Da Minneapolis ai dazi, non è vero che nessuno può fermare Trump
Da Minneapolis ai dazi, non è vero che nessuno può fermare Trump
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(SOLINAS)
Caro Direttore,
è fuor di dubbio che il Presidente Trump ha stravolto il modo di gestire le relazioni tra gli Stati e le Organizzazioni sovranazionali, mettendole in grosse difficoltà (vedi ONU), che fino ad ora avevano gestito i dossier mondiali. Ora però, in barba a tutti i più palesi conflitti di interesse ignorati in questo primo anno di Presidenza, con il Board of peace per Gaza sta mettendo in atto, dietro allo schermo di un nobile motivo, un affare gigantesco da gestire a vita assieme alla sua cerchia ristretta di immobiliaristi, la sua attività preferita. Tutto questo sotto gli occhi del mondo. Comunque penso che, prima o poi, anche l’uomo più potente al mondo dovrà risponderne.Luciano Giuliani
Caro Giuliani,
Trump sta interpretando la sua seconda presidenza con un tono muscolare, utilizzato contro tutto e tutti, in politica internazionale e nelle questioni interne. Governa con le minacce, i ricatti espliciti, l’uso della forza (economica ma anche militare quando si tratta di colpire l’immigrazione o Paesi considerati nemici come Nicaragua o Iran). È un crescendo che sta incontrando però diversi ostacoli e contrappesi. E questa, per fortuna, è la forza della democrazia americana: anche se sotto stress, ha ancora gli anticorpi necessari, anticorpi inesistenti nei regimi autocratici. Lo abbiamo visto nella vicenda di Minneapolis in cui, alla fine, Trump ha dovuto ritirare le milizie dell’Ice colpevoli di una repressione brutale che è costata la vita a due americani. Lo osserviamo in questi giorni con la sentenza della Corte suprema che ha dichiarato illegale la raffica di dazi imposti a tutto il mondo in nome della bugia che i Paesi stranieri stavano derubando gli Stati Uniti. Chi viene eletto dal popolo — è il messaggio — ha il diritto di governare ma non di stravolgere le leggi o piegarle ai propri interessi. Il caso del Board of peace è emblematico. L’azione di Trump per porre fine alla guerra di Gaza è stata certamente positiva. È giusto fermare le armi così come progettare il futuro dei due popoli in conflitto, israeliani e palestinesi. Più problematico, invece, è mettere tutto nelle mani di un organismo costruito a immagine e somiglianza di Trump, in cui il presidente e la sua America sono i padroni assoluti (basta guardare al logo del Board che ha al centro gli Usa e intorno solo piccoli satelliti). Trasformare una crisi difficile, con radici di odio che affondano nella storia, in un affare immobiliare mi sembra una strada sbagliata. Ma, soprattutto, una strada che difficilmente porterà a una soluzione.
23 febbraio 2026
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