Cosa vedere al Museo dell'auto di Torino: l'opera d'arte, l'auto con il motore di un'aereo e la Fiat del 1907 che dominava il mondo
Corriere della Sera - Cultura

Cosa vedere al Museo dell'auto di Torino: l'opera d'arte, l'auto con il motore di un'aereo e la Fiat del 1907 che dominava il mondo

Giovedì 19 febbraio 2026
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La direttrice Lorenza Bravetta racconta i gioielli del Mauto. La sua storia, il record di visitatori e il riconoscimento del New York Times

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Cosa vedere al Museo dell'auto di Torino: l'opera d'arte, l'auto con il motore di un'aereo e la Fiat del 1907 che dominava il mondo

di Paola Stroppiana

La direttrice Lorenza Bravetta racconta i gioielli del Mauto. La sua storia, il record di visitatori e il riconoscimento del New York Times

Il Museo nazionale dell’automobile Torino — meglio noto come Mauto — è uno dei più antichi musei del suo genere al mondo. Nato nel 1933 da una prima esposizione di vetture storiche ideata da due pionieri del motorismo italiano, Cesare Goria Gatti e Roberto Biscaretti di Ruffia, ha preso forma e sostanza grazie alla visione di Carlo Biscaretti di Ruffia (figlio di Roberto), cui si deve la costruzione di una collezione sistematica e la nascita di un’istituzione museale vera e propria. Quest’ultimo, con straordinaria lucidità, comprese che quelle che allora apparivano come semplici automobili erano destinate a diventare, in futuro, testimonianze storiche di valore inestimabile. Il museo, così come lo conosciamo ora, apre al pubblico nell’autunno del 1960, nella sede progettata dall’architetto Amedeo Albertini.

Nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’edificio viene completamente rinnovato e ampliato su progetto di Cino Zucchi, con l’allestimento scenografico di François Confino. Alla riapertura il New York Times inserisce il Mauto tra i 50 musei più belli al mondo, riconoscendone l’impatto architettonico e narrativo. Dall’ottobre 2023 il museo è diretto da Lorenza Bravetta: al suo attivo una lunga esperienza nel mondo della curatela e della progettazione culturale, in particolare nell’ambito della fotografia, con incarichi di caratura internazionale come Magnum Photos e l’esperienza di Camera – Centro italiano per la fotografia. La sua nomina ha segnato un deciso cambio di paradigma: Bravetta ha proposto un piano progettuale che mira a fare del Mauto non solo un luogo di conservazione ma un centro di produzione culturale, aperto al dialogo con le arti contemporanee e ad una rilettura critica della storia dell’automobile. Una proposta condivisa dal presidente Benedetto Camerana, dal consiglio di amministrazione (l’associazione che la gestisce è partecipata al 25% dal Comune di Torino) e dal team scientifico del museo. La direttrice ci guida in questa visita del museo. «Vi racconto le meraviglie del Mauto», esordisce. «I nostri visitatori hanno da zero a cento anni».

Come sono strutturati il museo e la collezione?
«Il museo si estende su una superficie di 22 mila metri quadrati e dedica due piani alla collezione permanente. Il piano terra, recentemente restaurato, è stato riconfigurato come grande spazio modulabile per le esposizioni temporanee, e ad esempio oggi ospita parte della collezione Sandretto Re Rebaudengo in occasione dei suoi 30 anni. La collezione principale conta circa 280 vetture, alcune dal valore di decine di milioni di euro. Il garage Open, visitabile su appuntamento, contiene gran parte delle auto non in esposizione. Un vastissimo archivio, conservato nel Centro di documentazione, accompagna le vetture, comprendendo disegni, componentistica e materiali biografici».

Chi è il visitatore tipo e qual è l’affluenza del museo?
«Nel 2024 il museo ha registrato il record di 400 mila visitatori. Il pubblico si distingue per un’ampia varietà anagrafica, che abbraccia tutte le età. Il dato che ci sembra particolarmente significativo è il progressivo abbassamento dell’età media dei visitatori, oggi attestata intorno ai 37 anni».

Ha selezionato tre opere significative per noi: tra queste c’è l’installazione di Robert Kuśmirowski, un artista contemporaneo. Cosa rappresenta per il museo?
«Kuśmirowski è uno dei più noti artisti della sua generazione, celebre per le sue sofisticate installazioni in cui assembla e rielabora materiali di scarto, ricostruendo ambienti in bilico tra il verosimile e l’onirico. Ha realizzato questo atelier meccanico di inizio Novecento, utilizzando pezzi originali donati da privati. La collaborazione con lui è iniziata con una mostra dedicata al collezionismo delle automobili giocattolo a cura di Guido Costa. L’opera è parte del progetto Convergenze curato dallo storico dell’arte Giacinto di Pietrantonio e dedicato al dialogo e alle inaspettate intersezioni tra oggetti industriali e immagini artistiche, tra design, memoria e immaginazione».

La seconda opera che ha scelto è una vettura, la Monaco - Trossi del 1935.
«Un’automobile straordinaria, donata al museo nel 1940, un anno dopo la scomparsa di Carlo Felice Trossi, figura centrale del motorismo sportivo dei primi decenni del Novecento a cui, nel 2024, abbiamo dedicato una mostra: pilota, progettista, un vero genio creativo. È un esemplare eccezionale dal punto di vista sia tecnico che formale: monta un motore d’aereo, ha una forma aerodinamica accentuata, ed è una delle prime donazioni davvero significative della collezione. Ma ciò che la rende emblematica è il fatto che, nel 1966, il progettista Augusto Monaco, che collaborò alla sua realizzazione, donò al museo tutti i disegni tecnici. Nel 2024 la famiglia ha completato questa storia con una nuova donazione: foto private, ritagli di giornale e materiali raccolti dalla madre di Trossi. È l’esempio perfetto di cosa significa, per noi, accogliere una vettura: non solo conservarla, ma valorizzarne il significato culturale».

La terza opera è la Fiat HP del 1907, un’auto simbolo anche dal punto di vista del restauro.
«La Fiat 130 HP con motore a quattro cilindri verticali biblocco, progettata dall’ingegner Giovanni Enrico, ha dominato le principali competizioni internazionali di inizio secolo: dalla Targa Florio al Gran Premio di Francia. Ha 130 cavalli, 16 litri di cilindrata, e pensare che potesse raggiungere i 200 chilometri orari è ancora oggi sorprendente. Quando è arrivata al museo era in condizioni pessime, sia dal punto di vista della carrozzeria che del motore. Tra il 2018 e il 2021 è stata oggetto di un importante restauro conservativo e funzionale realizzato dal Centro di conservazione e restauro del Mauto, inaugurato nel 2016 e unico nel suo genere. Questa vettura rappresenta perfettamente un’altra funzione fondamentale del museo: restituire funzionalità e senso a queste opere d’ingegno straordinarie».

Cosa augura al Mauto?
«Di proseguire con coerenza il percorso intrapreso: uno sviluppo che non si misuri solo dal numero dei visitatori, che pure è fondamentale per lo sviluppo dell’istituzione, ma dalla capacità di produrre contenuti di alto valore, capaci di restituire pieno senso e legittimità alla collezione. Per farlo è oggi essenziale consolidare autorevolezza e relazioni, soprattutto sul piano internazionale. Il coinvolgimento del pubblico, finora, ci indica che è la strada giusta».

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