Il «Vesuvio» di De Nittis
Corriere della Sera - Cultura

Il «Vesuvio» di De Nittis

Martedì 10 marzo 2026
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La storia di questo quadro è  anche un racconto di tragedie e di angherie, un esempio di come la storia delle opere d’arte possa essere segnata da eventi tumultuosi e da vicende umane drammatiche. Sottratto dai nazisti ai proprietari durante la Seconda guerra mondiale, passò di mano in mano fino all'acquisizione in una collezione privata

Mercoledì 11 marzo 2026

Il «Vesuvio» di De Nittis

La storia di questo quadro è  anche un racconto di tragedie e di angherie,un esempio di come la storia delle opere d’arte possa essere segnata da eventi tumultuosie da vicende umane drammatiche. Sottratto dai nazisti ai proprietari durante la Seconda guerra mondiale, passò di mano in mano fino all'acquisizione in una collezione privata

di STEFANO BUCCI

Giuseppe De Nittis, «Eruzione del Vesuvio», 1872

La storia dell’Eruzione del Vesuvio di Giuseppe De Nittis in mostra da maggio alla Pinacoteca De Nittis di Barletta per i 180 anni della morte dell’artista è la storia non solo di un dipinto ma di un testimone silenzioso di eventi drammatici e di una storia paradossale fatta di sopravvivenze e rinascite. Il quadro (un olio su tela di 75,5 per 128,3 realizzato nel 1872) cattura con audacia e modernità l’immagine di un Vesuvio in eruzione, un vulcano divenuto ormai simbolo di potenza e di distruzione, ma anche di mistero e di fascino.

Giuseppe De Nittis, pugliese di nascita e parigino d’adozione, si distingue dai suoi contemporanei per uno sguardo attento e per la predilezione per le scene di vita e di paesaggio, inserendosi nel panorama impressionista con un tocco personale e raffinato. Il suo Eruzione del Vesuvio si presenta con un taglio fotografico di straordinaria modernità: l’uso di colori dal rosa acceso al nero cupo, la composizione ardita che mostra la schiena del vulcano, danno all’opera un’aria quasi di immediata realtà. Una scena intensa, quasi un fotogramma preso in presa diretta, capace di trasmettere il tumulto degli eventi in modo così vivido da sembrare quasi lampo di verità visiva più che un dipinto.

Ma la grandezza di questa opera non risiede solo nella sua tecnica innovativa, bensì anche nel suo inquietante passato. La storia di Eruzione del Vesuvio si rivela essere un racconto di tragedie e di angherie, un esempio emblematico di come la storia delle opere d’arte possa essere segnata da eventi tumultuosi e da vicende umane drammatiche. L’opera, infatti, fu acquistata nel 1872 da un ricco uomo d’affari ebreo austriaco, ma nel 1938, con l’avvento del nazismo e le sue crudeli leggi di confisca, venne sottratta al suo proprietario e trasferita nello Stift Kremsmünster, in Austria, con l’intento di contribuire alla costruzione di un museo ariano voluto da Hitler.

Questo quadro così potente e vivido divenne uno dei tanti oggetti di un patrimonio culturale brutalmente depredato, una delle tante vittime della sistematica spoliazione delle arti durante il regime nazista. L’eruzione del Vesuvio rientra infatti tra i circa cinque milioni tra dipinti, sculture e opere d’arte varie, che sfuggirono alle distruzioni della Seconda guerra mondiale e alle ruberie dei nazisti grazie ai Monuments Men, come vennero chiamati i componenti del programma Monuments, Fine Arts, and Archives, una task force militare organizzata a tale scopo dagli Alleati ; il gruppo era composto da 345 civili tra professori universitari, curatori, storici dell’arte e direttori di musei, provenienti da tredici nazioni diverse, che lavorarono anche a rischio della vita per mettere al sicuro capolavori artistici.

La sua storia di sofferenza si concluse solo nel dopoguerra: restituito alla famiglia del primo proprietario, passò di mano in mano, fino a raggiungere infine una collezione privata (napoletana) grazie alla quale si è potuto salvarlo dall’oblio in cui era stato rinchiuso per più di un secolo. Questa tela rappresenta anche un momento cruciale nella carriera di De Nittis, un artista che, pur radicato nel contesto napoletano e porticato, trovò nella capitale francese un ambiente fertile e stimolante, che gli permise di arricchire il suo stile con le suggestioni dell’impressionismo.

La data del dipinto, marzo 1872, si inserisce in un momento di grande intensità creativa, appena un mese prima della devastante eruzione del Vesuvio che distrusse San Sebastiano e altri paesi limitrofi. È come se l’artista avesse catturato l’attimo prima della catastrofe, dando forma visiva a un fenomeno tanto potente quanto imprevedibile. De Nittis, allora, si trovava a Portici, lontano dalla frenesia parigina a causa della guerra franco-prussiana, e si dedicò con passione a immortalare il vulcano, rendendo attraverso i suoi occhi le scene meno conosciute di un paesaggio così carico di forza naturale. La sua riconsacrazione risale al 2017 quando viene esposto alle Gallerie d’Italia di Palazzo Zavallos Stigliano di Napoli in occasione della mostra Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo curata da Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca.

Su «la Lettura» #745 in edicola e in questa App l'articolo di Stefano Bucci sui 180 anni dalla nascita di De Nittis e sulle iniziative che lo celebrano.

10 mar 2026 | 17:38

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