Il giovane Camillo Olivetti alla corte di Tesla: quel viaggio nel 1893 che cambiò l'industria italiana. «Che ingenui questi americani»
Corriere della Sera - Cultura

Il giovane Camillo Olivetti alla corte di Tesla: quel viaggio nel 1893 che cambiò l'industria italiana. «Che ingenui questi americani»

Martedì 24 febbraio 2026
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Il giovane laureato Camillo Olivetti accompagna il suo mentore Galileo Ferraris alla «White City» di Chicago. Qui incontra i giganti dell'epoca, Nikola Tesla e Thomas Edison. Olivetti descrive un'America pionieristica ma ingenua

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Il giovane Camillo Olivetti alla corte di Tesla: quel viaggio nel 1893 che cambiò l'industria italiana. «Che ingenui questi americani»

di Carla Piro Mander

Il giovane laureato Camillo Olivetti accompagna il suo mentore Galileo Ferraris alla «White City» di Chicago. Qui incontra i giganti dell'epoca, Nikola Tesla e Thomas Edison. Olivetti descrive un'America pionieristica ma ingenua

Camillo Olivetto seduto al centro della foto 

La soprannominarono «White city», per il colore degli edifici, e uno stile neoclassico che parlava di sfide, di ingegno. Nel 1893 Jackson Park a Chicago è occupato da meraviglie tecnologiche che vengono da 46 Paesi del mondo, nell’aria jazz e fox trot, negli abiti le stravaganze floreali della prima Belle Époque, nei cuori la certezza di un futuro promettente. Alla fine dei sei mesi, l’Esposizione Universale di Chicago — la World’s Columbian Exposition che verrà appunto ricordata come «White City» — l’avranno visitata, attratte dalla prima grande ruota panoramica e dalle stupefacenti innovazioni promesse da Nikola Tesla, 27 milioni di persone. 

Tra queste, all’inaugurazione nel maggio 1893, c’è un italiano, un piemontese di 25 anni, ed è lì perché il suo professore di ingegneria industriale gli ha chiesto di accompagnarlo al Congresso di Elettricità previsto dall’esposizione. Galileo Ferraris, il professore, unico inviato dal governo italiano e noto per avere scoperto il campo magnetico rotante, non parla l’inglese e quel ragazzo appassionato gli piace. Si chiama Camillo Olivetti, si è appena laureato proprio con lui al Politecnico di Torino e gli fa anche un po’ tenerezza, con quella sua idea di capire l’organizzazione di una fabbrica moderna che lo ha portato, subito dopo gli studi, a cercare lavoro in un’industria meccanica di Londra.

Ed eccoli a Chicago, Olivetti e Ferraris. «…Fu poco concludente dal lato scientifico, come tutti i congressi, ma viceversa è stata una buona occasione per conoscere individui di tutto il mondo e far conoscere a noi europei il carattere di questi americani che in genere sono animosi, lavoratori instancabili, ardimentosi ma in certe cose terribilmente bambini, mi si passi la parola e soprattutto ingenui». Così in una delle prime lettere che Camillo scrive a casa, il 26 agosto 1893, in cui racconta al cognato, Carlo Marselli, di avere incontrato anche Nikola Tesla, protagonista di quella esposizione universale illuminata a corrente alternata e temibile concorrente di Ferraris nel denunciare la scoperta del campo magnetico rotante.

E non solo Tesla. Da una lettera del 13 agosto: «Il signor Hammer ci condusse a Llewellin park a vedere il laboratorio di Edison. Il signor Edison in persona ci venne a ricevere (...) è un bell’uomo, alto e tarchiato, dalla faccia napoleonica. È gentile, ma essendo piuttosto sordo, e non essendo il prof Ferraris in grado né di intendere né di spiegarsi in inglese, la conversazione non fu molto animata».

Settimana dopo settimana, Olivetti si innamora del grande Paese al di là dell’oceano. Tra andate e ritorni ci resta oltre un anno e — scrive Renzo Zorzi, curatore delle «lettere americane» — attraverso l’epistolario (oggi all’Associazione Archivio Storico Olivetti) egli racconta «un’America appena uscita dall’età pionieristica, già in piena corsa verso l’industrializzazione, della quale capisce molto acutamente caratteristiche e natura, qualità e mali, tic e tendenze». Scrive Camillo dalle rive del Mississippi a sua madre, il 20 settembre del ‘93: «La frase largest in the world è una delle frasi favorite degli yankees che la adoperano a torto ed a ragione. Gli abitanti in genere sono americanamente gentili cioè di quella gentilezza cordiale ma molto da villan più o meno rifatto (...). E hanno imperturbabilità ammirevole… Ieri si ebbero scontri ferroviari con morti e feriti... da noi se ne parlerebbe per un mese con recriminazioni sui giornali… qui invece nessuno se ne dà per inteso».

Lettere che sorvolano disinvoltamente sui cambi di programma: «Caro Carlo, ho cambiato completamente itinerario… mi rincresceva lasciare l’America senza averla vista un po’ bene e dopo molto studiare e ristudiare ho preso una subitanea decisione: vado in California». A casa sono preoccupati, occorre rassicurarli. A sua madre, nel dicembre ‘93: «Carissima mamma (...) questo è il secondo ed ultimo capo d’anno che passo fuori d’Italia. Un altro anno, se non capita qualche accidente, me ne sto tranquillamente ad Ivrea lavorando attorno ai miei strumenti di precisione».
Le impressioni della nuova America sono tutte nelle parole scritte fra 1893 e ‘94. C’è l’idea di lavoro come strumento di giustizia sociale, ispirata a un riformismo etico e «con venature cristiane» cui Camillo Olivetti rimarrà fedele per tutta la vita, gettando semi che germoglieranno nella generazione successiva, col figlio Adriano. 

C’è l’America come modello industriale da copiare. Tornato in Italia, si mette in società con due ex compagni di università, fonda un’azienda per produrre strumenti di misurazione elettrica, la «C. Olivetti & C.» a Ivrea, che nel 1905 diventa società anonima CGS (Centimetro Grammo Secondo).
Nel cuore però c’è ancora l’America. E nella testa l’idea di una cosa vista laggiù e che in Italia non si trova, se non per pochi esemplari importati, una macchina per scrivere. Ci ritorna fra il 1908 e il 1909. «Carissima – scrive alla moglie Luigia, a dicembre 1908 — in questi giorni ho fatto un gran visitare fabbriche. Tra le altre ho visitato minutamente la fabbrica Underwood, dove fanno 70.000 macchine all’anno e la Royal, ove ne fanno 21.000. Sono qualcosa di enorme ed ho imparato molte cose!».

 In Italia trova tempo per la politica, altra sua grande passione. Orgogliosamente socialista, sostiene gli insorti nella rivolta del pane a Milano, è da quella parte quando Bava Beccaris ordina di sparare sulla folla. La polizia lo scheda come «propagandista che non tralascia alcun mezzo di insinuare le sue idee alla classe operaia, presso la quale ha avuto successo». È un imprenditore, e crede nella giustizia sociale. Ma è dopo il 1908 che il mondo intero lo conoscerà, con la prima lettera italiana dattiloscritta. «Carissima Luigia, è questa la prima lettera che io scrivo con la nuova macchina ed è con grande soddisfazione che io dedico a te queste poche righe che spero tu riceverai con piacere. La macchina non è ancora perfetta ma credo che in poco tempo potrò renderla buona quanto le migliori macchine del genere. Ricevi mille baci affettuosi dal tuo Camillo. Ivrea, il 12 agosto 1908». Tre anni dopo, nel 1911, la M1 sarà presentata all’Esposizione Universale di Torino — circolarità della Storia — e il suo nome, la «Olivetti» sarà quello più usato da chiunque abbia scritto qualcosa su un foglio prima del computer.

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