Chiara Lagani porta in scena Ágota Kristóf: «Guerra, letteratura, visioni: una donna che ha imparato a scrivere da profuga»
Teatro e contemporaneità, la drammaturga racconta la scrittrice ungherese. La pièce a Bolzano e a Trento: storia di esilio, sopravvivenza e rinascita
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Chiara Lagani porta in scena Ágota Kristóf: «Guerra, letteratura, visioni: una donna che ha imparato a scrivere da profuga»
di Silvia M. C. SenetteTeatro e contemporaneità, la drammaturga racconta la scrittrice ungherese. La pièce a Bolzano e a Trento: storia di esilio, sopravvivenza e rinascita
Chiara Lagani
«Ágota Kristóf è un’autrice che mette di fronte all’orrore delle guerre e alla crudeltà umana. La sua scrittura, dura e spietata, insegna come la letteratura possa essere l’unica forma di sopravvivenza al dolore». Chiara Lagani, drammaturga e co-fondatrice di Fanny & Alexander, introduce così la pièce L’analfabeta, in scena oggi e domani al Teatro Comunale di Bolzano e domenica al Cuminetti di Trento, sempre alle 20.30. La compagnia che ha fatto incetta di Premi Ubu, cinque per Trilogia della città di K di Kristóf nel 2024 e due per Se questo è Levi, torna a scavare nell’universo della scrittrice ungherese Ágota Kristóf. Sul palco, nella stagione del Teatro Stabile di Bolzano, Federica Fracassi interpreta Ágota Kristóf: un’operaia in una fabbrica di orologi scrive poesie seguendo il ritmo delle macchine, in una lingua che non ha scelto e che le resterà nemica per sempre. «È la storia di un esilio, di una donna che impara a scrivere da profuga, trasformando il proprio sradicamento in un’opera di capitale importanza per il Novecento».
Lagani, perché portare oggi in scena «L’analfabeta»?
«Perché è un testo autobiografico di Ágota Kristóf, fondamentale. Racconta la vicenda traumatica dell’esilio, la guerra, la fuga dall’Ungheria con una neonata in braccio fino alla Svizzera. Per una scrittrice, trovarsi a ricominciare a vivere imparando una lingua, il francese, che la strappa dalle proprie origini è drammatico. Oggi, tra popoli distrutti e genocidi, la questione della guerra rimane incomprensibile, ma la letteratura permette di guardare alla crudeltà umana e raccontarla, trasformando l’intimità in esperienza condivisa».
Cosa emerge dal monologo in scena?
«La brutalità con cui Kristóf pone le questioni rende l’essere umano quasi animalesco di fronte al dolore fisico. Il suo essere donna passa prima di tutto attraverso l’essere scrittrice: ha dovuto costruirsi maschere e alter ego maschili per raccontare la propria storia, partire da sé era troppo duro. In scena Federica Fracassi si annulla nel vestire i panni della scrittrice: è quasi un miracolo di trasformismo, si ha l’impressione che sia la Kristóf stessa ad alzare la testa dal tavolo di scrittura per parlarci».
Lei ha viaggiato fino a Köszeg, al confine tra Austria e Ungheria, dove tutto è nato. Cosa ha scoperto?
«Ho trovato tutto millimetricamente riconoscibile. Vedendo quel viale di ippocastani descritto nei libri di Ágota Kristóf mi sono detta: “Se questo è vero, è tutto vero”. Mi ha aiutato a capire cosa l’ha spinta a una scrittura così secca, quasi chirurgica. Leggere questi testi è l’unico modo per provare a capire cosa succede oggi, ad esempio in Ucraina. Se vogliamo essere uomini e donne contemporanei, dobbiamo prenderci la responsabilità di passare per queste visioni».
La compagnia Fanny & Alexander ha superato i trent’anni di attività. Com’è cambiata l’urgenza di fare teatro?
«Si parte sempre da un dubbio. Il mondo è precipitato e io mi interrogo spesso su cosa stiamo consegnando alle generazioni future. Sento un’estrema cupezza. Il sistema teatrale si è involuto, la possibilità pratica di realizzazione è difficile, eppure chi fa arte conserva sempre una speranza. La postura etica non cambia: vogliamo raggiungere la comunità con questioni di senso, ma i colori e i modi sono più lacerati».
Progetti futuri?
«Sto lavorando alla versione teatrale del secondo volume di L’amica geniale di Elena Ferrante, dopo il successo della graphic novel. Ma il progetto a cui tengo di più è su Shahrazad, previsto per il 2027. In un mondo che sembra alla fine, la forza del racconto può salvare dalla morte. Sarà uno spettacolo con tre attrici di generazioni diverse: il racconto come cura e rigenerazione politica».
Se non avesse scelto il teatro, cosa farebbe oggi?
«Da ragazzina sognavo di fare la scienziata, volevo lavorare sul genoma umano. Scrissi a Rita Levi Montalcini, che mi rispose con estrema gentilezza invitandomi a andare a trovarla per consigli. Il teatro è stato però un incontro travolgente che mi ha depistata. Ma in fondo sono tornata al primo amore dedicando tre lavori a Primo Levi: ambientarli in un laboratorio di chimica è stato un modo per chiudere il cerchio».
Cosa le dà più gioia?
«Più dei premi, gli incontri: intrecciare visioni forti, capaci di spostare i binari e cambiare il modo di vedere il mondo. Ho scelto il teatro per questo, per il potere immenso di mettere in relazione profonda con la gente».
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20 febbraio 2026
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