Remuzzi: «L'arcivescovo e premio Nobel Tutu mi disse: "Voglio decidere io come morire, è un mio diritto"»
Nel libro «In punta di piedi» il direttore del Mario Negri affronta anche il tema del fine vita ripercorrendo incontri e ricordi: «Negli ultimi giorni, gli ammalati dovrebbero mantenere i contatti con tutto ciò che li appassionava»
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Remuzzi: «L'arcivescovo e premio Nobel Tutu mi disse: "Voglio decidere io come morire, è un mio diritto"»
di Donatella TiraboschiNel libro «In punta di piedi» il direttore del Mario Negri affronta anche il tema del fine vita ripercorrendo incontri e ricordi: «Negli ultimi giorni, gli ammalati dovrebbero mantenere i contatti con tutto ciò che li appassionava»
Giuseppe Remuzzi e Desmond Tutu
Avrebbe potuto essere uno dei tanti capitoli di «In punta di piedi», l’ultimo libro del professor Giuseppe Remuzzi, la scomparsa — diventata pubblica solo in questi giorni — di Bianca Maria Piccinino, una vera e propria pioniera, prima donna a condurre il telegiornale in Italia. Se ne era andata, a 101 anni il 20 luglio scorso a Roma chiedendo espressamente che la notizia non fosse divulgata. «La mamma — ha spiegato la figlia Paola — una volta uscita dalle scene, non ha più voluto “fare notizia”, nemmeno quando ha compiuto 100 anni». Tantomeno quando ha lasciato questa terra per miglior vita.
Ora, che quello che ci aspetta nell’aldilà sia meglio di quello che abbiamo già qui, non è dato sapere. Ma se non altro possiamo, per certi versi, decidere di gestire questa faccenda finale. Perché la morte è, e resta, un affare intimo e privato che si può leggere (e fors’anche preparare) e approcciare in vari modi, così come ha fatto nel suo libro Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri. Ma anche medico e soprattutto uomo di scienza. Dotato, però, di quell’umanesimo scientifico in grado di traslare su un diverso piano anche molte evidenze mediche con cui si è intrecciata la sua lunga carriera. Parlare di morte non è facile, perché se da un lato la biologia e la chimica forniscono i fondamenti incontrovertibili di un corpo che smette di pompare sangue al cuore, dall’altro lato si devono considerare tutte le possibili implicazioni sottese alla logica di una domanda: perché, se possiamo disporre della nostra esistenza in tutto e per tutto, non dovremmo poter disporre anche della nostra morte?
Per cercare di rispondere, Remuzzi compone un mosaico di esperienze e ricordi, riandando a incontri che gli hanno lasciato tracce indelebili. Come, ad esempio, quello avvenuto durante il Congresso di Vancouver della Società mondiale di Nefrologia, di cui era presidente, in cui ebbe modo di imbattersi in Desmond Tutu, arcivescovo anglicano dalle idee chiare in fatto di fine vita. «Voglio scegliere io come andarmene, è un mio diritto e intendo esercitarlo fino all’ultimo — rivelò alla veneranda età di 85 anni il premio Nobel a Remuzzi, in un colloquio privato —. Anche io in passato, come tanti vescovi, mi ero opposto alla possibilità che qualcuno fosse aiutato a morire. Poi ho cambiato idea. Vorrei che tutti avessimo il coraggio di dire, come cristiani, che dobbiamo dare alle persone che muoiono il diritto di lasciare questa vita con dignità».
Tutu sarebbe morto dopo 5 anni, nel 2021, con disposizioni ben precise anche per il funerale: cerimonia semplice, la bara meno costosa possibile e donazioni in beneficenza invece di corone di fiori e, infine, niente cremazione tradizionale, ma cremazione acquatica con un processo meno energivoro e con meno emissioni. Era «ciò a cui aspirava come eco-guerriero», disse l’officiante, reverendo Michael Weeder. È solo uno dei tanti, preziosi camei racchiusi in un libro di robuste convinzioni etiche e morali, che concede spazi anche agli affetti più privati dell’autore. Dal decesso del nonno a cui Remuzzi era molto legato e a cui si rifà per chiarire il delicato aspetto della narrazione della morte ai bambini, per arrivare all’Atalanta.
Anche l’affezione alla squadra del cuore, racconta Remuzzi, è qualcosa a cui «noi medici dovremmo prestare grande attenzione». La storia di un professore «curioso di tutto», che vive per anni con una malattia grave, ma capace di entusiasmarsi per le imprese dei nerazzurri, per Gomez e Ilicic, è una chiave emotiva importante. «Negli ultimi giorni di vita, gli ammalati dovrebbero poter mantenere i contatti con tutto quello che di appassionante c’era prima che si ammalassero. E chissà che non sia proprio questo uno dei segreti per staccarsi da questa vita con un briciolo di serenità».
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24 febbraio 2026 ( modifica il 24 febbraio 2026 | 06:59)
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