolletta elettrica o acquistando la benzina, paga le conseguenze della nuova dottrina dell’ordine mondiale, il caos. Basterebbe che il governo facesse proprie le parole definitive di Crosetto e il giudizio che su Trump ha dato, sulle colonne di questo giornale, non Bernie Sanders, ma Marina Berlusconi: «L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà… Legge del più forte, prevaricazione, affarismo...Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e di controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?».
Ci vorrebbe tanto a pronunciare parole chiare? Ci sono momenti della storia in cui si sta o dalla parte della democrazia o da quello dell’autocrazia. Bisogna scegliere.
Se non lo si fa, in realtà, si è scelto.
10 marzo 2026
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