Elena Salamon: «Io, figlia e nipote di galleristi, e la mia vita fantasy tra le stampe di Hokusai. Ecco dove vado a caccia di capolavori»
Corriere della Sera - Cultura

Elena Salamon: «Io, figlia e nipote di galleristi, e la mia vita fantasy tra le stampe di Hokusai. Ecco dove vado a caccia di capolavori»

Lunedì 23 febbraio 2026
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Dal 5 marzo una mostra tutta dedicata al maestro giapponese della «Grande onda» e delle vedute del Monte Fuji nell'iconica galleria di piazza IV Marzo

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Elena Salamon: «Io, figlia e nipote di galleristi, e la mia vita fantasy tra le stampe di Hokusai. Ecco dove vado a caccia di capolavori»

di Paolo Morelli

Dal 5 marzo una mostra tutta dedicata al maestro giapponese della «Grande onda» e delle vedute del Monte Fuji nell'iconica galleria di piazza IV Marzo

C’è una linea familiare strettamente legata all’arte, ma soprattutto alle gallerie, alla base del lavoro e della passione di Elena Salamon. Torinese, classe 1969, è nata nell’anno in cui sua nonna, Teresa Villa, portò per la prima volta a Torino la celebre Grande Onda di Katsushika Hokusai. L’incisione, probabilmente tra le più iconiche dell’arte giapponese, arrivò da Parigi dove già la produzione del Sol Levante era nota e apprezzata. Dal 2002, Elena Salamon ha aperto la sua galleria in via Torquato Tasso, affacciata su piazza IV Marzo. La linea famigliare lunga 70 anni porta con sé un tema centrale: il rigore scientifico e la passione per ciò che si fa.

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Elena Salamon, come è nata l’idea di aprire una galleria?
«I miei nonni facevano già questo mestiere, mia nonna in particolare, e anche mio padre, Gianni Salamon. Ho avuto il mio “momento di ribellione” a vent’anni, nonostante mi fossi iscritta a Lettere con indirizzo artistico volevo fare altro. Dopo qualche anno, però, mio padre si è ammalato di tumore, è scomparso poi all’età di 55 anni. Quindi l’ho prima accompagnato in galleria e, quando è mancato, ho provato ad aprire una mia attività a contatto con le persone».

Ha cambiato qualcosa rispetto all’attività di suo padre?
«Lui aveva una galleria d’arte moderna sempre a Torino, ma anche i miei nonni (il nonno Ferdinando Salamon aveva iniziato a Venezia negli anni Cinquanta, ndr) avevano una galleria e si occupavano principalmente di arte antica. Io invece ho provato a occuparmi di arte del Novecento e sono specializzata in stampe originali».

Che cosa le hanno trasmesso i suoi nonni?
«L’amore per il Giappone, ad esempio. Poi ricordo che da giovane, mentre facevo l’interrail, trovai il libro di mio nonno (Il conoscitore di stampe, del 1960, ndr) al Museo del Prado, tradotto in spagnolo, e mi emozionai molto. Dietro tutto questo c’era mia nonna. Loro si erano separati prestissimo, lei peraltro è stata la prima a separarsi a Torino e fu difesa da Bianca Guidetti Serra. Lo fece intorno al 1965 quando ancora non c’era la legge sul divorzio. Mia nonna era una persona molto accogliente e gentile, dopo la separazione andò a Parigi dai colleghi galleristi che le prestarono delle cose, in questo modo cominciò. Proprio perché frequentava Parigi portò Hokusai a Torino nel 1969».

Che ricordo ha della nonna gallerista?

«La galleria di mia nonna era sotto la nostra casa. Mio padre aveva una galleria dall’altra parte di Torino e io stavo sempre dalla nonna, in queste cose ci sono nata. Da piccola ero in mezzo alle stampe e alla carta, ma vedevo anche le sue relazioni con le persone. Oggi, la cosa a cui tengo di più come gallerista è proprio il rapporto con le persone al di là dell’acquisto o di quanto spendono. La cosa più bella del mio lavoro è accogliere le persone e raccontare».

Come faceva sua nonna?
«Di lei ho tantissimi ricordi e forse li confondo fra quello che ho vissuto e quello che mi è stato raccontato. In questi anni, sono venuti da me tanti clienti che la conoscevano e mi hanno parlato di lei. Era una persona molto naturale e a me piace quello stile, vestire ruoli particolarmente sofisticati e finti non fa parte del mio modo di essere».

Torniamo a Hokusai, come è arrivato a Torino?
«I miei nonni avevano questo collegamento con Parigi, un altro mondo rispetto alla provincialità dell’Italia nell’arte in quell’epoca. Credo che mia nonna avesse visto Hokusai nelle gallerie parigine. È la Grande Onda e tante opere importanti e iconiche, ma Hokusai è anche la bellezza di riuscire a disegnare un filo d’erba, con opere molto semplici. Ho ereditato da mia nonna gli Hokusai semplicissimi che aveva in camera sua, ora sono in camera mia. Ad esempio, c’è un Fuji con un airone e la neve, poi una spiga di grano, delle rocce con delle onde un po’ psichedeliche e degli omini che camminano sulla montagna. Hokusai è il primo tra gli artisti giapponesi a disegnare le persone, i contadini: era molto democratico. Ci sono anche stampe molto ironiche con la gente che ride».

A proposito di Hokusai, dal 5 marzo aprirà una mostra dedicata alla sua arte. Cosa vedremo?
«Ci saranno le 102 vedute del monte Fuji di Hokusai, una delle ultime opere che ha fatto, in tre tonalità di grigio. È considerata l’apice filosofico del suo lavoro. C’è anche la cosiddetta Piccola Onda. C’è poi una serie chiamata comunemente “raccolta di schizzi con un sol colpo di pennello”, con lavori molto essenziali. Quando sono riuscita ad avere queste stampe, un annetto fa, ho deciso di fare questa mostra. Sono stampe non relativamente care ma introvabili. I più importanti sono a colori, con due cascate e un fantasma. Hokusai decise di realizzare cento fantasmi ma ne fece solamente cinque, sono fantasy puro. Timothy Clark, critico del British Museum, li indica proprio come precursori del fantasy».

Ha aperto la sua galleria nel 2002, anno in cui è uscito il saggio postumo di suo padre, «Il piacere di collezionare stampe contemporanee». Come si trovano le stampe?
«Per la collezione di Hokusai, molte ne ho trovate alle aste. Le tre a colori invece arrivano da un mio zio, Silverio Salamon, da lui acquistate una quindicina di anni fa. Se ne trovano online o dai colleghi, ma non compro mai alle fiere, non sono luoghi dove ritengo conveniente farlo».

Perché?

«Devo comprare un’opera buona a un prezzo di mercato corretto, anche perché le persone guardano su internet e scoprono i prezzi da sé. Ogni tanto mi muovo, a Parigi ci sono ancora cose interessanti sapendo cercare. La cosa importante è garantire l’autenticità dell’opera».

Serve informare gli acquirenti?
«Sì. Per questo è importante fare schede dettagliate e sul sito della galleria metto anche molti link. Bisogna capire che, nel caso delle stampe, se si va a vedere un singolo angolino deve essere identico alla stampa conservata magari al Metropolitan Museum. Di Hokusai, ad esempio, circolano moltissime ristampe, ma spesso è qualcuno che si mette a rifare la Grande Onda, per questo non potrà mai essere identica alla sua. E poi è importante la carta. Non frequento i mercatini ma trovo molte cose, invece, da canali privati. E poi, spesso, arrivano figli o nipoti che hanno ricevuto in eredità delle cose comprate un tempo dalla mia famiglia: hanno ancora i certificati di autenticità firmati da mia nonna o da mio zio».

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