Il prezzo del caos
Il mondo è cambiato: è già presente un nuovo ordine economico. Il problema è come reagiamo
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Il prezzo del caos
Daniele Manca | 10 marzo 2026Il mondo è cambiato: è già presente un nuovo ordine economico. Il problema è come reagiamo
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La sensazione è di essere in attesa di eventi che da un momento all’altro possono scuotere dalle fondamenta il nostro mondo. Soprattutto quello dell’economia. Pensiamo all’intelligenza artificiale. Da mesi stiamo aspettando che esploda la bolla invece di affrettarci a usare questa nuova tecnologia prendendo atto del suo avvento e delle sue conseguenze, positive o negative che siano. E così sul fronte della guerra. Ci è sembrato quasi scontato, di fronte all’attacco all’Iran, il fatto che il petrolio potesse arrivare a 150 dollari al barile. Per il momento si è fermato a poco più di 90 dopo un picco a oltre 120. Le Borse ci hanno disorientato ancor di più. Le perdite tra Milano, Wall Street e il Nasdaq sono state tra lo 0 e il 2% negli ultimi dieci giorni.
Quello che ci è difficile accettare è che il nostro mondo è stato già scosso. Siamo da tempo in un ecosistema molto diverso da quello al quale eravamo abituati ad agire e, diciamolo, a prosperare. Se guardiamo al prodotto interno lordo, a parità di potere d’acquisto, fatto 100 il Pil mondiale, l’America pesava per oltre il 20% venti anni fa. Oggi è meno del 15. La Cina è passata da circa il 9,5% a oltre il doppio, con un sorpasso sugli Stati Uniti avvenuto già dal 2014. La corsa dell’India e dell’Asia è sotto gli occhi di tutti. La perdita di peso dell’Unione europea è certificata in quel passaggio da un Pil di oltre il 20% di quello globale a un poco più del 14% odierno.
Questo passaggio di timone tra economie trainanti pensavamo potesse avvenire in maniera tranquilla. Le varie aree della terra sembravano funzionare come una sorta di bacini con vasi comunicanti nei quali in automatico si riequilibravano i livelli di crescita. Sta avvenendo ma in un modo che negli ultimi mesi è tutt’altro che tranquillo.
Eravamo abituati ad affrontare quanto accadeva, per quanto terribile, in maniera ordinata. Al punto che ci siamo quasi dimenticati le molte crisi che abbiamo affrontato. Crisi non certo risolte del tutto, ma perlomeno superate. Quella del 2008 che sembrava aver messo definitivamente a rischio le certezze del mondo occidentale e non solo. Tra il 2010 e il 2012 in Europa la crisi dei debiti sovrani, di un euro che da un momento all’altro sembrava potesse addirittura frantumarsi. In Italia pochi ricordano il crollo delle banche popolari o lo spread che tra il 2018 e il 2019 torna a quota 300.
Il Covid nel 2020 con la sua tragedia di morte mette in ginocchio mezzo mondo ed è nelle nostre menti. Meno forse il crollo dell’8,9% del Pil italiano e il debito pubblico che schizza al 155% del Pil. Nel 2022 poi, l’avvento della geopolitica con l’invasione dell’Ucraina da parte di una Russia che vuole fermare il suo declino attraverso la guerra.
Ogni volta però il tentativo è stato quello di affrontare persino tragedie e drammi in modo ordinato. Per quanto possibile seguendo le regole del diritto. Che non è significato quasi mai rispettarlo integralmente. Ma provarci almeno questo sì.
Non si sottovaluti l’approccio ai problemi. Anche in economia. Affrontare le crisi ordinatamente, seguendo regole, schemi, significa dare tempo alle aziende, ai sistemi economici per reagire, auto modificarsi, adattarsi alle mutate condizioni.
Questi ultimi venti anni sono stati un durissimo, in qualche caso drammatico, allenarsi agli shock anche economici. Si sono modificate le catene di produzione. I mercati di sbocco. Ci è venuta in aiuto la tecnologia che ha dato velocità e flessibilità alla capacità di reazione.
La nostra Italia in questi venti anni, perché non è vero che non sia stato fatto niente, ha visto le imprese accettare la sfida dell’export per esempio. Tra il 2015 e il 2025 le vendite all’estero sono cresciute di quasi il 50%, quelle tedesche del 27, le giapponesi del 15%.
Ma oggi le vere domande da farsi sono due.
La prima è quanto il mondo possa reagire al modo disordinato,scomposto e poco intellegibile di risoluzione delle crisi legato alla sola minaccia o peggio, come stiamo vedendo, di uso della forza della nuova amministrazione Usa guidata da Donald Trump.
Alla rottura delle regole del commercio internazionale, leggi dazi, si è stati capaci di reagire; gli effetti sono stati meno dirompenti del previsto proprio grazie a quell’allenamento di cui si parlava prima. Ma a un uso della forza, a guerre subite o provocate, quanto riusciremo a reggere?
La risposta è paradossalmente nella seconda domanda da farsi: l’Europa e all’interno dell’Unione, l’Italia, quanto hanno usato il tempo trascorso tra le varie crisi per adeguare il proprio sistema agli shock? Poco. L’illusione di molti governi di potersela cavare o addirittura usare l’Europa per consolidare posizioni di potere nazionale ha impedito di procedere a sburocratizzazioni e semplificazioni.
Un esempio per tutti: l’energia. Lo stucchevole dibattito sul motore a scoppio ha impedito di comprendere quanto la transizione fosse un tema di autonomia energetica. Altro che ideologia. Si è preferito rispondere a ogni crisi con rimedi pubblici, aiuti e sostegni che se ripetuti diventano insostenibili. Mentre il tema era investire in infrastrutture, in reti europee, interconnessione, immagazzinamento/batterie, tecnologia per rispondere all’intermittenza delle rinnovabili.
L’Italia in questo è l’esempio di come si sia badato poco a rendere il Paese più capace di reagire agli shock. Non si tratta di risorse. Ma del loro uso. Quanto delle varie manovre è stato indirizzato a finanziare investimenti, ad agevolare consumi? E quante riforme che non richiedono risorse, dalle semplificazioni alla concorrenza sono state varate in questi ultimi anni?
Alla mai tanto apprezzata e riconosciuta tenuta dei conti pubblici si deve però affiancare un altrettanto poco compresa e riconosciuta capacità di reazione delle imprese e dei lavoratori. Va bene dirsi che il Paese sta reggendo. Ma la fatica è evidente.
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