Anonimo, senza nome perché non lo conosciamo o vuole nasconderlo
Corriere della Sera - Cultura

Anonimo, senza nome perché non lo conosciamo o vuole nasconderlo

Martedì 17 febbraio 2026
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Parola antica quanto l’inclinazione umana a celare la propria identità, spesso per interesse, talvolta per difesa

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Anonimo, senza nome perché non lo conosciamo o vuole nasconderlo

di Paolo Fallai

Parola antica quanto l’inclinazione umana a celare la propria identità, spesso per interesse, talvolta per difesa

Illustrazione di Doriano Solinas

Questa parola ha sempre fatto parte del costume umano di tutti i tempi, ma ha vissuto una fortuna ulteriore nell'epoca in cui la comunicazione è divenuta centrale e nascondersi è diventato troppo comodo.

Una derivazione greca. La parola "anonimo" deriva dal greco anónymos (ἀνώνυμος), composta dal prefisso privativo an- (ἀν-, negazione/assenza) e ónoma (ὄνομα, nome), col significato letterale di "senza nome" o "innominato". Si riferisce a persone, opere o scritti di cui non si conosce l'autore o si cela l'identità. L’origine greca ha trovato una corrispondenza nel tardo latino con anonymus.

Espedienti artistici. Il termine ónoma lo troviamo in altre parole che fanno parte del nostro linguaggio, come omonimo “che ha lo stesso nome” o pseudonimo, falso nome di cui si possono servire giornalisti e scrittori per conservare l’anonimato. Molti gli pseudonimi famosi: George Orwell si chiamava Eric Arthur Blair, ma quando si apprestava a pubblicare il suo primo libro, “Senza un soldo a Parigi e Londra” (1933), temette che la sua famiglia potesse vergognarsi di lui. Pablo Neruda, diplomatico e politico cileno, si chiamava Ricardo Eliecer Neftalí Reyes Basoalto, ma la famiglia non vedeva di buon occhio la sua passione poetica. Scelse il nome Neruda in omaggio al poeta ceco Jan Neruda. Italo Svevo si chiamava in realtà Aron Ettore Schmitz e quello pseudonimo lo protesse dal fiasco dei primi libri, fino a quando James Joyce lanciò ”La coscienza di Zeno”. Anche Trilussa è uno pseudonimo di Carlo Alberto Salustri. Nel caso di questo straordinario poeta di sonetti romaneschi, lo pseudonimo è anche l’anagramma del suo cognome.

Anonimi per scelta (o per necessità). Esistono poi i casi in cui lo pseudonimo è l’unica traccia di una identità che rimane sconosciuta. Il più famoso artista al mondo che ha fatto questa scelta è Bansky: di lui si sa che è originario di Bristol e che è diventato un’icona della street art. Sue opere, provocatorie, umoristiche, sempre cariche di una feroce critica politica e sociale, appaiono regolarmente sui muri di tutto il mondo e altrettanto regolarmente vengono battute in aste milionarie. Può darsi che l’origine dell’anonimato di Bansky e di molti street artist sia l’illegalità che circonda questa forma d’arte, spesso banalizzata come vandalismo. È certo che i temi come la critica al capitalismo, alla guerra, all’imperialismo o la scelta a fianco dei palestinesi (in tempi molto precedenti la tragedia del 7 ottobre e il massacro di Gaza) facciano parte di questa scelta. Alla fine l’anonimato alimenta il mito e non c’è una risposta facile ad un fenomeno così complesso. Bansky e gli street artist ci fanno pensare. Basterebbe questo a giustificare la loro prudenza.

Se volete divertirvi. Dovete andare a cercare gli pseudonimi nel mondo dello spettacolo, destinati molto spesso a difendere gli artisti dai loro veri nomi. Pochi casi per capirci: Patty Pravo (Nicoletta Strambelli), Arisa (Rosalba Pippa), Peppino Di Capri (Giuseppe Faiella), Lino Banfi (Pasquale Zagaria), Massimo Ranieri (Giovanni Calone). Anche Mina si chiama Anna Maria Mazzini, ma esordì come Baby Gate. A volte il vero nome è troppo serio per il mondo dello spettacolo: è il caso del musicista Luca Pasquale Medici che ha chiamato il suo alter ego comico Checco Zalone, curiosa evoluzione dell’espressione barese “che cozzalone” che vuol dire “che rozzo”, che tamarro”.

Una precisa circostanza e un riferimento vago. Anonimo indica letteralmente l'assenza di un nome proprio o di una firma, di fatto indica la volontà di occultare l’identità o semplicemente l’impossibilità di riuscire a individuarla. Spesso il termine è stato applicato automaticamente ad opere letterarie o artistiche di autore ignoto. In senso figurato il termine può descrivere anche qualcosa privo di tratti distintivi o personalità. Fino a diluire l’affettivo “anonimo” in un significato indistinto per descrivere l’assenza di personalità, accostandolo a un giudizio molto severo.

Una tradizione antica. La delazione è sempre esistita nella storia umana, spesso in forma anonima. Nella Divina commedia Dante mette i traditori e delatori nel nono cerchio. In Italia fu il regime fascista a elevare la delazione a sistema, creando una rete di spie e confidenti che denunciavano i connazionali soprattutto per attività considerate contrarie al regime. Negli ultimi due secoli, soprattutto con la diffusione del sistema postale, ha avuto fortuna la “lettera anonima”, una missiva inviata senza firma o con identità falsa per diffamare o intimidire qualcuno. Nel 1897 lo scrittore Edmondo De Amicis (sì, proprio l’autore di “Cuore”) scrisse un breve saggio sul fenomeno sociale della lettera anonima, fenomeno molto diffuso alla fine del XIX secolo. De Amicis sosteneva che era soprattutto l'invidia a causarla, consolandosi col fatto che tutto sommato gli autori di quei testi odiosi erano pochi. Non poteva immaginare l’evoluzione.

L’era della vigliaccheria. La rivoluzione che stiamo vivendo nel campo delle comunicazioni è scandita da alcune caratteristiche essenziali: la velocità (mai nella storia dell’umanità le novità anche tecnologiche sono entrate così rapidamente nella nostra vita), la portata (non c’è un settore interessato, ogni aspetto economico e sociale è sconvolto), il coinvolgimento (tutti siamo oggetti e soggetti di questa rivoluzione, dai social all’intelligenza artificiale). Questo insieme ha creato un’apparente contraddizione: la scomparsa della riservatezza e l’esaltazione dell’anonimato. Non possiamo ordinare una pizza, comprare il biglietto di un treno, riservare un hotel o vedere un film sulla tv di casa senza essere tracciati, schedati, ridotti a particelle degli ingranaggi del consumo. All’opposto una semplice identità fittizia su un social ci permette di insultare, denigrare, perseguitare il prossimo con una capacità mai avuta in passato. Viviamo l’epoca della vigliaccheria elevata a grado di sistema.

In economia, con un filo di ipocrisia. Fino al varo dell'utimo codice civile anche in Italia (come in molti paesi, la Svizzera per esempio) esisteva la “Società anonima”, società commerciale senza ragione sociale personale, cioè una società di capitali non riconducibile ad una proprietà unica e stabile. Oggi è abolita: il sistema italiano prevede società di persone e società di capitali (come S.p.A., S.r.l., S.a.p.a.), ma nessuna di queste garantisce l'anonimato dei soci. Che i soci dichiarati siano i soci effettivi è un altro discorso e fa parte a pieno diritto della storia delle inchieste giudiziarie e di quella letteraria.

Vicino, ma non parente. La parola "anomalo" deriva dal latino tardo anomălus, a sua volta proveniente dal greco antico ἀνώμαλος (anṓmalos), formato da an- (prefisso privativo, "senza") e homalós ( "uguale", "regolare"). Significa letteralmente "privo di uguaglianza" o "irregolare", descrivendo qualcosa che non segue la norma comune. Non è parente di anonimo.

Uno dei più famosi. “Un terribile uomo. Di costui non possiam dare né il nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò”. Non usa perifrasi Alessandro Manzoni, nel capitolo XIX dei Promessi sposi, quando deve introdurre uno dei personaggi più complessi del suo romanzo, l’Innominato. Un uomo potente, terribile, cui Don Rodrigo si rivolge per rapire Lucia Mondella. Eppure, proprio l’incontro tra il potente malvagio e l’indifesa Lucia, nella rocca isolata e spaventosa (che qualcuno identifica come la rocca di Vercurago, sopra Lecco), sarà la chiave per una conversione al termine di una notte di terrore, nel chiarore di un’alba di redenzione. 

17 febbraio 2026

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