Stop, un comando categorico e perentorio (come la canapa grezza)
Origine meno banale di quanto si è portati a credere per una parola diventata un simbolo internazionale
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Stop, un comando categorico e perentorio (come la canapa grezza)
di Paolo FallaiOrigine meno banale di quanto si è portati a credere per una parola diventata un simbolo internazionale
Illustrazione di Doriano Solinas
Quando serve lo avverti anche fisicamente, quello sbattere della lingua dietro ai denti superiori. Se dici stop non ci sono vie di mezzo, devi fermarti e basta. E già che ti sei fermato vale la pena di riflettere sull’origine di stop, meno scontata di quanto pensiamo.
Quando crediamo di sapere tutto. La parola stop deriva dal verbo inglese to stop (fermare). Le sue origini sono antiche e incerte: potrebbe derivare dall'anglosassone stoppian (o dal protogermanico stoppon), o essere collegato al latino volgare *stuppare (stoppare/tappare). Sebbene di uso nell' inglese moderno, il termine si lega al tedesco stopfen e, secondo un'ipotesi, al latino stuppa (lino/canapa grezza), richiamando l'azione di tappare un foro. Suggerisce comunque l'idea di "chiudere" o “ostacolare".
Ma che c’entra la canapa? Come ci spiega l’enciclopedia Treccani la parola italiana stoppa deriva dal latino stŭppa, a sua volta derivato dal greco antico (stýppē), che indica il cascame grezzo ricavato dalla lavorazione di fibre tessili come lino, canapa o cotone. Il termine indica filamenti ruvidi usati anticamente e tuttora per imbottiture, isolamento o per rendere stagne le tubature. Quindi una chiusura che ferma un transito. La radice stuppa ha dato origine anche ad aggettivi come "stopposo" (duro, filaccioso).
Un comando perentorio. Nessun dubbio che la parola stop da quando entrata nella nostra lingua (1875, secondo il dizionario di Tullio de Mauro) indichi un comando categorico. L'ordine di sospendere una azione. Di fatto indica anche l'azione stessa di imporre il comando: “il vigile mi ha intimato lo stop”. Ma, per estensione, in qualunque apparecchio elettronico stop indica il comando che blocca il funzionamento. Abbiamo chiamato stop i fanalini posteriori rossi di un’auto o di una moto che si accendono quando stiamo frenando. Si chiama stop il tassello delle viti a espansione perché in qualche modo le blocca. Quando mandavamo telegrammi, nel loro linguaggio sintetico, stop indicava il punto fermo. Innumerevoli gli usi di questa parola nello sport: dal pugilato, dove stop è l'ordine dell'arbitro di sospendere il combattimento, al calcio dove lo stop è l'arresto della palla effettuata con la testa, il petto o il piede del giocatore e dove è chiamato stopper il difensore a cui è affidata la marcatura dell'attaccante avversario. Nella pallacanestro la stoppata è l’azione del difensore che impedisce all’avversario di tirare.
Un cartello internazionale. Ma non c'è dubbio, come ci ricorda il disegno del nostro ottimo illustratore Doriano Solinas, che la fortuna internazionale della parola stop sia legata a questo segnale stradale utilizzato in tutte le nazioni e che nella maggior parte di esse ha una forma ottagonale rossa con la scritta bianca stop anche se alcune volte questa può essere tradotta nella lingua dello Stato in cui viene installato. Nel codice della strada italiano questo segnale si chiama "fermarsi e dare la precedenza”, si trova nella categoria dei segnali di prescrizione ed è l'unico di forma ottagonale. L’articolo 174 del Codice della strada indica l'obbligo di fermarsi in ogni caso, anche se non ci sono vetture nelle immediate vicinanze.
Una piccola storia. Il primo cartello STOP comparve negli Stati Uniti nel 1915, a Detroit, città simbolo dell’industria automobilistica statunitense. Il primo cartello era bianco con lettere nere e di forma quadrata. Fu solo nel 1923 che venne adottata la forma ottagonale che oggi conosciamo, per distinguerlo anche in condizioni di scarsa visibilità. L’uso del colore rosso fu introdotto più tardi, nel 1954, con la diffusione di vernici riflettenti. In Italia questa forma è stata adottata nel 1992, in precedenza il segnale era rotondo a forma di disco bordato di rosso con all'interno un triangolo con la scritta “STOP”. I segnali stradali di stop degli Stati europei presentano una certa somiglianza, fatta eccezione per piccole differenze grafiche, in quanto molti si rifanno alla convenzione di Vienna del 1968 che ebbe lo scopo di uniformare la segnaletica stradale dei diversi Stati firmatari.
Tutto in una parola. Come abbiamo accennato la parola stop può essere considerata di natura olofrastica (o meglio, un'espressione o interiezione olofrastica) quando viene utilizzata per esprimere, da sola, il significato di un'intera frase o comando. Olofrastica sembra una brutta parola ma non è così: viene dal greco hólos ("tutto", "intero") e phrastikós ("dichiarativo, esplicativo", derivato da phrásis, "espressione, frase"). E vuol dire una cosa di una semplicità disarmante: stop equivale da solo ad una intera frase.
Piccola digressione fonetica. Come dicevamo all’inizio, stop riesci a sentirlo quando lo pronunci, grazie alla lingua che batte dietro ai denti superiori. È quello che fanno le consonanti alveolari: sono foni prodotti avvicinando o toccando con l'apice o la lamina della lingua la cresta alveolare (dietro i denti superiori). In italiano includono le occlusive /t, d/, le fricative /s, z/, le nasali /n/, la vibrante /r/ e le affricate /ts, dz/, fondamentali per la corretta fonetica.
Un uso senza limiti. No-stop, è un’espressione che significa senza interruzione, senza sosta, continuativo. Descrive azioni che procedono dall'inizio alla fine senza pausa intermedie. Può essere utilizzato per voli o viaggi in treno senza scali intermedi o perfino trasmissioni o programmi radiotelevisivi che seguono un evento per intero. Pit-stop, nell'uso dei cronisti della Formula 1 di automobilismo, sostituisce 'sosta ai box' (meno agevole trovare un sostituto di box, voce ben radicata in italiano indipendentemente dalle accezioni specialistiche). Anche se quest’ultimo punto si apre un piccolo dibattito: per noi box è il garage privato che può ospitare una o due automobili. Per l’inglese è un terminee ricchissimo che indica una scatola, un recipiente, una confezione, una sezione di un campo da baseball, l’officina automobilistica. Un mondo intero.
Un piccolo omaggio. La parola stop non è molto usata in letteratura. Ne abbiamo trovato una testimonianza nel romanzo "Il partigiano Johnny" di Beppe Fenoglio, uno dei caposaldi della letteratura della resistenza italiana: “Gli stampò dinanzi una mano a forma di stop e con l’altra si fece scendere il moschetto a mezzo il braccio”. È un romanzo intenso che riporta molte delle esperienze vissute da Beppe Fenoglio durante la lotta partigiana. Venne pubblicato postumo da Einaudi nel 1968, perché l’autore era morto cinque anni prima. Da leggere e rileggere, non riuscirete a fermarvi: no stop.
10 marzo 2026
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