La baruffa quotidiana (e chi non va più a votare)
Corriere della Sera - Cultura

La baruffa quotidiana (e chi non va più a votare)

Giovedì 19 febbraio 2026
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Tra urla e astensioni stiamo assistendo alla crisi della partecipazione. C’è un Paese che manca all’appello: la nuova maggioranza silenziosa

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La baruffa quotidiana (e chi non va più a votare)

Walter Veltroni | 19 febbraio 2026

Tra urla e astensioni stiamo assistendo alla crisi della partecipazione. C’è un Paese che manca all’appello: la nuova maggioranza silenziosa

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E se le cose non stessero come ci appaiono? Se il nuovo mainstream fosse prevalentemente una illusione ottica, forse non innocente? Davvero dovremmo accettare l’idea che le opinioni pubbliche occidentali siano rappresentate dalle posizioni sempre più estreme, da quell’impasto di estremismo e di rancore, di odio e di delegittimazione che ormai è diventato l’esperanto di tutti i social e della politica moderna?
Non c’è dubbio, negarlo è da irresponsabili, che questo linguaggio sia una marea montante, perché la dinamica naturale dell’odio è chiamarne altro, è alimentare una spirale.
Ma se ciò appare, in varie forme di populismo e di estremismo, la scelta di molti elettori, è però giusto chiedersi: ma è davvero questo il pensiero della totalità dei cittadini?

Perché purtroppo non necessariamente le due definizioni coincidono più perfettamente, in un tempo in cui si reca alle urne spesso meno della metà degli aventi diritto. Non sono più le stagioni delle scalinate piene di elettrici emozionate del film di Paola Cortellesi né quelli di referendum, come fu per il divorzio, in cui quasi il novanta per cento degli italiani partecipa alla consultazione.
Sia chiaro che ogni governo eletto, anche da una minoranza di elettori, è pienamente legittimo. Magari poi sarebbe bene ricordasse, lo dico erga omnes, che, soprattutto se si è ottenuto il quaranta per cento del sessanta per cento dei votanti, bisognerebbe aumentare, non ridurre, il senso di responsabilità e la tensione a unire il Paese. Vincere le elezioni, in democrazia, non equivale a prendere il potere.

La separazione tra cittadini e elettori è uno degli elementi corrosivi della democrazia. Meno gente vota e più possono prevalere le posizioni estreme e la competizione politica può essere segnata, com’è da tempo in Italia, da tsunami, estemporanei e contraddittori, che durano lo spazio di una consultazione. Hanno preso il trenta per cento, negli ultimi quindici anni, la Lega, il Pd, i Cinque Stelle, Fratelli d’Italia. L’elettorato, come dicono i colti, è volatile e, aggiungo io, umbratile. Ma nessuno si preoccupa di chiedere ai quindici milioni, non inezie, di italiani che nel 2022 sono stati a casa — e tutte le elezioni successive dicono che si tratta di un fenomeno in clamorosa crescita — perché non hanno più voglia neanche di votare, di partecipare alla scelta di chi deve guidare l’autobus su cui tutti, ci piaccia o no, siamo seduti.
Mi sono fatto un’idea, mi piace discuterne: che esista in verità, e non sia minoritario, un desiderio di serietà, responsabilità, rigore, moderazione dei toni, competenza che oggi il sistema politico italiano non è in grado di interpretare. E che sia in realtà una domanda di cambiamento.

Escludo che persone animate da posizione estreme trovino oggi, nella foresta di coltelli del dibattito politico, ragioni per disimpegnarsi. Anzi, per quella parte di Paese esiste — non si può persino escludere sia un bene ai fini della partecipazione — un variopinto bouquet di posizioni populiste, di destra e sinistra, demagogiche, nazionaliste, segregazioniste, discriminatorie, intolleranti, autoritarie.
Sono gli altri che mancano all’appello. Quelli che non si sentono a loro agio in mezzo alla baruffa quotidiana, che provano fastidio per l’improvvisazione e la rissosità, per le urla, non è una metafora, che si sono sostituite ai discorsi, per le invettive che hanno preso il posto dei ragionamenti, per la delegittimazione dell’avversario che ha sostituito il dialogo tra diversi.
Voglio dire che, sommando gli astenuti e il consenso che comunque ricevono le forze meno estreme, probabilmente esiste una maggioranza silenziosa degli italiani che preferisce, attingendo alla memoria, il senso dello Stato di Carlo Azeglio Ciampi a tante sguaiate grida di una politica che mena e ride, che insulta e canta, che si divide, come in un asilo infantile, tra chi usa il governo come un santino e chi come l’effige del demonio. Lo stiamo vedendo in questa campagna referendaria condotta con toni assurdi, a proposito dei quali il presidente Mattarella, non per caso l’uomo pubblico più amato degli italiani, ha dovuto richiamare tutti alla compostezza.

Una politica dei recinti e dell’olio bollente da scagliare sugli avversari esclude, non include. Fa stare a casa, non suscita sogni e non accende desiderio di partecipazione popolare.
Sia chiaro: non penso affatto che questo significhi la ricostruzione di un centro moderato vecchio stile, ci mancherebbe.
Credo, al contrario, che questo Paese abbia bisogno di bipolarismo e di alternanza, non di governi contrattati, tanto più con i partiti svuotati e affaticati di questa fase.

Credo però che nei due schieramenti, anche come sono oggi, debba prevalere un indirizzo che, rimuovendo la facile tentazione dell’estremismo verbale o peggio dell’alterazione delle regole del gioco costituzionali, faccia capire che, all’interno della democrazia, destra moderata e riformismo di sinistra sono portatori non di logiche di distruzione, ma di due visioni diverse, programmatiche e ideali, di società. E che la radicalità, la serietà e la concretezza non sono un ossimoro.
Se negli anni Settanta la «maggioranza silenziosa» era mossa dal desiderio di frenare cambiamenti possibili, oggi il disimpegno di massa ha, secondo me, al suo interno invece una fortissima volontà di affermare i valori più innovativi di cui oggi una società, scrollandosi di dosso l’armatura dei social e del loro linguaggio semplificato, ha bisogno.

Oggi nel silenzio e nella lontananza di quei milioni di italiani, io vedo più speranze che rancori, più serietà che demagogia, più bisogno di sogni e programmi che desiderio di risse e di urla.
Bisogna ascoltare e comprendere questa domanda diffusa e sfiduciata, capire che bisogna cercare a uno a uno chi si è allontanato. E che questo non è solo un servizio reso alla propria parte politica, ma il modo migliore per evitare che la democrazia si corroda per dispersione del suo principale garante, la partecipazione attiva dei cittadini.
Scriveva Norberto Bobbio nel suo «Elogio della mitezza»: «Identifico il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odii di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica».

19 febbraio 2026

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