Il diritto internazionale ci salva: è patrimonio comune dell’umanità
Corriere della Sera - Cultura

Il diritto internazionale ci salva: è patrimonio comune dell’umanità

Venerdì 20 febbraio 2026
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Oggi la guerra è sempre potenzialmente nucleare. E sono numerose le sfide radicali su cui cooperare. Ecco perché servono i trattati globali

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Il diritto internazionale ci salva: è patrimonio comune dell’umanità

di PIERRE-MARIE DUPUY e TULLIO SCOVAZZI

Oggi la guerra è sempre potenzialmente nucleare. E sono numerose le sfide radicali su cui cooperare. Ecco perché servono i trattati globali

Trudy Kunkeler (1944), «Hugo de Groot», Dordrecht, Paesi Bassi (particolare)

Questo articolo è stato pubblicato su «la Lettura» #742 del 15 febbraio 2026, disponibile nell’Archivio dell’App del supplemento.

«Non ho bisogno del diritto internazionale». Donald Trump al «New York Times».

Nella notte del 3 gennaio, un nuovo colpo basso è stato portato dagli Stati Uniti a quell’ordinamento giuridico internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite di cui, nel 1945, essi stessi erano stati uno dei principali promotori. L’operazione militare lanciata contro il Venezuela costituisce un’attuazione nello stile di Donald Trump della big stick policy degli Usa all’interno del loro terreno di caccia riservato latino-americano. Il disconoscimento deliberato della sovranità del Venezuela, l’ingerenza diretta nei suoi affari interni e il ricorso alla forza nei suoi confronti rappresentano altrettante violazioni flagranti dei principi fondamentali posti dalla Carta delle Nazioni Unite: tutti hanno potuto constatarlo.

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Qualche giorno dopo, Trump minacciava un eventuale ricorso alla forza contro uno dei Paesi membri della Nato, qualora la Danimarca non acconsentisse a cedere il territorio della Groenlandia agli Stati Uniti, che sono il Paese-guida della Nato stessa. All’indomani, il personaggio operava una piuttosto imbarazzante ritirata, probabilmente perché nel frattempo istruito sulle possibilità offerte dall’accordo che esiste dal 1951 tra Danimarca e Stati Uniti circa le basi militari americane in Groenlandia (accordo che può sempre venire modificato a seguito di un sereno negoziato tra due Stati alleati).

Ancora più preoccupante è la dichiarazione fatta qualche giorno dopo da Trump in un’intervista al «New York Times» e ripresa da tutta la stampa mondiale. Alla domanda se vedesse limiti ai suoi poteri, Trump ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale. Non sto cercando di fare del male alla gente».

In sostanza, l’uomo più potente del mondo, colui che ha nelle sue mani la massima capacità politica, militare ed economica dichiara, esplicitamente, di non avere limiti al di fuori di quelli che egli stesso ritenga di porsi e, implicitamente, di essere in grado di valutare il bene e il male meglio di qualsiasi altro e di qualsiasi sistema di valutazione. Non sorprende che un simile individuo sappia indicare, meglio di qualsiasi giuria allo scopo designata, chi meriti il premio Nobel per la Pace. Preoccupa, però, che un simile individuo possa in qualsiasi momento premere quel pulsante che scatena una guerra nucleare e, di conseguenza, determina la quasi immediata distruzione della vita sul pianeta Terra.

Non è possibile ora prevedere quali saranno i seguiti delle azioni e delle dichiarazioni di Trump. È però chiaro che esse sono la totale negazione di quel sistema (per quanto molto imperfetto) stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite e fondato sul divieto dell’uso e della minaccia della forza tra gli Stati. Se chi bombarda meglio degli altri ha più ragione degli altri, il diritto internazionale non esiste. Ogni sistema di diritto si fonda sul presupposto che, in qualche caso, anche il più debole possa avere ragione e pone in essere gli strumenti attraverso i quali la ragione gli venga riconosciuta.

Dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha apertamente rimesso in discussione i principi del multilateralismo. Come annunciato dalla Casa Bianca, il 7 gennaio 2026, egli ha firmato un decreto che dispone il ritiro del suo Paese da 66 trattati o organizzazioni internazionali, tra cui 31 organizzazioni legate alle Nazioni Unite, che «non servono più agli interessi americani». L’obiettivo trumpiano sembra pertanto essere lo smantellamento del diritto internazionale nel suo insieme, come pure degli strumenti normativi e istituzionali destinati alla sua applicazione.

Per varie ragioni, compresa la loro istintiva inclinazione, gli autori di questo articolo non accettano la visione del diritto internazionale propria di Trump.

L’affermazione dell’esistenza di un diritto internazionale trova le sue basi in Huig van Groot (Ugo Grozio; 1583-1645). Per Grozio, anche nei rapporti tra enti che non hanno un’autorità superiore opera il diritto e persino lo Stato più potente non può fare a meno di vincolarsi all’insieme di norme giuridiche che caratterizza la comunità deli Stati . Da questo presupposto traggono ispirazione coloro — il più illustre è Immanuel Kant (1724-1804) — che hanno elaborato progetti (spesso ritenuti utopistici) per realizzare una pace perpetua, che sostituisca l’arbitrato alla guerra tra gli Stati; e da tali progetti discendono idealmente, dopo le due guerre mondiali del secolo scorso, il Patto della Società delle Nazioni (1919) e la Carta delle Nazioni Unite (1945).

Tuttavia, anche concezioni radicalmente diverse sono state proposte da autori non certo secondari. Per Niccolò Machiavelli (1469-1527) il principe deve saper usare sia la legge, che è propria dell’uomo, sia la forza, che è propria della bestia, e molte volte gli è utile ricorrere alla seconda piuttosto che alla prima. Secondo Thomas Hobbes (1588-1679), per gli Stati, come per i gladiatori, la pace è solo una pausa per tirare il fiato tra una guerra e l’altra e nella comunità degli Stati, dove manca un superiore, non può esservi il diritto, ma solo la forza e la frode. Per Baruch Spinoza (1632-1677), gli Stati sono vincolati dai trattati, compresi quelli di pace, ma soltanto finché vi sia un’utilità a osservarli. Secondo Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), le controversie tra gli Stati, se non risolte con un trattato, sono decise dalla guerra.

Lo sfondo di tali concezioni è che la soluzione ideale sarebbe se il diritto internazionale potesse regolare i rapporti tra gli Stati. Ma esso non li regola, perché, vista la natura dell’uomo e, quindi, degli Stati, il diritto internazionale non può esistere nella realtà. Per quanto esse possano o meno venire condivise (e gli autori di questo articolo non le condividono), tali concezioni richiedono comunque un’attenta riflessione.

Affermare o negare l’esistenza del diritto internazionale spesso non cambia la realtà di certe situazioni. In innumerevoli casi gli Stati che hanno violato norme di diritto internazionale spiegano la loro condotta con argomenti che, benché appaiano poco o per nulla credibili, si rifanno a giustificazioni ammesse dallo stesso diritto. Un esempio può essere la principale giustificazione (vale a dire la legittima difesa in base alla Carta delle Nazioni Unite) fornita nel 2022 da Vladimir Putin all’«operazione militare speciale» della Russia contro l’Ucraina.

Ciononostante, le azioni e le dichiarazioni di Trump assumono una diversa dimensione. Se esista o non esista il diritto internazionale a Trump non interessa. Né gli interessa fare finta di avere ragione: gli basta far valere che è il più forte. Preso soltanto da una visione arcaicamente imperiale degli interessi nazionali, l’attuale presidente degli Stati Uniti non cerca neppure di giustificare le sue azioni sul piano giuridico. Che sia inteso una volta per sempre che su tutto prevale l’interesse degli Stati Uniti! Si tratta di una visione non soltanto brutale, ma anche triviale delle relazioni internazionali.

Pur in questo amaro contesto, un elemento appare confortante: a fronte di tanto disprezzo, esibito alla maniera di un cowboy che entra in un saloon con la Colt spianata, si contrappongono i segnali di allarme dati dalla stampa di molti Paesi. La denuncia da parte dei mezzi di comunicazione di un simile spregio del diritto può essere vista come un messaggio rivolto all’opinione pubblica: essa stessa si deve sentire direttamente colpita da queste azioni gravemente illegali. Da tempo, il diritto internazionale non è più soltanto interstatale. Certo, i principali destinatari delle sue norme restano gli Stati, in quanto essi sono gli agenti per realizzare gli obiettivi che tale diritto si propone. Tuttavia il diritto internazionale non è ristretto agli ambienti felpati delle cancellerie diplomatiche o ai convegni accademici tra specialisti, ma riguarda tutti noi.

Tutti siamo direttamente interessati all’osservanza di questo diritto, non fosse altro che per l’importanza del suo obiettivo primordiale, ossia il mantenimento o il ristabilimento della pace. Già da lunga data, in un pianeta divenuto esiguo a causa dell’accrescimento demografico e dell’interdipendenza ecologica ed economica, la pace è un bene indiviso, a maggior ragione nell’epoca atomica. Oggi, anche se questo viene troppo spesso dimenticato, la guerra è sempre potenzialmente nucleare e, più che mai, interessa la sorte di tutti. Non vi è molta scelta: credere nel diritto internazionale è credere nella continuazione del genere umano. Il diritto internazionale è fatto soprattutto per alimentare questa speranza, a condizione che si voglia farne buon uso. Se Yves Lacoste scriveva che «la geografia serve a fare la guerra», il diritto internazionale serve a fare la pace, a meno che non lo si voglia buttare nel dimenticatoio!

Al di là di questa elementare constatazione, il diritto internazionale non è più soltanto il diritto della guerra e della pace, come ai tempi di Grozio. Secondo un’importante sentenza del Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia, «l’essenza di tutto l’insieme del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani sta nella protezione della dignità umana di ogni persona». I diritti umani sono, come i diritti dei popoli, componenti essenziali del diritto internazionale. Essi comportano alcuni principi fondamentali, qualificati come imperativi dagli organi giudiziari internazionali: tali principi fanno parte integrante dello «stato di diritto», non possono venire derogati e riguardano, per definizione, la sorte di ciascuno di noi, come da ultimo dimostra la recente, sanguinaria repressione dei manifestanti in Iran.

I due Patti delle Nazioni Unite sui diritti umani (1966), la Convenzione europea dei diritti umani (1950) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000) contengono norme che stabiliscono i diritti e i doveri della persona umana in una società democratica. L’uccisione arbitraria di individui, la loro sottoposizione a tortura o a sparizione forzata e altri gravi abusi da parte dello Stato sono la conseguenza della degenerazione e della perdita dello stato di diritto.

Ora più che mai, non è il momento della «deregolazione», contrariamente a quanto vorrebbero i «capitalisti dell’Apocalisse» installati nella Silicon Valley. Il Pianeta non si è mai trovato ad affrontare tante sfide radicali, climatiche, economiche o di genere quanto quelle che si presentano nei tempi odierni, anche a seguito dello sviluppo sconsiderato dell’intelligenza artificiale. Per avere qualche speranza di essere sostenute, queste sfide richiederebbero capacità di cooperazione e di negoziato, soprattutto nel quadro delle istituzioni internazionali esistenti, tutte tenute, come gli Stati che le compongono, al rispetto delle regole internazionali. Proprio qui, negli aspetti più concreti delle sue condizioni di vita, ciascuno di noi deve essere vigilante: vi è un interesse immediato a che siano salvaguardati il diritto internazionale e l’ordinamento giuridico entro il quale esso è stato stabilito.

Come affermato recentemente a Davos dal primo ministro del Canada, Marc Carney, la sola via per evitare il trionfo delle potenze egemoni sta nella difesa attiva e realista del multilateralismo e nella fedeltà al diritto. Si può aggiungere che questa difesa deve svolgersi in particolare all’interno delle istituzioni internazionali esistenti, a cominciare da quelle stabilite dall’Onu, e non ricorrendo a organi improvvisati e raffazzonati, che sono palesemente dominati da uno dei principali modelli di un nazionalismo aggressivo totalmente fuori luogo.

Vi è stato un periodo, negli anni Settanta del secolo scorso, in cui la scoperta delle risorse minerali situate nelle profondità marine ha portato l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ad adottare una Dichiarazione solenne sul fondo marino come «patrimonio comune dell’umanità», al fine di sottrarre le sue ricchezze agli appetiti degli Stati più potenti. Oggi, non è più soltanto il fondo marino, ma è l’insieme dei principi fondamentali del diritto internazionale che deve essere designato come patrimonio comune dell’umanità. Noi tutti ne siamo depositari e occorre che ciascuno di noi ne sia cosciente. Altrimenti, vi è il pericolo che il silenzio equivalga a un consenso verso una volontaria servitù, come denunciato già cinque secoli or sono da Étienne de la Boétie (1530-1563) , e che l’arroganza e la trivialità prevalgano sulla dignità umana.

Gli autori dell’articolo

Pierre-Marie Dupuy (Parigi, 1946) è professore emerito di diritto internazionale all’Università Panthéon-Assas, Parigi. Tullio Scovazzi (Milano, 1951) ha insegnato diritto internazionale in vari atenei, tra cui la Bicocca di Milano. Sono entrambi membri dell’Institut de Droit International.

20 febbraio 2026 (modifica il 20 febbraio 2026 | 10:51)

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