Il pedagogista Daniele Novara: «I papà peluche non servono a nulla, sono conseguenza della sfiducia delle madri. Essere amici dei figli soddisfa solo il narcisismo di eterni adolescenti»
Corriere della Sera - Cultura

Il pedagogista Daniele Novara: «I papà peluche non servono a nulla, sono conseguenza della sfiducia delle madri. Essere amici dei figli soddisfa solo il narcisismo di eterni adolescenti»

Lunedì 23 febbraio 2026
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Novara nel suo ultimo libro parla dei «papà peluche»: «Oggi l'uomo si sente confinato nel ruolo di colui che può solo giocare con i figli. Nessuna nostalgia per i padri autoritari ma la funzione deve essere educare con ascolto e responsabilità, dando il senso del limite». L'appuntamento a Bologna

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Il pedagogista Daniele Novara: «I papà peluche non servono a nulla, sono conseguenza della sfiducia delle madri. Essere amici dei figli soddisfa solo il narcisismo di eterni adolescenti»

di Alessandra Testa

Novara nel suo ultimo libro parla dei «papà peluche»: «Oggi l'uomo si sente confinato nel ruolo di colui che può solo giocare con i figli. Nessuna nostalgia per i padri autoritari ma la funzione deve essere educare con ascolto e responsabilità, dando il senso del limite». L'appuntamento a Bologna

Più che una presentazione dell'ultimo libro, «sarà una chiacchierata al limite del teatrale, alla quale mi auguro partecipino più uomini possibili». Anche «quelli timidi, che leggono poco o fanno fatica a chiedere aiuto». E che, ancora una volta, «sarà una donna a dover coinvolgere in quel lavoro di squadra che serve a una coppia genitoriale per educare figli sereni». 

Il 24 febbraio alle 20.30 il noto pedagogista piacentino Daniele Novara sarà all'Oratorio San Filippo Neri di Bologna dove, attingendo a un repertorio di esempi di vita reale e metafore, svelerà come liberarsi del contemporaneo «papà peluche» che, come recita il titolo edito da Bur Rizzoli, «non serve a nulla». 

E che, in una città come Bologna, dove il progetto delle scuole aperte è diventato strutturale, possiede uno strumento in più per svolgere il suo vero ruolo educativo: «Porre limiti da un lato, spingere verso il coraggio e l'autonomia dall'altro». Sul palco ci sarà anche l'artista visiva Alessia DeMontis, che con la sua definizione di «padre vento» si è conquistata un posto di rilievo nella parte finale del libro. 

Come è nato questo libro che in copertina riporta un padre a quattro zampe cavalcato da un figlio armato di spada? 

«I miei libri hanno una gestazione piuttosto lunga. Era il 2007 e stavo svolgendo una conferenza a Mestre. Sono un improvvisatore e, parlando
della fragilità dei padri, mi è uscita senza premeditazione questa definizione. Non sapevo che in sala ci fosse un giornalista e fu così che quando un settimanale locale dedicò una paginata e una bellissima vignetta a quel “papà peluche” mi resi conto che la metafora aveva bucato l'immaginario dei genitori pur non avendo alcun valore scientifico». 

Come si comporta un papà peluche?
 «Il papà peluche non è quello che scimmiotta la mamma. Anche il “mammo” è andato in crisi: entrava troppo in competizione con la compagna, che l'ha respinto. Il papà peluche è una conseguenza della forte sfiducia che le madri attuali provano nei confronti dei padri. L'uomo si sente così confinato nel ruolo di colui che può solo giocare con i figli. Si mette allora a loro disposizione, in una sorta di morbida “servizievolezza”, come se fosse diventato nonno prima del tempo. E, soprattutto, si pone alla pari. Crede a qualsiasi cosa raccontino, assume un atteggiamento di eccessiva “coccolosità” con baci e smancerie continue e cerca l'intimità: in bagno, nel lettone o sul divano a guardare la stessa serie tv. O ancora: si fa prendere eccessivamente dall'attività sportiva praticata dalla prole. Perché è bellissimo sentirsi “amico”; un atteggiamento che soddisfa il narcisismo moderno, male di quest'epoca che ci vuole eterni adolescenti, e impedisce la giusta distanza educativa, ovvero quello spazio chiaro dove esercitare la funzione del genitore in contrasto a comportamenti tipicamente infantili o adolescenziali». 

C'è, però, una buona notizia: il padre padrone non esiste quasi più. Si è passati da un estremo all'altro?
«Nessuno sente nostalgia del padre autoritario. Oggi i papà sono molto diversi dai loro predecessori. Nelle madri restano, però, a livello incoscio, i fantasmi del passato. Gli uomini non sono la riproduzione genetica del patriarcato, non possono pagare le colpe degli antenati. Se continuiamo a leggere il presente con gli occhi del passato, costringiamo i padri, già in difficoltà come maschi, a ricoprire un ruolo secondario. E ciò ricade sui figli che si trovano senza una vera figura paterna che dia loro il senso del limite». 

Il padre educativo è la figura di cui i figli hanno bisogno. Ce la descrive? «Intanto diamo un giusto riconoscimento al padre peluche: ha cercato finalmente una relazione con i figli, uscendo dalla severità del passato. Ora serve una scossa perché i padri vogliono cambiare. La funzione del padre deve essere maieutica: educare con ascolto e responsabilità, impartendo ai figli il senso del limite e del coraggio». 

E il padre vento descritto da De Montis? 
«Alessia rappresenta la madre come Itaca: il porto, l'origine e il ritorno. Il padre è il vento: non decide la rotta, ma spinge, accompagna, obbliga ad alzare lo sguardo e a navigare». 

Cosa consiglierà ai genitori in sala? 
«Ai papà dirò: proponetevi, dite “io ci sono”, assumetevi responsabilità. È importante che i vostri figli abbiano momenti da soli con voi. Alle mamme, che durante il '68 hanno voluto affrancarsi dal padre patriarcale pretendendo dai compagni un nuovo modello che poi non hanno saputo incoraggiare, suggerirò invece di fare la prima mossa e di passare la palla, età per età, ai padri. Il modo migliore per educare i figli è il gioco di squadra».

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