Robert Pan, il geologo del colore: «The Invisible Atlas» presenta le esplosioni cromatiche che lo caratterizzano
Corriere della Sera - Cultura

Robert Pan, il geologo del colore: «The Invisible Atlas» presenta le esplosioni cromatiche che lo caratterizzano

Martedì 17 febbraio 2026
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Alla Galleria Casciaro di Bolzano, dal 20 febbraio, la mostra dell’artista che stratifica la resina. E si definisce scultore

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Robert Pan, il geologo del colore: «The Invisible Atlas» presenta le esplosioni cromatiche che lo caratterizzano

di Camilla Bertoni

Alla Galleria Casciaro di Bolzano, dal 20 febbraio, la mostra dell’artista che stratifica la resina. E si definisce scultore

«Geologo del colore». È così che Robert Pan si definisce. A raccontarlo è Denis Isaia nel presentare la prossima mostra dell’artista originario di Bolzano, la città dove è nato nel 1969 e dove attualmente vive, dopo un percorso che l’ha visto studiare scultura all’Accademia di Belle Arti di Urbino, poi a Parigi e a Londra, vivere a New York per due anni e poi ancora a Miami. Mostra che si terrà in una delle sue principali gallerie di riferimento, proprio a Bolzano, quella di Alessandro Casciaro (via Cappuccini 26/a, info: alessandrocasciaro.com). In «The invisible Atlas», che si aprirà venerdì 20 febbraio e resterà aperta fino al 4 aprile, «l’artista altoatesino – scrive Isaia - presenta un ciclo di opere che sembrano giungere da una dimensione altra, in cui pittura, scultura e cosmologia si fondono in una superficie che respira e vibra». Le opere sono esplosioni cromatiche, realizzate con la tecnica che l’artista sviluppa ormai da anni, attraverso un processo di stratificazione di resina. Per questo Isaia lo definisce «geologo del colore: la stende in strati, la incide, la leviga, la scolpisce. È un processo alchemico e lento, in cui il tempo diventa materia».

Quadri o sculture?

Una tecnica che ha permesso a Pan di seguire e restare fedele alla via della scultura, quella a cui da sempre ha aderito fin dai tempi degli studi accademici, incontrando quella della pittura, creando «superfici stratificate, luminose e insondabili, attraversate da punti di luce, velature traslucide, affioramenti opachi. Le opere non rappresentano nulla di riconoscibile, eppure rivelano molto – continua il curatore -: una materia che sembra attingere al linguaggio della fisica contemporanea, dove l’“oscuro” non è assenza, ma origine; non negazione della luce, ma condizione della sua possibilità. Le superfici di Pan sono membrane cosmiche: sembrano catturare il silenzio del vuoto e insieme l’energia di una nascita». Pan si definisce scultore, perché il suo operare con la resina non si limita a una stesura di superficie, per dare brillantezza a colori stesi a pennello, ma l’artista di Bolzano costruisce un corpo tridimensionale attraverso diverse sovrapposizioni. «L’artista non dipinge, costruisce. Il colore non è qui un velo superficiale, ma corpo vivo, massa, materia in stratificazione. La resina non serve a “fissare” il pigmento – spiega ancora Isaia -: lo ingloba, lo moltiplica, lo trattiene in una profondità che invita lo sguardo a perdersi.

Non a caso, Pan si definisce scultore. I suoi “quadri” sono oggetti, entità che modificano lo spazio che li accoglie, instaurando con esso un rapporto magnetico. Pur restando opere “a parete”, esse irradiano una presenza che condiziona l’ambiente circostante, richiedendo respiro, silenzio, attenzione». È un modo di operare che si oppone al dominio imperante in questo tempo di immagini fuggevoli: in un mondo dove la comunicazione si basa sulla velocità di percezione, richiedendo un continuo sforzo di attenzione che per forza di cose si fa sempre più superficiale e incostante, Pan oppone il suo mondo, frutto di un operare lento e che richiede «una percezione lenta, immersiva, quasi meditativa», come la definisce il curatore. Un modus operandi a cui si aggiunge la scelta di utilizzare per le sue opere titoli alfanumerici, come «MK 8,579 DO»: titoli evocativi, che ricordano i nomi con cui sono battezzate le stelle. «È un gesto che sottolinea la distanza da ogni volontà descrittiva o narrativa – conclude Isaia -. Le sue opere non sono illustrazioni del cosmo, ma creazioni di un atlante personale e visionario. Attraverso il suo linguaggio, Robert Pan trasforma la materia in soglia e la luce in enigma. Il risultato è un corpus di lavori intensamente contemporaneo e al tempo stesso arcaico, come se parlasse una lingua dimenticata e necessaria. In un mondo saturo di immagini, «The Invisible Atlas» è un invito a guardare oltre l’apparenza, verso ciò che – pur invisibile – tiene insieme l’universo».

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