È il momento degli eurobond
Dobbiamo però evitare due errori: pensare che per farli sia necessaria l’unanimità e che possano integralmente sostituire i bilanci nazionali e non essere invece funzionalmente mirati a definiti obiettivi
È morto Domenico, il bambino di Napoli cui era stato trapiantato un cuore «bruciato»
È il momento degli eurobond
Giulio Tremonti | 21 febbraio 2026Dobbiamo però evitare due errori: pensare che per farli sia necessaria l’unanimità e che possano integralmente sostituire i bilanci nazionali e non essere invece funzionalmente mirati a definiti obiettivi
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
«Una rivoluzione che svuoterà i Parlamenti». Si era nel luglio del 1989, e dunque nell’anno bicentenario della Rivoluzione francese, e questo è stato il titolo che il Corriere ha dato a un mio articolo, scritto proprio sul bicentenario.
Già allora era infatti evidente che la ricchezza, pur nella sua parte più affluente e strategica, usciva dai confini nazionali per entrare nella «Repubblica internazionale del denaro», così erodendo le basi politiche degli Stati nazionali. Era così che iniziava la globalizzazione. Questa, dopo quella comunista, l’ultima utopia del Novecento: dopo la vecchia e gloriosa triade «Liberté, Egalité, Fraternité» era l’avvento di una triade nuova, ma parimenti rivoluzionaria: «Globalité, Marché, Monnaie».
Tutto questo e più di questo si è in effetti realizzato nell’ultimo trentennio e su di una scala resa sempre più evidente oggi, proprio con la crisi della globalizzazione. Crisi presente ed evidente in tanti e variegati aspetti e non solo nei conflitti e nelle guerre. Crisi evidente da ultimo nelle polemiche sui tornaconti e sui dazi, come se la globalizzazione fosse stata inventata in Europa e ne avesse beneficiato soprattutto l’Europa, fino alla evidenza dei vizi morali e non solo morali che stanno emergendo dagli Epstein files. Vizi finora non sufficientemente valutati nella loro dimensione politica e tuttavia vizi globali rivelatori dei tratti negativi che hanno caratterizzato proprio le élite che hanno fatto la globalizzazione e che ne hanno goduto e che oggi in varie forme si vedono ancora presenti nei nuovi signori delle cosiddette «repubbliche digitali».
In realtà è con la crisi della globalizzazione che la storia, la storia che doveva essere finita, si è invece rimessa in moto, con il carico degli interessi arretrati e accompagnata dalla geografia. La geografia, con la Cina cresciuta in trent’anni fino ad essere pari agli USA. È così che oggi si vede che gli oceani sono diventati due: Atlantico e Pacifico.
Ed è in realtà da tempo, da prima degli ultimi e forse un po’ rozzi messaggi che ci sono venuti da oltreatlantico, è da tempo evidente il profilo politico di questa nuova geografia. E non per caso, da anni, nei più sofisticati laboratori americani della geopolitica, si studia Tucidide, si studia la guerra del Peloponneso, con il conflitto tra Atene e Sparta in vista di quello a venire, tra America e Cina. La buona notizia è che su questo scenario e certo non con fini di guerra è finalmente arrivata anche l’Europa, certo partendo da luoghi non particolarmente felici e fortunati… come da ultimo Davos e Monaco!
Se la prima tappa dell’Unione è stata economica («Federate i loro portafogli, federerete i loro cuori», così pare abbia detto Jean Monnet) oggi, federati in qualche modo i portafogli, il cammino deve e può proseguire nel campo della politica. Oggi sulla scena si agitano nel ruolo di influencer schiere di globalisti pentiti e di pensatori portatori di pensiero retroattivo.
Dobbiamo invece e possiamo avere fiducia nei nostri governi, a partire dai governi democratici di Francia, Germania e Italia, come è stato al principio dell’Unione e come deve e può essere per il suo futuro. Sulla linea di partenza, è ormai chiaro, ci sono gli eurobond, proposti già nel 2003 per la difesa comune, e poi nel 2010, per reagire contro la crisi finanziaria («Europe must send a clear message, write Jean Claude Juncker and Giulio Tremonti: E-bonds could end crisis», Financial Times, 5 Dicembre 2010). Questa era in specie la soluzione politica giusta e non quella portata dalla finanza che, avendo iniziato con l’austerità e con la «Troika», ha seguitato nel suo opposto, con la follia dei tassi sotto zero.
Oggi gli eurobond si possono e devono fare evitando due errori: pensare che per farli sia necessaria l’unanimità (l’euro è stato fatto senza unanimità e anzi superando fortissimi contrasti!); pensare che gli eurobond possano integralmente sostituire i bilanci nazionali e non essere invece funzionalmente mirati a definiti obiettivi, oggi prima di tutto a quello della difesa dell’Unione. È così che possiamo e dobbiamo avere fiducia nel nostro futuro, ricordando oggi ancora le parole di Goethe: «Il primo passo è libero, è al secondo che siamo tutti obbligati».
21 febbraio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Giulio TremontiÈ il momento degli eurobond
Sabato 21 febbraio 2026 di Paolo MieliLa tenaglia Trump-Putin su Kiev
Sabato 21 febbraio 2026 di Aldo CazzulloIl nuovo vento che spira a Parigi
Sabato 21 febbraio 2026 di Luigi FerrarellaIl caso Rogoredo faccia riflettere prima di parlare
Sabato 21 febbraio 2026 di Beppe SevergniniLe olimpiadi dell'affidabilità
Sabato 21 febbraio 2026 di Paolo LepriAnita, l’altra Orbán e la svolta possibile
Venerdì 20 febbraio 2026 LEGGI TUTTIGli approfondimenti e gli editoriali sui principali temi di attualità, politica, economia e costume curati dalle firme più prestigiose del Corriere della Sera. Scopri opinioni e commenti sui fatti del giorno.
Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti