Morta l’étoile Anna Razzi. Era la signora della danza, disse no a Nureyev e sì al San Carlo
Corriere della Sera - Cultura

Morta l’étoile Anna Razzi. Era la signora della danza, disse no a Nureyev e sì al San Carlo

Giovedì 19 febbraio 2026
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Del Massimo di Napoli è stata direttrice della Scuola di ballo dal 1990 al 2015

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Morta l’étoile Anna Razzi. Era la signora della danza, disse no a Nureyev e sì al San Carlo

di Laura Valente

Del Massimo di Napoli è stata direttrice della Scuola di ballo dal 1990 al 2015

«Mi voleva a tutti i costi. E io dissi di no». Anna Razzi raccontava così, con una semplicità quasi divertita, uno degli episodi che meglio la definivano. Rudolf Nureyev la cercava per un Don Chisciotte alla Scala, lei invece partì per ballare Giulietta in Belgio. Rudy si offese e si vendicò, affidandole un ruolo minore nel balletto successivo. Lei lo ricordava senza compiacimento: non era una sfida personale, era un’idea precisa di sé. Quel “no” era il suo carattere: un misto di orgoglio, libertà, disciplina e temperamento.
Il Teatro di San Carlo ne ha annunciato ieri la scomparsa con le parole che si devono a una grande protagonista della sua storia coreutica. Direttrice della Scuola di ballo — la più antica d’Italia — dal 1990 al 2015, poi presidente onoraria, e alla guida del Corpo di Ballo dal 2006 al 2009, Anna Razzi ha segnato una stagione decisiva della vita culturale italiana. Già étoile alla Scala, aveva attraversato il Novecento accanto ad alcune delle sue icone: Maurice Béjart, Roland Petit oltre che Nureyev, naturalmente. Erano loro a volerla, a riconoscere in lei qualcosa che andava oltre la tecnica: una presenza scenica, un’intelligenza del gesto, una personalità. Béjart la osservava con attenzione assoluta, come per misurare fin dove potesse arrivare. Petit le dedicò nuove visioni coreografiche. Anna apparteneva a quella generazione di artisti che non erano consumati dallo star system, ma lo attraversavano con una fierezza artigiana. Parlava come danzava: con frasi capaci di risolversi sempre in un affondo finale, uno sguardo profondo, una parola netta.

«Penso di essere nata con le punte tese», diceva sorridendo, come se fosse un dato biologico più che una metafora. A Napoli arrivò come arrivano le persone che cambiano davvero un’istituzione: senza proclami, con il lavoro. Alla Scuola di Ballo del San Carlo impose regole ferree, una disciplina tecnica quasi ossessiva, un rispetto per la sbarra come per la scena. Era una donna severa, a volte ruvida, incapace di indulgenza facile. Ed era anche vanitosissima, nel modo teatrale e quasi infantile delle grandi étoile. Amava la propria immagine, la propria storia, la luce che la danza lascia addosso anche quando il sipario è chiuso. Una vanità mai superficiale: Anna apparteneva alla scena come altri appartengono a una patria. «Anche io avevo un bel caratterino», diceva, e Bojanckino la definiva «un cavallino di razza che recalcitra». Forse per questo amava Roland Petit, «lunare, inquieto, vibratile», più di ogni altro. Nella sua vita c’è stato anche un amore lungo, quello con Silvano Lupetti, giovane regista della Scala, durato trentuno anni, fatto di intendimenti e di un’intimità costruita sulla stessa passione per il palcoscenico.

Anna si iscrisse all’Accademia dei Filodrammatici, recitò, fece televisione. «Se mi costa tanto ballare, faccio l’attrice», scherzava. Ma non lasciò mai davvero la danza. Una volta mi disse: «La danza non è gentilezza. È sacrificio. È precisione. È carattere». Per lei era una missione: non si è mai accontentata di semplici esecutori, voleva interpreti. La tecnica era un dovere, ma non bastava. Aveva un modo tutto suo di accarezzare i suoi allievi: non sapeva consolare, non amava le smancerie. Il suo gesto affettivo era artistico. Costruiva coreografie per i più giovani, modellava ruoli su misura, offriva loro la possibilità di sentirsi visti. In questa città passò gran parte della sua vita. «Ho un rapporto di amore e rabbia con Napoli. È bellissima, meriterebbe di essere adorata e sostenuta. E invece non lo è», ripeteva negli ultimi anni. Eppure proprio qui ha lasciato la sua impronta più profonda: un modello di formazione, dedizione e disciplina, anche fuori dal palcoscenico.
Con la sua scomparsa se ne va una parte importante della danza italiana del Novecento. Resta una scuola, e resta una generazione di artisti cresciuti sotto il suo sguardo. Anna Razzi continua lì.

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19 febbraio 2026 ( modifica il 19 febbraio 2026 | 08:12)

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