Chiara Francini: «La forza non è l’assenza di fragilità, è il modo in cui la si attraversa. Franca Rame ci insegna che l'intelligenza femminile non è accomodante»
Corriere della Sera - Cultura

Chiara Francini: «La forza non è l’assenza di fragilità, è il modo in cui la si attraversa. Franca Rame ci insegna che l'intelligenza femminile non è accomodante»

Mercoledì 18 febbraio 2026
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L'attrice toscana in tour con il monologo «Forte e Chiara» tratto dal suo successo editoriale omonimo: «È uno spettacolo che non accarezza, ma guarda»

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Chiara Francini: «La forza non è l’assenza di fragilità, è il modo in cui la si attraversa. Franca Rame ci insegna che l'intelligenza femminile non è accomodante»

di Paola Gabrielli

L'attrice toscana in tour con il monologo «Forte e Chiara» tratto dal suo successo editoriale omonimo: «È uno spettacolo che non accarezza, ma guarda»

Chiara Francini torna il 19 febbraio al Teatro Celebrazioni a Bologna con «Forte e Chiara», il monologo tratto dal suo successo editoriale omonimo (ore 21, info 051-4399123). Accompagnata da Francesco Leineri, autore delle musiche, diretta da Alessandro Federico, l’attrice e scrittrice ripercorre la propria vita. Ma il monologo su quella storia di ragazza di provincia che si lancia nel mondo piena di sogni, con caparbietà, che nella seconda parte si trasforma in una riflessione sulla tirannia del denaro, del potere, per chiudersi sulla condizione femminile, ci riguarda un po’ tutti, perché «parla di una vita umana».

«Forte e Chiara» torna al Teatro Celebrazioni a grande richiesta: perché piace così tanto?
«Perché non chiede consenso. È uno spettacolo che non accarezza, ma guarda. Non promette redenzione: propone riconoscimento. Racconta una postura nel mondo, non una carriera. La forza non è l’assenza di fragilità, è il modo in cui la si attraversa. Oggi è raro vederlo in scena».

Lo spettacolo parla di lei, ma quante persone ci si possono riconoscere?
«Molte, perché non parla della mia vita pubblica ma di una vita umana. Provincia, desiderio, vergogna, corpo che cambia, ambizione che non chiede permesso. È personale solo in apparenza: in realtà lavora su ciò che ci accomuna, su quello scarto tra ciò che siamo e ciò che ci è stato chiesto di essere».

Il monologo ha subito variazioni?
«Sì, perché è vivo. Non è un monumento ma un organismo. Cambia perché cambio io e perché cambia il tempo che lo riceve. Aggiungo solo per necessità, tolgo molto. Resta ciò che regge lo sguardo del presente».

Contemporaneamente porta in tournée «Coppia aperta quasi spalancata»: cosa ci insegna oggi Franca Rame?
«Che l’intelligenza femminile non è accomodante. Quel testo, scritto quasi interamente da Franca Rame, parla di potere, ipocrisia, libertà usata come alibi. Dopo quarant’anni è ancora feroce perché non giudica: smaschera. E lo fa ridendo, che è una forma alta di lucidità».

È appena uscito «Agata Christian – delitto sulle nevi»: un titolo a doppio senso…
«Sì, perché il film gioca con i generi senza tradirli. È un giallo e una commedia nera, un racconto sul controllo e sull’eredità. Mi interessano i progetti che sembrano leggeri e invece lavorano in profondità».

Ha condotto i Rainbow Awards 2026: vede pericoli attorno ai diritti umani?
«Il pericolo è la normalizzazione della regressione. I diritti non arretrano di colpo: scivolano. Per questo eventi come i Rainbow Awards non sono celebrazioni ma presìdi. Non basta dichiararsi inclusivi: bisogna restarlo quando costa».

Dopo Bologna riceverà il Premio Levriero a Campi Bisenzio: cosa vuol dire per lei?
«È un premio che parla di ritorno. Campi è un luogo di origine, non solo geografica. Riceverlo lì significa chiudere un cerchio senza addomesticarlo. Non è nostalgia, è riconoscenza».

La scrittura: che posto occupa?
«È il centro. "Le querce non fanno limoni" nasce da lì ed è un romanzo sulla Resistenza. Sono felice di fare l’incontro con i dirigenti dell’Anpi di Modena: l’Anpi rappresenta una memoria attiva, una responsabilità che non si eredita ma si esercita, ogni giorno, nel presente».

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