Ricordando Vittorio Bachelet
Università e Democrazia: il centenario di un’eredità viva per il nostro presente e il nostro futuro
Ricordando Vittorio Bachelet
Pierpaolo D'Urso* | 20 febbraio 2026Università e Democrazia: il centenario di un’eredità viva per il nostro presente e il nostro futuro
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Nel celebrare il Centenario della nascita di Vittorio Bachelet, come Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione della Sapienza desidero dare voce al pensiero e alla partecipazione dell’intera comunità accademica che rappresento. Una Facoltà che avverte il dovere – civile prima ancora che accademico – di fermarsi a riflettere sul senso profondo della sua eredità.
Non si tratta soltanto di ricordare una figura eminente della nostra Facoltà, né solo di rendere omaggio a uno dei martiri della Repubblica. Ricordare Vittorio Bachelet significa interrogare il presente dell’Università e il futuro della democrazia, alla luce di una testimonianza che resta sorprendentemente viva, in un’epoca in cui le istituzioni democratiche appaiono spesso sotto pressione.
Lo scorso anno, nel mio intervento per il Centenario della Facoltà, in qualità di Preside, ho ricordato come la Facoltà di Scienze Politiche abbia annoverato tra i suoi professori illustri tre figure che hanno pagato con la vita la loro fedeltà alle istituzioni democratiche: Aldo Moro, Vittorio Bachelet e Massimo D’Antona. Ferite che segnano ancora oggi profondamente la nostra comunità. In particolare, l’assassinio di Vittorio Bachelet, avvenuto il 12 febbraio 1980 all’ingresso della Facoltà, al termine di una lezione, colpì il cuore stesso dell’Università, trasformando un luogo di studio e di dialogo in bersaglio della violenza terroristica. Vittorio Bachelet fu vittima sacrificale di una grande e dolorosa transizione storica, che attraversò il nostro Paese in anni segnati da profonde tensioni sociali e politiche. Il suo insegnamento, fondato sul rigore intellettuale, sulla passione civile e su una instancabile dedizione al bene comune, ha lasciato un’eredità inestimabile, ancora viva nella memoria della nostra comunità accademica. Al tempo stesso, la sua perdita ha aperto un vuoto profondo, non solo nella nostra Facoltà e nel nostro Ateneo, ma nell’intero Paese, privato di una delle sue voci più illuminate, autorevoli e responsabili.
Bachelet era, prima di tutto, un professore della nostra Facoltà: insegnò diritto pubblico dell’economia e poi diritto amministrativo, contribuendo in modo decisivo alla formazione di generazioni di studenti e allo sviluppo di una cultura giuridica attenta alle istituzioni e al loro funzionamento concreto. La sua figura incarnava in modo esemplare quell’apertura al sociale e al politico che caratterizza i giuristi formatisi e attivi in questo contesto accademico.
Il suo insegnamento, fondato sul rispetto delle istituzioni, sulla responsabilità personale e sulla centralità del dialogo, costituisce oggi un antidoto essenziale contro il populismo, la polarizzazione del conflitto politico, le derive autoritarie e, su scala globale, contro il riemergere di guerre e volontà espansionistiche che mettono in discussione i fondamenti stessi della convivenza democratica.
Accanto all’impegno universitario, Vittorio Bachelet fu un servitore dello Stato nel senso più alto del termine. Da Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, negli anni più difficili della storia repubblicana, lavorò instancabilmente per rafforzare l’indipendenza della magistratura, consapevole che lo Stato di diritto non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una costruzione quotidiana che richiede responsabilità, misura e dialogo.
La sua azione pubblica era animata da un profondo umanesimo, capace di tenere insieme il riferimento ai valori, l’accettazione della storicità e l’amore per il prossimo, anche quando questo si presentava come avversario. In un presente segnato da forme di comunicazione spesso conflittuali, polarizzazioni e incapacità di riconoscere la legittimità dell’altro, questa lezione di rispetto e di dialogo appare quanto mai urgente.
A conferma della profondità e dell’attualità della sua testimonianza, risuonano con particolare forza le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell’intitolazione della sede del Consiglio Superiore della Magistratura a Vittorio Bachelet: «Essere uomo del dialogo è stata fin da subito una caratteristica della sua attività politica e sociale. Il dialogo rappresentava per lui l'essenza della democrazia più che un metodo. La ricerca del confronto non era strada agevole e talvolta da taluno nemmeno apprezzata in una stagione tra le più tormentate e conflittuali della storia repubblicana. In quegli anni drammatici, Vittorio Bachelet esprimeva la convinzione che il rafforzamento delle istituzioni democratiche si realizzasse non attraverso lo scontro ma con scelte quanto più possibile condivise, di piena e coerente attuazione dei princìpi della nostra Costituzione».
Queste parole non costituiscono soltanto un autorevole riconoscimento istituzionale, ma restituiscono il nucleo più autentico della sua figura: la fede incrollabile nel dialogo come forma alta di responsabilità democratica. Rileggerle oggi suscita una commozione profonda, perché sappiamo quanto quel dialogo sia stato pagato a caro prezzo. In esse si avverte non solo il profilo dello studioso e dell’uomo delle istituzioni, ma la statura morale di chi ha creduto fino in fondo che la democrazia non si difende alzando la voce, bensì costruendo ponti anche quando tutto intorno sembra spingere verso la frattura.
Il terrorismo lo colpì proprio per ciò che rappresentava: un punto di equilibrio tra sapere e istituzioni, tra rigore giuridico e passione civile. Uccidere Bachelet dentro l’Università significò tentare di intimidire il mondo della conoscenza, di spezzare il legame tra formazione critica e democrazia. Ma quel gesto non riuscì a cancellare il senso del suo insegnamento. Al contrario, ne ha rafforzato la forza simbolica. Oggi, tuttavia, quel legame è messo alla prova non dalla violenza armata, ma dal rischio di erosione della fiducia nella scienza, nell’università e nei corpi intermedi della democrazia.
A cento anni dalla sua nascita, l’eredità di Vittorio Bachelet parla con particolare chiarezza al nostro tempo. Le democrazie sono oggi attraversate da nuove tensioni e trasformazioni: una percezione di vulnerabilità dello Stato di diritto, le difficoltà nel preservare pienamente l’equilibrio e l’autonomia delle istituzioni di garanzia, la disinformazione,l’affievolirsi della fiducia nei processi decisionali e una crescente crisi della partecipazione politica, che si manifesta anche nel fenomeno dell’astensionismo elettorale. In questo scenario, il richiamo alla responsabilità personale e istituzionale che attraversa tutta la testimonianza di Bachelet assume un valore decisivo.
Per l’Università, e in particolare per la Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione, il suo lascito si traduce in un compito preciso: formare cittadine e cittadini consapevoli, capaci di pensiero critico e animati dal senso del bene comune. Significa difendere l’Università come spazio di libertà, di confronto e di mediazione, contro ogni forma di violenza, di semplificazione estrema e di odio. In un tempo in cui il sapere è spesso piegato a logiche di utilità immediata o di consenso rapido, riaffermare questa missione è un atto profondamente politico e democratico.
Ricordare Vittorio Bachelet non è dunque solo un atto di memoria, ma un impegno per il presente e per il futuro. Come comunità accademica siamo chiamati a raccoglierne l’eredità, nella consapevolezza che il destino della democrazia passa anche dalle aule universitarie, dal rigore dello studio, dalla qualità del dialogo e dalla coerenza tra valori professati e pratiche quotidiane. In questo senso, Bachelet continua a essere, per la Sapienza e per il Paese, un maestro silenzioso ma esigente, che ci invita a non separare mai l’Università dalla democrazia, il sapere dalla responsabilità.
Oggi, mentre nuove generazioni attraversano questi stessi corridoi e queste stesse aule, il nome di Vittorio Bachelet non può restare confinato all’intitolazione di un’aula, a una lapide o a una commemorazione. Deve diventare una domanda rivolta a ciascuno di noi: che uso facciamo del sapere, del potere che deriva dalla conoscenza, della libertà che l’Università ci affida?
Bachelet ci insegna che la democrazia non vive solo nelle leggi o nelle istituzioni, ma nei comportamenti quotidiani, nella sobrietà del linguaggio, nella capacità di ascolto, nella fedeltà silenziosa al dovere. In un tempo inquieto, segnato da paure collettive e da scorciatoie populiste, la sua figura ci ricorda che il coraggio più autentico è quello mite, paziente, rigoroso di chi costruisce, anziché distruggere.
Come Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione della Sapienza, sento che questo Centenario non riguarda solo il passato, ma ci chiama a una responsabilità attuale e concreta. Se l’Università saprà restare fedele alla lezione di Vittorio Bachelet, potrà continuare a essere non solo luogo di formazione, ma presidio vivo di democrazia, coscienza critica della società e spazio di speranza per il futuro delle nuove generazioni. Onorare la sua memoria significa allora trasformare il ricordo in impegno e responsabilità quotidiana. Oggi e ogni giorno.
* Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione, Sapienza – Università di Roma
20 febbraio 2026
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