Felice Manzinello, l’ufficiale catturato dagli inglesi che scalò l’Himalaya: «Vedere quei posti non faceva pesare la prigionia»
Una conferenza e un libro sulla vita di Felice Manzinello, morto nel 2023 a 105 anni. Combatté in Libia, finì in India con altri 33mila prigionieri connazionali. Non avendo una macchina fotografica, disegnò tutto in un diario
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Felice Manzinello, l’ufficiale catturato dagli inglesi che scalò l’Himalaya: «Vedere quei posti non faceva pesare la prigionia»
di Roberto BrumatUna conferenza e un libro sulla vita di Felice Manzinello, morto nel 2023 a 105 anni. Combatté in Libia, finì in India con altri 33mila prigionieri connazionali. Non avendo una macchina fotografica, disegnò tutto in un diario
Felice Manzinello in una foto recente, prima della morte. Nel riquadro, i militari prigionieri a Yol
All’ufficiale trentino Felice Manzinello dieci giorni di guerra in Libia costarono cinque anni di prigionia in India. Della sua storia ne parlano oggi, mercoledì 18 febbraio, a Trento alle 17.30 all’Officina dell’Autonomia nell’incontro-conferenza «Un prigioniero trentino sull’Himalaya: la storia di Felice Manzinello nella seconda guerra mondiale». E oggi viene anche presentata la sua inedita intervista realizzata dalla Sat di Trento, in occasione della donazione da parte dei figli di Manzinello alla Fondazione Museo storico del Trentino, di foto, disegni e testimonianze di questo ufficiale trentino che è vissuto 105 anni, morto a Trento il 19 febbraio 2023. Catturato dagli inglesi nell’aprile 1940 a Tobruk, il sottotenente Manzinello (classe 1917) finì prigioniero in India con 33mila connazionali. Nel campo di Yol alle pendici dell’Himalaya, dall’autunno del 1942 a loro era consentito girare senza scorta, durante un’escursione Manzinello con quattro compagni, scalò l’Himalaya e arrivò fino a quota 5.200. «Finalmente liberi», scrisse nel suo diario. Il racconto delle imprese di Manzinello oggi pomeriggio a Trento è a cura di Lorenzo Gardumi, Jessica Ognibeni, Michele Toss della Fondazione Museo storico del Trentino e Fabio Mattevi presidente dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra Trento, con il direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi e Lorenzo Pevarello.
La cattura in Libia e l'arrivo a Bombay
«La particolarità della storia e del materiale che ci è stato donato – spiega Michele Toss , Fondazione Museo storico del Trentino - consente di entrare idealmente nel campo di prigionia di Yol riservato agli ufficiali italiani, riflettendo sulla poco nota esperienza dei tremila prigionieri trentini della seconda guerra mondiale, catturati soprattutto in Africa tra il 1940 e il ‘43 e smistati tra i campi di concentramento africani e quelli in Inghilterra, Usa e India». Il racconto di Manzinello parte dall’arrivo in Libia nell’aprile ’41 con i rinforzi uniti alle truppe del maresciallo Rommel. Catturato dagli inglesi mentre era in avanscoperta, dopo due mesi in Egitto e una sosta forzata ad Aden a 60 gradi, via nave giunse a Bombay con un migliaio di ufficiali italiani, ripartendo in treno per Bangalore finché dopo altri 7 giorni di treno nel maggio ’42 Manzinello arrivò a destinazione. «Lì a duemila chilometri dall’Himalaya finalmente si respirava».
L'ascesa dell'Himalaya
Oltre a contattare la gente dei vicini villaggi, Manzinello ha potuto fare lunghe escursioni in compagnia: la più interessante fu quella verso la seconda catena dell’Himalaya che si concluse dopo 3 giorni a 4.200 metri, lì seguì le cerimonie religiose nel tempio. Non disponendo di macchina fotografica, il trentino testimoniò quel che vide disegnando ogni cosa, vette incluse. Quando gli italiani si fermarono a Brahmaur, paese dove aveva vissuto Brahma (il «dio generatore») videro 84 antichissimi templi tra cui quelli in cui era venerato l’organo sessuale maschile. «Quando eravamo sul ghiacciaio a 5.200 metri senza occhiali da sole, per proteggermi gli occhi ho fatto una mascherina con una striscia di fodera della giacca – raccontava Manzinello – . Vedere le bellezze di quei posti faceva sentire meno pesante la prigionia». Nei suoi scritti, Manzinello ricordò anche la genialità italiana: alcuni ufficiali costruirono una radio clandestina che creò un legame con il mondo esterno. O come quando con un rudimentale alambicco si faceva la grappa con uva marcia e zucchero di canna, poi venduta agli inglesi. «Nella baracca 12 eravamo 4 trentini su 6. Ricordo il barone Buffa, Cesare Rossi, Elvio Tasin, Cescatti, Bonani». Quando poi nell’aprile ’46 tra i primi rientrò in Italia, a Manzinello fu difficile riadattarsi. «Per mesi non volevo incontrare nessuno. Tuttora – disse - non riesco a non guardare ogni giorno il mio disegno di quel campo…».
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18 febbraio 2026
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