Referendum, voto politico una facile previsione
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Caro Aldo,
temo che cinque settimane di campagna elettorale, con i toni infuocati, facciano male al Paese, specialmente considerando l’estrema tecnicità del tema. Credo che solo una minima parte di cittadini voterà nel merito, mentre la gran parte di chi si recherà al seggio sarà orientata a votare pro o contro l’attuale maggioranza al governo. Lei cosa ne pensa?Gabriele Polizzi
Caro Gabriele,
Non dovrebbe essere così; ma è abbastanza inevitabile che sia così. Quando si vota su una riforma fortemente voluta da un governo, inevitabilmente il referendum diventa anche un giudizio sul governo. E i governi spesso i referendum li perdono: accadde a un mostro sacro come De Gaulle nel 1969; accadde al generale Pinochet, che pure aveva i suoi mezzi di persuasione. Non è detto che accada pure adesso. Vedremo. Il divorzio era un tema trasversale, che spaccò la maggioranza: nel 1974 i laici, alleati della Dc, votarono con comunisti e radicali. Il referendum del 2016 divenne un referendum su Renzi, anche perché lui per primo legò il proprio destino al risultato. La Meloni ha evitato questo errore; ma inevitabilmente, proprio perché molti italiani non hanno un’idea precisa sul quesito referendario, il voto diventerà anche un giudizio su di lei. Il Sì ha un limite: la riforma non ha come obiettivo una giustizia più veloce ed efficiente; appare un regolamento di conti tra il centrodestra e la magistratura. Ma il Sì ha anche un vantaggio: un numero crescente di italiani nella magistratura non ha più fiducia, o comunque meno che ai tempi di Mani Pulite. E quando sulla fiducia prevale il timore, la magistratura ha un problema. Il No è più organizzato e compatto; il Sì vincerà se la partecipazione alle urne sarà più ampia. Sia chiaro che non è un auspicio, ma una facile previsione.
20 febbraio 2026
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