La fatica di Sisifo sul Colle
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La fatica di Sisifo sul Colle

Giovedì 19 febbraio 2026
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Da Cossiga a Mattarella: i presidenti della Repubblica arbitri di un conflitto che si ripropone tra politica e magistratura

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Marzio Breda | 19 febbraio 2026

Da Cossiga a Mattarella: i presidenti della Repubblica arbitri di un conflitto che si ripropone tra politica e magistratura

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Un potere dello Stato che ne intimidisce un altro delegittimandolo in una logica di annientamento, materializza prospettive inquietanti nella prova di forza tra politica e giustizia. Il pericolo è che, in una campagna referendaria fuori controllo, il sistema entri in torsione e si incrini l’equilibrio di pesi e contrappesi della nostra democrazia. Contro questo rischio il presidente della Repubblica ha lanciato un forte richiamo, l’altro ieri, a tutela del «ruolo di rilievo costituzionale» del Consiglio superiore della magistratura. Basterà a bagnare le polveri e spegnare il fuoco del conflitto? Difficile dirlo, considerato che le ostilità contro le toghe si sono subito riaccese, più o meno ricambiate dall’altro versante. Così, quella di Sergio Mattarella sembra una fatica di Sisifo al pari degli analoghi tentativi compiuti dai suoi predecessori degli ultimi trent’anni. 

Analizzando per cenni quei capitoli, risulta inaccettabile che dopo tanti scontri ancora non si riesca a uscirne decentemente.
Assai citato, a parti invertite rispetto a quanto accaduto adesso, Francesco Cossiga, che nel 1991 minacciò di mandare i carabinieri nella sede del Csm, dai cui membri si sentiva boicottato. «Pretendono di comandare come una Terza Camera in barba alla Costituzione e di esercitare una supplenza politica», disse. E reagì comportandosi come il capitano di un veliero che accusa di ammutinamento i marinai per aver trasgredito, in quel caso, un suo veto sull’ordine del giorno. Allora si limitò a diffidarli, ma nell’85, appena eletto, aveva davvero fatto circondare il palazzo da un reparto antisommossa dell’Arma, perché le toghe «volevano colpire» il premier in carica, Craxi. Poi, qualificò la sua mossa come uno stress test per verificare come reagiva l’istituzione avversaria all’ipotesi di riforma caldeggiata dal Colle.

Dopo la sua sfida, accenti critici sul protagonismo dei magistrati, e in particolare sui metodi delle Procure, li hanno espressi tutti. Sempre difendendone, comunque, l’autonomia e l’indipendenza, assieme al loro organo di autogoverno. Scalfaro, per esempio, dapprima incitò i magistrati a «resistere», dopo le stragi di Falcone e Borsellino, trovandosi pochi mesi più tardi a contestare però «il tintinnar di manette» fatto echeggiare dai Pm davanti agli imputati di Tangentopoli. Suono sinistro, che il presidente (ed ex giudice) trasformò infine in un «tintinnar di vendette» in un libro nel quale sottolineava soprattutto le ritorsioni della politica.
Analoghe prove di dissuasione le fece Carlo Azeglio Ciampi, eletto con il sostegno di Berlusconi e poi finito a impegnarsi in un faticoso duello con il centrodestra al governo per quello che era l’incubo del Cavaliere: «la persecuzione giudiziaria delle toghe rosse». Premier che, per immedesimare i sostenitori e giustificare certe leggi in cantiere, aggiungeva: «Una mia condanna sarebbe un colpo di Stato».

Identico destino ebbe Giorgio Napolitano, il quale, nel giugno 2009, con salomonica equidistanza inventò una soluzione inedita per imporre una tregua nella guerra tra politica, potere esecutivo e ordine giudiziario: convocò tutti al Quirinale e ottenne l’impegno ad assicurare «un costruttivo confronto nel reciproco rispetto». Durò poco, la promessa congiunta. Infatti, si trovò lui stesso improvvidamente chiamato in causa nel ginepraio giudiziario sulla trattativa Stato-mafia, per alcune telefonate, intercettate dai Pm di Palermo, di Nicola Mancino, che lo aveva assillato a lungo chiedendogli aiuto. Quel teorema giudiziario, tuttavia, non resse e il presidente si scrollò di dosso ogni ombra aprendo le porte del Colle alla Corte d’Assise siciliana, lasciandosi interrogare a telecamere accese per tre ore e mezza, al termine delle quali i magistrati lo ringraziarono, quasi scusandosi.

Tutto questo mentre già si profilavano certe questioni che hanno avvelenato il tema giustizia nell’ultimo decennio, investendo la presidenza Mattarella e che, nonostante gli appelli bipartisan del presidente, sono rimaste irrisolte. Nodi impossibili da archiviare con indifferenza: i poteri consultivi del Csm e il suo ruolo politico, il mercato delle carriere e le manovre spartitorie delle correnti per scalare i vertici del Consiglio, tanto per stare al versante della magistratura; sull’altro versante il più o meno subdolo, e spesso delegittimante, modo di coinvolgere le piazze (reali e dei social) per eccitare scorciatoie legislative o forme di giustizialismo qualunquista, alla ricerca di capri espiatori a ogni costo. Di questo bisognerebbe parlare, con chiarezza, nel mese che ci separa dal referendum.

19 febbraio 2026

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