Crans-Montana, il rischio del silenzio
Meno pressioni significa meno fiato sul collo per gli inquirenti svizzeri e per i singoli passaggi dell’inchiesta, che in questi due mesi ha mostrato tutte le sue criticità agli altri Paesi coinvolti
Crans-Montana, il rischio del silenzio
Giusi Fasano | 22 febbraio 2026Meno pressioni significa meno fiato sul collo per gli inquirenti svizzeri e per i singoli passaggi dell’inchiesta, che in questi due mesi ha mostrato tutte le sue criticità agli altri Paesi coinvolti
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In un mondo che consuma in fretta ogni cosa, notizie comprese, è abbastanza stupefacente che il racconto della strage di Crans-Montana occupi ancora — pressoché quotidianamente — spazi di cronaca e di commento, dopo quasi due mesi. Certo, l’attenzione spasmodica dei primi giorni, com’è ovvio, si è perduta, ridotta, modificata, e con il passare del tempo ha condiviso spazi o si è lasciata surclassare da altre questioni, altre storie. Ma finora non si è mai spenta. È da adesso in poi che il silenzio, temono le famiglie dei 41 morti e dei 115 feriti, sarà il nemico più insidioso. Perché le prossime settimane saranno sospese le udienze davanti ai magistrati svizzeri, e quindi niente telecamere e taccuini davanti alla procura vorrà dire anche quello: più silenzio (mediatico) e meno pressioni sulle indagini.
Meno pressioni significa meno fiato sul collo per gli inquirenti svizzeri e per i singoli passaggi dell’inchiesta, che in questi due mesi ha mostrato tutte le sue criticità agli altri Paesi coinvolti (soprattutto Italia e Francia, che dopo la Svizzera contano il maggior numero di vittime). E non parliamo soltanto di pressione mediatica, ma anche di quella diplomatica (quantomai evidente dopo che Palazzo Chigi e la Farnesina hanno deciso di ritirare il nostro ambasciatore) e di quella giudiziaria, che forse è improprio chiamare «pressione» ma che la procuratrice generale Béatrice Pilloud non può più ignorare dopo l’incontro di settimana scorsa fra lei, i suoi magistrati e i magistrati italiani guidati dal procuratore Francesco Lo Voi.
Doveva essere un vertice per gettare le basi di una «collaborazione» piena, ne è uscito una «cooperazione rafforzata» che per ora sembra limitata allo scambio di carte e informazioni, non alla creazione di una squadra investigativa comune, che poi era la condizione di Palazzo Chigi per far rientrare l’ambasciatore. L’inchiesta deve ancora affrontare i temi più grandi, e cioè la gestione dei soccorsi e le responsabilità amministrative locali e cantonali per i controlli non fatti al Constellation. Anche se non sono previste audizioni, le prossime settimane saranno cruciali per le indagini. Per questo molti legali, per conto delle famiglie, si rivolgono alla politica, alla magistratura e ai giornalisti italiani: non lasciateci soli, continuate a fare rumore.
22 febbraio 2026
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