Yasmina Reza, nei suoi racconti un lungo viaggio fra ricordi e frammenti di amori, famiglia ed emozioni
Esce per Adelphi «Da nessuna parte». Riunisce due testi dell’autrice di «Il dio del massacro»
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Yasmina Reza, nei suoi racconti un lungo viaggio fra ricordi e frammenti di amori, famiglia ed emozioni
di Sara D'AscenzoEsce per Adelphi «Da nessuna parte». Riunisce due testi dell’autrice di «Il dio del massacro»
La parola «Zibaldone» si alterna continuamente a quella «frammenti» nella lettura dell’ultimo libro della scrittrice e drammaturga Yasmina Reza, Da nessuna parte (Adelphi Edizioni, Milano 2026, euro 18, pagg. 154) che esce oggi e che l’autrice, da anni con il cuore e una casa a Venezia, presenterà proprio in città venerdì 27 alle ore 18 a Palazzo Diedo Berggruen Arts & Culture (Cannaregio 2386) in compagnia del poeta e scrittore Gianni Montieri.
l libro riunisce due testi: Da nessuna parte, apparso nel 2005, che ora dà il titolo all’intero volume e Hammerklavier, apparso nel 1997, i primi scritti di letteratura di un’autrice che con i suoi testi per il teatro - tra cui Il dio del massacro, portato al cinema da Roman Polanski in Carnage - ha inciso come un bisturi nella carne dei rapporti familiari, amorosi, borghesi. Riservata, perfino evasiva sul suo vissuto personale, qui Reza si rivela per piccoli tagli e la parola «frammenti» non è casuale, dato il suo amore per un testo fondamentale come Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.
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Ci sono i suoi figli e quella bambina che sorride sdentata dalla copertina è la piccola Alta in una foto scattata dalla madre che la ritrae all’età di sei anni circa, con la classica finestrella che compare nel sorriso dei bambini quando cominciano a cadere i denti da latte. La tenerezza unita a una lucidità disarmante con cui la madre descrive la figlia a quell’età nel «lampo» di Il sorriso sdentato, ha il potere di aprire le fauci alla feroce nostalgia: «C’è in questo sorriso così effimero, così di breve durata, una tale fragilità, una così assoluta indifferenza alla seduzione, una tale offerta di sé nella propria miseria, nella propria incompiutezza, una tale grazia in definitiva».
È quello di Reza, dunque, un viaggio in sé stessa in cui i suoi lettori potranno riconoscere quella sua scrittura affilata, non conciliante, esercitata anche nei rapporti con le persone, fin nei momenti di estrema commozione, quando qualcosa di diverso, una risata magari, interviene a fermarla, a riportarla a una dimensione critica che forse le viene dalle origini ebraiche (la madre era un’ebrea ungherese), anche se fin dal titolo di questo libro l’autrice dichiara la non appartenenza ad alcun ceppo: da nessuna parte, appunto.
«Non conosco le lingue - scrive Reza - nessuna lingua, di mio padre, mia madre. dei miei antenati, non riconosco né terra né albero (...)». Un’estraneità edificata eppure scalfita continuamente, come una personale tela di Penelope degli affetti. Chi ha curiosità di sapere da dove venga questa autrice che tanto ha saputo leggere dentro le fragilità dell’animo, nei nodi dei rapporti tra le persone, in un racconto come Hammerklavier scoprirà che anche la risata irrefrenabile può essere un gesto di vicinanza, di commozione. Raccontando della disastrosa esibizione del padre morente che si mette al pianoforte per eseguire la sonata di Beethoven che dà il titolo al racconto, la stessa su cui padre e figlia avevano ingaggiato una sfida a distanza, la figlia non indietreggia di fronte all’errore del padre, anzi lo corteggia, addirittura lo evoca.
«Capisce che sta suonando malissimo ma continua. Dovrei piangere. La Hammerkalvier sfigurata. Mio padre moribondo. Il chiaroscuro che tradisce tutti i segni della perdizione. E invece mi viene la ridarella». Nei tanti lampi che si accendono, anche uno intitolato al grande regista e attore francese Roger Blin, incrociato a un esame d’ammissione al Conservatoire national d’Art dramatique, il solo che, dopo la sua esclusione, le si sia avvicinato con parole gentili, da lei respinte: «A volte siamo incapaci di cogliere le opportunità», le dice un amico. E tutto si fa drammaticamente luce.
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