«Futura» a Milano, la cultura si reinventa
Corriere della Sera - Cultura

«Futura» a Milano, la cultura si reinventa

Lunedì 28 settembre 2026
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Tornano il 2 ottobre alla Scala di Milano, dopo il successo della prima edizione nel 2025, gli stati generali del settore che quest’anno ragionano con i territori sugli scenari possibili: più sfide e nuovi codici

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«Futura» a Milano, la cultura si reinventa

di Simona Buscaglia

Tornano il 2 ottobre alla Scala di Milano, dopo il successo della prima edizione nel 2025, gli stati generali del settore che quest’anno ragionano con i territori sugli scenari possibili: più sfide e nuovi codici

Un momento della scorsa edizione di «Futura.Nuovi sguardi per la cultura»

La tradizione può diventare una gabbia, per evitarlo dev’essere pensata piuttosto come un patrimonio dal quale partire per parlare la lingua della contemporaneità. Questo vale soprattutto per la cultura, che ha il compito (difficile) di creare un ponte tra le ricchezze del passato e le avanguardie del futuro, per un presente (si spera) di florida sperimentazione. Di questo sono convinti i protagonisti del panorama culturale che venerdì 2 ottobre si alterneranno sul palco del Teatro alla Scala di Milano in occasione di Futura. Nuovi sguardi per la Cultura, evento organizzato da Regione Lombardia, promosso dall’assessore alla Cultura, Francesca Caruso. Un momento di confronto annuale, ormai, non solo tra operatori del settore ma anche tra organizzatori e cittadini (l’evento è infatti a ingresso libero e gratuito, con iscrizioni aperte fino a giovedì 1° ottobre sul sito: futura-cittadini.vivaticket.it).

Se la prima edizione della manifestazione nel 2025 si era concentrata su una riflessione intorno ai luoghi della cultura, e alla loro necessaria apertura verso l’esterno per coinvolgere più pubblici, quest’anno il focus guarda alla cultura come motore di sviluppo per i territori e i cittadini di domani, attraverso un dialogo tra discipline, generazioni e linguaggi diversi. Da qui interventi singoli e in panel con ospiti, tra gli altri: Marco Balich, direttore di grandi eventi internazionali; Giulia Bini, Curator & Head of Arts presso il Cern; Peter Florence, fondatore di festival letterari e operatore culturale; Greg Goya, artista urbano; Giordano Bruno Guerri, saggista e presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani; Emilio Isgrò, tra i maggiori esponenti dell’arte concettuale; Damiano Michieletto, regista di prosa, lirica e cinema; Paolo Strippoli, regista scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar con il suo L’estranea; Roberta Torre, regista cinematografica e teatrale.

Contro la fuga dei cervelli

Nel rapporto (anche conflittuale) tra tradizione e nuove forme d’espressione artistica, portare innovazione nella cultura può seguire diversi percorsi. «Credo che si debba partire dalla consapevolezza della ricchezza del patrimonio del nostro Paese — racconta a “la Lettura” Damiano Michieletto, che il prossimo 7 dicembre sarà il regista dell’Otello di Giuseppe Verdi all’apertura della stagione della Scala — senza dare per scontato che basti la tradizione per portare vita e cultura su un territorio. Serve un atteggiamento disposto a investire sul futuro, mettendo a terra progetti e strategie con uno sguardo non legato al passato, che cerca di trovare strategie per il domani». Per farlo, la parola chiave è formazione: «Si tratta di un punto un po’ dolente nel sistema Italia. Se si vuole studiare teatro o musica — aggiunge il regista — da noi mancano scuole aperte ai nuovi linguaggi della creatività. Bisogna fare in modo di rendere il nostro Paese capace di accogliere questa spinta creativa, evitando la cosiddetta “fuga dei cervelli”, con studenti costretti a formarsi all’estero».

Portare innovazione però significa anche avere il coraggio di rischiare: «Se si porta in scena un’opera di Mozart, questi è un grandissimo autore sul quale tutti sono d’accordo. Investire su un artista sconosciuto, invece, è molto più faticoso, tuttavia è l’unica strada per realizzare qualcosa di inedito». Per proporre al pubblico spettacoli all’avanguardia servono anche le risorse per svilupparli al meglio: «Bisogna avere la possibilità di gestire l’organizzazione con lungimiranza. All’estero — conclude Michieletto — è normale che i grandi teatri pianifichino le stagioni anche con quattro anni di anticipo. Lavoro con istituzioni che mi chiamano adesso per un lavoro che andrà in scena fra quattro anni e ciò significa poter intercettare gli artisti più interessanti, ragionare per tempo sulle stagioni, comunicare in anticipo con il pubblico, cominciare a vendere i biglietti prima. In questo modo si riesce a creare un sistema. Poterlo fare significa avere una sicurezza economica nella progettazione, sapendo qual è il tuo budget non solo per l’anno prossimo ma per i prossimi cinque anni. È quello che manca nel nostro Paese, dove viviamo sempre un po’ con il fiato corto, sotto questo punto di vista».
Non solo il teatro ma anche il cinema fa i conti con un grande passato e un necessario slancio verso il futuro: «Il cinema italiano — precisa la regista Roberta Torre — ha la vitalità di un vulcano, una forza che deriva da una tradizione molto forte, che ci consente di lavorare anche sulla memoria. Tuttavia, essendo molto potente, a volte rischia di essere un freno invece che un propulsore. È quindi spesso difficile slegarsi dalla tradizione e inventare nuovi linguaggi: il punto non è la questione generazionale ma quella sorta di codice che determina se un film possa essere ritenuto accettabile o meno. Negli ultimi anni, in particolare, tutti piangono quando il cinema italiano non va ai festival e non vince premi, ma questo è soltanto l’ultimo anello della catena. Il festival è il luogo dove un film viene visto, quindi ci si accorge di un problema quando ormai è troppo tardi. Credo sia cruciale invece lavorare sulla possibilità di apertura di nuovi linguaggi».

Per Torre — regista di un film diventato cult, Tano da morire (1997), che a distanza di quasi trent’anni mantiene la sua freschezza fuori da ogni etichetta — la chiave per il rinnovamento del linguaggio sta nella decostruzione dei codici: «Sembra difficile ma in realtà è quanto chiediamo ai bambini quando, nei primissimi anni di vita, li mettiamo davanti alla possibilità di giocare con i mattoncini in maniera diversa e loro costruiscono cose fuori dal comune. Lo stesso va fatto col cinema. Oggi, in una società inondata da immagini, è chiaro che la nostra visione non possa più essere quella del cinema classico, ordinato, in qualche modo rassicurante. È cambiata la fruizione, non è più solo il grande rito di condivisione con gli altri ma è anche una fruizione su un device, vissuta in maniera solitaria. Tutto questo va considerato e non demonizzato perché tanto non si tornerà indietro. Bisognerà piuttosto mescolare queste potenzialità altrimenti non cogliamo la realtà. Il tentativo da fare va nella direzione della non omologazione rispetto a quello che il sistema chiede. Serve portare avanti questo lavoro anche nella formazione delle giovani generazioni. Occorre incitarle alla libertà creativa, a non cedere a formule omologate».

La stagione dei percorsi atipici

Una libertà creativa che può oggi utilizzare nuovi mezzi per arrivare al pubblico, non seguendo le tappe tradizionali. Emblematico il caso di Greg Goya, ventottenne urban artist torinese da 1,3 milioni di follower solo su Instagram, diventato celebre sui social e ora reduce da esposizioni a Seul e Chicago: «Oggi esistono meccanismi interni nel mondo dell’arte visiva che l’hanno resa più democratica. Io e molti altri colleghi — racconta — proveniamo dal mondo di internet e dei social media e non da un background accademico rigoroso o da una carriera strutturata in modo tradizionale. Il nostro è un percorso atipico». Per inseguire il sogno di diventare artista, Greg Goya ha lasciato l’università (studiava Giurisprudenza) e ha creato quella che lui stesso chiama fast art, cioè opere performative con un coinvolgimento molto diretto del pubblico: «L’arte contemporanea è diventata nel tempo sempre più elitaria. Sembrava quasi uno sport renderla meno comprensibile al pubblico e quindi meno accessibile. Credo invece che l’arte non sia fatta solo per gli specialisti, ma per tutti. Io volevo un’arte più immediata. Da fruitore mi succedeva spesso di entrare nei luoghi della cultura, italiani e non, e di rendermi conto del profondo distacco tra lo spettatore e l’opera. Io volevo che, guardando la mia arte, si ricevesse un feedback emotivo rapido, positivo o negativo, ma immediato. Penso che un artista non debba mai perdere il contatto con la realtà, indipendentemente dal linguaggio che pratica».

L’approccio diretto nel linguaggio culturale e artistico è condiviso anche da Marco Balich, direttore creativo e produttore con all’attivo sedici cerimonie olimpiche (tra le quali, quest’anno, anche quella di Milano Cortina): «Nel mio lavoro ho l’attitudine a sviluppare il racconto in un modo molto emotivo, per me è cruciale che tutti comprendano quello che facciamo durante i nostri eventi. Provo a celebrare concetti importanti e condivisi in modo spettacolare, senza temere di essere giudicato “semplice” in quello che faccio. Ritengo più importante che quello che realizzo venga capito subito in ogni angolo del Pianeta, che venga compreso da un ragazzo di 14 anni del Cile o della Kamchatka, attirandone l’attenzione. Si possono coinvolgere pubblici diversi tramite codici di spettacolarizzazione, bellezza, emozione e musica, tutti ingredienti che rendono uno show o un evento fruibile. Penso sia fondamentale oggi, in un momento in cui i social media dominano e dove la cultura giovanile è molto poco agganciata ai media tradizionali. La cultura non può essere snob. Deve certamente ambire alla profondità ma io faccio molta fatica a tracciare una barriera, ad esempio, tra quello che è cultura e quello che è spettacolo». La stella polare rimane comunque il messaggio, oltre ai valori che si vogliono trasmettere: «Un operatore del nostro settore non sia mai cinico. Deve sentire la responsabilità di avere a disposizione una piattaforma creativa importante, incanalando la propria energia e il proprio impegno su temi che portino avanti dei valori culturali. Questi andranno poi tradotti e resi fruibili a più persone possibili e non a una nicchia compiaciuta del riconoscimento dei propri simili».

Mettere in connessione il patrimonio culturale con le nuove tecnologie può farlo conoscere in un modo nuovo. Questo può valere anche, ad esempio, per la Cappella Sistina: «Nello show Giudizio Universale (2018), realizzato con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani, abbiamo unito musica, teatro e video immersivi a 270°— racconta Balich — con attori e ballerini sul palco. Volevo mostrare ai miei figli quanto fosse incredibile la storia della figura di Michelangelo e il suo insieme di affreschi. Inoltre, con alcuni creatori di videogiochi e con esperti dei Musei Vaticani abbiamo anche ricostruito la Roma del 1508, mostrandola in 3D, con la presenza degli attori».

Nel labirinto dell’IA

Parlando di innovazione nel mondo culturale, oggi non si può prescindere dall’intelligenza artificiale, spesso incagliata in un dibattito polarizzato tra sostenitori e detrattori. Chi ha da subito utilizzato la potenza dei mezzi digitali per diffondere il proprio messaggio è sicuramente più elastico nel suo utilizzo. La sfrutta, ad esempio, come uno strumento per velocizzare alcuni passaggi nel processo creativo: «Si tratta di una tecnologia fenomenale, che accelera i processi di produzione e di creazione in modo incredibile. Posso avere un’idea e guardarla realizzata come uno sketch in tre o quattro secondi — interviene Greg Goya — in modo da poterla scartare se non mi convince o portarla avanti se la trovo subito bella e d’impatto. Ragionando intensamente su stimoli visivi, avere la possibilità di visualizzare un oggetto in uno spazio è molto importante». All’utilizzo di nuovi mezzi si affiancano scenari inediti che già s’intravedono, anche nel mondo del cinema: «Io — aggiunge la regista Torre — sono affascinata e favorevole all’IA, la vedo come una possibilità di espansione della conoscenza e dell’immaginario. Una potenzialità che va conosciuta ed esplorata: non la demonizzo. Secondo me il grande salto arriverà con il lavoro sulla cessione dell’identità, che in America già avviene. Ad esempio, alcuni attori cedono la possibilità di essere riprodotti nei film con l’IA. Quello costituisce in prospettiva un grande salto nel vuoto. Le produzioni preferiranno avere a che fare non con la presenza dell’attore ma solo con la sua immagine per una questione di gestione: non avranno più problematiche umane e psicologiche. Questo potrebbe comportare la scomparsa di alcune figure intermedie, che hanno un ruolo di mediazione, oggi prezioso per la riuscita dei progetti, come gli agenti o gli uffici stampa».

L'assessore alla cultura di Regione Lombardia Francesca Caruso

Giorno per giorno, oltre i confini

Raggiungere il più ampio pubblico possibile attraverso linguaggi innovativi, coinvolgendo anche le nuove generazioni, è un percorso che lascia un segno sui territori che attraversa: «La cultura deve essere di tutti e deve poter vivere nella quotidianità delle persone, anche al di fuori dei luoghi tradizionali», precisa l’assessore regionale Francesca Caruso, che con l’evento del 2 ottobre intende aprire un osservatorio sul presente e sul futuro del sistema culturale: «Con Futura vogliamo continuare a interrogarci, appunto, sul futuro della cultura, non limitarci a raccontarne il presente. La cultura è una delle grandi risorse del nostro Paese, per questo ho sentito la necessità di creare questo appuntamento come occasione di confronto tra istituzioni, imprese, artisti, professionisti e territori, mettendo in dialogo competenze e punti di vista diversi. Futura nasce proprio con questo obiettivo: guardare oltre i confini tradizionali del settore e capire come la cultura possa contribuire concretamente a costruire il nostro futuro».

28 settembre 2026 ( modifica il 28 settembre 2026 | 13:44)

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