Cinema, arriva «Portobello»: ecco che cosa ci dice dell'Italia di oggi la storia di Enzo Tortora
Corriere della Sera - Cultura

Cinema, arriva «Portobello»: ecco che cosa ci dice dell'Italia di oggi la storia di Enzo Tortora

Sabato 21 febbraio 2026
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Marco Bellocchio debutta su Hbo con una serie che parla alle nostre coscienze e al mondo distorto dei social

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Cinema, arriva «Portobello»: ecco che cosa ci dice dell'Italia di oggi la storia di Enzo Tortora

di Sara D'Ascenzo

Marco Bellocchio debutta su Hbo con una serie che parla alle nostre coscienze e al mondo distorto dei social

Fabrizio Gifuni nei panni di Enxzo Tortora in «Portobello» di Marco Bellocchio

«Portobello» di Marco Bellocchio

Sei episodi, oltre sei ore per raccontare - sulla nuova piattaforma Hbo, purtroppo non al cinema - la storia della clamorosa macchinazione giudiziaria subita da Enzo Tortora all'inizio degli anni '80, nel pieno della stagione più fortunata di «Portobello», una trasmissione tv pioniera, che generò programmi e generi televisivi per i successivi vent'anni. Nel suo incessante lavoro di scavo sulla realtà degli ultimi 100 anni (da «Vincere» del 2009, su Mussolini a «Il traditore» su Buscetta, di dieci anni dopo a «Esterno notte» del 2022 sul caso Moro) l'86enne Marco Belocchio mette l'orologio indietro di oltre quarant'anni, eppure sembra oggi. La ricostruzione dell'epoca è talmente accurata da far pensare di trovarsi di fronte a un prodotto dimenticato in qualche cassetto delle teche Rai o censurato fino ai nostri giorni. Fabrizio Gifuni incarna Enzo Tortora, dai momenti dell'esaltazione, con il successo clamoroso del programma che inventò con la sorella, alla polvere dell'arresto, con le manette ben esibite davanti a cronisti e fotografi. Bellocchio costruisce la storia come un giallo che sembra contenere altri generi: il film di spionaggio, il film di mafia, perfino, a tratti, la storia d'amore. Seppure l'interpretazione di Gifuni si possa definire mimetica, non è il realismo la caratteristica stilistica di Bellocchio, quanto piuttosto la capacità di spiazzare sempre lo spettatore inserendo nella messa in scena elementi onirici o grotteschi  - come i Pulcinella sognati e poi ritrovati in casa - che portano la narrazione nei terreni del parossismo. Soffriamo con Tortora-Gifuni durante i suoi interrogatori col pubblico ministero Alessandro Preziosi che quasi non lo guarda in faccia e lo fa convocare mentre sta facendo un esame al cuore. Patiamo con lui quando si presenta rasato al primo colloquio con le figlie e la sorella - una brava Barbora Bobulova. Un brivido ci corre lungo la schiena quando alzando le mani ammanettate ci guarda come per dire: vi sia di monito. E ciò che è successo a Tortora può succedere a chiunque oggi, in tempi di social esasperati.  Nell'ultimo registro scelto dal regista - durante il processo - si arriva a un uso della dissolvenza al nero stile «Un giorno in Pretura», con le arringhe e i primi piani che puntano dritti all'emozione. Tutti bravi gli attori: vale la pena menzionare Lino Musella, tremendo e metafisico Pandico, pentito accusatore totalmente strampalato; Paolo Pierobon-Dall'Ara, difensore rigoroso; Fausto Russo Alesi - pm squallido e fisiognomicamente respingente.
Voto: 8. Serie da non perdere, racconto dell'Italia di quasi cinquant'anni fa che parla all'oggi, con i suoi avvertimenti e una realizzazione energica e potente. Da cinema.

«Rental family» di Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki

Giapponese di Osaka trapiantata in America, Hikari ha fatto il percorso inverso del protagonista del suo film, Phillip Vandarploeug (interpretato da Brendan Fraser), che dall'America trova una sua esistenza sghemba nel Giappone in crisi d'identità di oggi. Philip nasce attore e si ritrova ingaggiato per la «Rental Family» una strana agenzia che offre tra i suoi servigi figuranti per riunioni di famiglia, funerali (veri o finti) e perfino finti matrimoni. Quando il suo ingaggio gli impone di diventare (per il tempo necessario ad essere accettata in un'esclusiva scuola privata) il papà di una bambina che non ha mai conosciuto il padre, qualcosa in lui si rompe e Philip deve fare i conti con cosa significhi essere onesti e vivere la propria vita e non la vita degli altri. Lo spunto ricorda, alla lontana, uno dei primissimi film di Lanthimos, «Alps», dove i figuranti in qualche modo colmavano i vuoti lasciati dai morti. Più di dieci anni dopo quel film la società del vuoto si è organizzata e i figuranti coprono la nostra impossibilità progressiva e lancinante di provare emozioni, ma non si può non pensare a «Family Romance» di Werner Herzog del 2019, che lo ricorda per ambientazione - è girato in Giappone - e per assonanza nel titolo. Il film di Hikari ha una sua grazia, soprattutto nella prima parte, e cede un po' il passo alla banalità nella seconda, ma è una classica family comedy da godere con i bambini. Al centro l'espressione di Fraser, l'ex protagonista della «Mummia», dice molto più di quanto potremmo immaginare. 
Voto: 7. Gradevole e godibile, indulge un po' nel buonismo, ma si lascia guardare. E pone un tema cruciale: chi siamo? E soprattutto: chi possiamo amare?

«Dead man's wire - Il filo del ricatto» di Gus Van Sant

Un filo teso, una corda che parte l'8 febbraio 1977 a Indianapolis, quando il broker di mutui Richard O. Hall viene sequestrato dal suo cliente  Anthony G. Kiritsis e tenuto in ostaggio sotto la minaccia di un fucile a canne mozze, e arriva fino a noi, che la storia dei mutui e delle vittime delle banche la conosciamo bene, in Italia come in America e come in chissà quanti altri Paesi. Qui sotto lo sguardo lucido e ironico,beffardo e disperato di Gus Van Sant, che ha sempre guardato agli ultimi, a quelli che in America non ce la facevano a realizzare il sogno americano. Non fa eccezione in questo film, in cui il disperato Kiritsis (un allucinato Bill Skarsgård) che minaccia e maltratta è avvolto comunque da uno sguardo di comprensione da parte del regista. Il film recepisce la lezione dei primi Coen (da «Arizona junior» a «Fargo»), ricostruisce in maniera personale il finire degli anni '70, ci mette una buona dose di ironia e ne fa un ritratto perfetto dell'America senza sogni di oggi, con i potenti che sopravanzano e che finiscono per essere tenuti sotto scacco.
Voto: 7,5. Teso come il filo che evoca, ironico e autoironico, scherza coi generi, li strapazza e li restituisce con una freschezza invidiabile e una qualità di scrittura notevole.

«Domani interrogo» di Umberto Cateni

Tratto dall'omonimo romanzo di Gaja Cenciarelli, (edito da Marsilio) ambientato nella periferia difficile di Rebibbia, il film racconta la storia di un'insegnante di inglese (Anna Ferzetti) che si trova davanti la quinta di un istituto tecnico dove farsi rispettare per i professori è molto difficile. Ma fin dal primo giorno la prof dimostra, all'occorrenza, di saper parlare il loro stesso linguaggio. Inizia così - in maniera un po' troppo facile - un rapporto che diventerà di complicità ma non smetterà mai di essere un rapporto prof/alunni. Cose che non vanno in questo film: la lingua - troppo romanesco, troppe parolacce, troppo «porcoddue» - una semplificazione immediata dei meccanismi delle classi, l'esito scontato, la santificazione troppo fulminea della professoressa. I film sulla scuola sembrano ormai seguire tutti lo stesso copione: il morto ci deve scappare quasi sempre, i prof hanno una vita grama ma a scuola danno il massimo,  i ragazzi imbruttiti tanto imbruttiti non sono. Banalità a pacchi, senza alcuno scavo o senza porsi davvero una domanda.
Voto: 5,5. Scontato e banale, recitato da pari, non ha mai un guizzo, naviga nel piattume del già visto. E Ferzetti non convince. 

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