Montanaro racconta «Il fuoco di Venezia»: amore, rivalità, rinascite tra vetro soffiato e fornaci
Nel nuovo romanzo ritmo e forza di un kolossal cinematografico, lo sguardo su cinquant’anni di storia
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Montanaro racconta «Il fuoco di Venezia»: amore, rivalità, rinascite tra vetro soffiato e fornaci
di Francesca VisentinNel nuovo romanzo ritmo e forza di un kolossal cinematografico, lo sguardo su cinquant’anni di storia
Cinquant’anni di storia di Venezia (e del mondo), dal 1968 al 2022, attraverso un grande amore. È corale, denso di personaggi, narrato con quell’overview effect, effetto della veduta d’insieme, il nuovo romanzo dello scrittore e avvocato veneziano Giovanni Montanaro Il fuoco di Venezia (Feltrinelli, 333 pagine, 18 euro).
La storia parte alla fine degli anni Sessanta e segue le tormentate vicende dei due protagonisti principali, Tiziano Zen maestro vetraio di grande talento e Elena Spina Torcellan, imprenditrice determinata e visionaria che eredita e gestisce la fornace di famiglia a Murano. Montanaro riesce a creare un racconto che sposta continuamente lo sguardo dai protagonisti principali alle persone (e vicende) attorno a loro e nel mondo, creando tanti co-protagonisti, indispensabili nell’orientare e modificare il corso degli avvenimenti. Montanaro presenta il libro sabato a Venezia, all’Auditorium Santa Margherita per «Incroci di Civiltà» (ore 11). Una storia che ha il ritmo del kolossal cinematografico: saga famigliare, passione e amore romantico, addii e fallimenti, generazioni che si alternano, rivalità, sogni, colpi di scena e rinascite, mentre sullo sfondo sfilano i grandi fatti degli ultimi cinquant’anni, lo sbarco sulla luna, le Brigate Rosse, la Mala del Brenta, droga e dipendenza, le tragedie di Cernobyl e dell’11 settembre, la Fenice che va a fuoco, la crisi economica, il processo al Petrolchimico di Marghera e ai suoi veleni, il Covid.
Tiziano e Elena si amano al primo sguardo, lei dell’alta borghesia veneziana, elegante, determinata, unica donna a capo di una fornace, lui, molto più giovane, ambizioso, arriva da Castello, il sestriere veneziano più popolare, tante le differenze, classe sociale, età, Elena già sposata e con figli, ma una grande passione comune: il vetro. «Perché il vetro è la cosa più forte e la cosa più fragile. Perché è la cosa che, più di tutte, somiglia alla vita». Quel vetro che negli anni Sessanta ha fatto sbocciare l’economia di Murano e di Venezia, esportato in tutto il mondo, simbolo di creatività e artigianato d’eccellenza. Tiziano lo crea, il vetro, nella «Fornace dell’Est» di Elena. Incrociano sogni, visioni, slancio e destini. L’amore che nasce divampa come i fuochi bollenti della fornace, resiste anche quando si perdono. Il fuoco (dell’amore e delle fornaci), l’acqua (di Venezia), il ghiaccio (nel mestiere antico del padre di Tiziano), sono elementi di forte simbolismo, che si ripetono e tornano.
Tiziano e Elena sono l’uno per l’altra «l’amore della vita», insieme creano, rilanciano la «Fornace dell’Est», arrivano al successo con i «Vetri Spaziali», ma devono fare i conti con ciò che ruota attorno a loro, il marito di Elena, i suoi figli Ulisse e Marta, la rivalità di Ulisse verso Tiziano, le chiacchiere della Venezia-bene e l’ostilità di un mondo imprenditoriale maschile che a una donna non perdona indipendenza e successo. In questa tempesta, mettere in salvo l’amore non è facile. Si separano, più volte. Senza perdere il sentimento, che sa farsi potentissimo. E in qualche modo è simile a Venezia, città di contrasti, moderna e medievale, popolare e nobile.
Alla prima delle loro separazioni, Tiziano e Elena «si guardarono con amore, come due che erano andati in guerra insieme e non erano sopravvissuti». Intanto cambia anche l’economia, progresso e tecnologia mettono in difficoltà l’assetto tradizionale delle fornaci, Murano soffre. La crisi economica non perdona, a strascico porta con sé battaglie estenuanti, solitudine, conflittualità, rinunce, fallimento. Ogni personaggio del romanzo combatte una personale battaglia, c’è del buono e dell’oscuro in tutte e tutti, così come accade nella vita. Ma la narrazione di Montanaro riesce a essere sorprendente, incatena senza perdere intensità e commuove fino alle lacrime. Le svolte e gli sviluppi sono continui, si arriva all’ultima pagina con il coinvolgimento e la foga che solo la buona letteratura riesce a suscitare. Venezia, tema ricorrente nei libri di Montanaro, ha in questa storia apice e vera celebrazione. Così come le tante persone citate, uomini e donne, eccellenze di Venezia ieri e oggi, o nomi di spicco del cinema, della cultura e del jet-set che a Venezia hanno soggiornato.
«Da molto tempo volevo scrivere questo romanzo - rivela Giovanni Montanaro - sono almeno sei anni che sto pensandolo, l’incipit era già pronto nella mia testa. Quando ho trovato anche la voce narrante, la storia si è sbloccata. Venezia è una città ultra raccontata da fuori, ma poco raccontata dall’interno. C’è in questo libro tutta la mia vita di osservazione di Venezia, della mia generazione, quella di genitori e nonni, le esperienze di amici e conoscenti, anche l’apparente durezza dei giovani contemporanei. Chi scrive osserva, inventa, vive altre vite, le prova».
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