Paolo Rossi: «Sul palco con una psicologa, coinvolgo il pubblico nella terapia che diventa teatro»
Corriere della Sera - Cultura

Paolo Rossi: «Sul palco con una psicologa, coinvolgo il pubblico nella terapia che diventa teatro»

Martedì 17 febbraio 2026
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Parola di Paolo Rossi. L’erede di un pantheon che va da Dario Fo a Carlo Cecchi, stasera e domani (alle 20,30) sarà sul palco di Galleria Toledo

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Paolo Rossi: «Sul palco con una psicologa, coinvolgo il pubblico nella terapia che diventa teatro»

di Natascia Festa

Parola di Paolo Rossi. L’erede di un pantheon che va da Dario Fo a Carlo Cecchi, stasera e domani (alle 20,30) sarà sul palco di Galleria Toledo

Paolo Rossi con Caterina Gabanella 

«Onora i padri e paga la psicologa». Parola di Paolo Rossi. L’erede di un pantheon che va da Dario Fo a Carlo Cecchi, stasera e domani (alle 20,30) sarà sul palco di Galleria Toledo con Il metodo Paolo Rossi. Spettacolare conferenza che è un po’ la versione «da camera», intima di Operaccia satirica, spettacolo che con Caterina Gabanella porta in giro nei grandi teatri italiani. «La differenza è che normalmente abbiamo alcuni musicisti in scena mentre stasera saremo soli con il pubblico» chiarisce l’attore che è a Napoli con il suo cane già da qualche giorno e, sia pure con la pioggia, si gode la città. 
Itinerari? 
«Sono andato soprattutto a teatro, a parte gli incontri con gli amici napoletani. Nell’ultimo anno e mezzo sono sempre in tournée, tra Operaccia e le repliche di Da questa sera si recita a soggetto! Il Metodo Pirandello, e torno a casa - a Trieste dove ho la residenza - davvero molto poco». 

Quali spettacoli ha visto? 
«Al Mercadante la pièce di Franco Maresco su Scaldati, a Galleria Toledo Argo sulla fuga dall’Istria e al Bellini Come gli Uccelli». 

E cosa si deve aspettare chi verrà al suo? 
«In questo periodo molto difficile anche per un commediante, il mio mestiere diventa sempre più funambolico, così ho ripensato alle origini del teatro. La mia scuola partiva da questo presupposto: il teatro si può fare ovunque, a volte anche in teatro. E in certe sale viene meglio. Galleria Toledo corrisponde a questo esperimento perfettamente. In scena siamo io e Caterina Gabanella che è un’attrice della compagnia, laureata davvero in psicologia. Parlando con lei, ho ideato questo formato - e non format che è un’altra cosa - di teatro terapia. L’idea è nata anche da una costatazione: spesso i teatri, prima dello spettacolo ti chiedono di fare un incontro in cui gli spettatori, sentendosi più liberi, fanno domande e interagiscono di più: così è capitato che questi momenti riuscissero meglio dello spettacolo stesso, più vivi. Così ho pensato di portare quella modalità dentro la pièce. Parto dal sottotitolo di Operaccia: “Onora i padri e paga la psicologa” e coinvolgo il pubblico nella terapia: la quarta parete non s’abbatte, non c’è proprio». 

E quali sono i suoi padri: racconta anche quello vero? 
«Parlo dei maestri, dei classici, di me come figlio e sì parlo anche di quello vero. Di padri ne ho avuto tanti, a partire da Dario Fo, Giorgio Strehler, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Carlo Cecchi. Non ho fatto l’Accademia ma ho iniziato a fare teatro dappertutto: davanti alle fabbriche, nei locali notturni, ho recitato Shakespeare e narrato storielle. Ho sempre creato qualcosa da offrire al pubblico e con quella creazione mi sono pagato da mangiare: molto semplice». 

E riempie i teatri da vari decenni. 
«Pare di sì. A Napoli ho scelto Galleria perché è un posto che amo, per l’affinità con chi lo dirige, per la simpatia del luogo. Questa è la città migliore per sperimentare, non puoi fingere di improvvisare, ti scoprono. Per farlo bene, ci vuole mestiere e una dose di cialtronaggine: e se quei maestri mi hanno tenuto a bottega da loro vorrà dire qualcosa». 

Parliamo dell’ultimo che ci ha lasciati: Carlo Cecchi. 
«Li ho persi tutti: sento una grande responsabilità, devo mantenere il testimone che mi hanno passato: non basta fare teatro, non bisogna raschiare nel fondo del barile, ma continuare a cercare funambolicamente. Per questo sperimento anche l’improvvisazione terapeutica. Quando improvvisi devi provare il triplo: è più difficile non più semplice come si potrebbe immaginare». 

Alle spalle c’è il canovaccio dell’Opera Buffa? 
«È da lì che arriva tutto. Tutto è stato già fatto. A chi dice di aver avuto un’idea a cui nessuno aveva pensato prima rispondo: ci sarà un motivo se non ci avevano pensato, no? Napoli ha una grande tradizione anche rispetto all’Opera Buffa: addirittura io per il San Carlo feci una regia di Cimarosa che ebbe una tournée internazionale». 

Nello spettacolo mette questo tempo malato sul lettino? 
«Non sono su un lettino ma su una sedia e immagino una terapia di Jung più che di Freud, direi forever Jung: per restare sempre freschi e mettersi in discussione. Non è uno spettacolo vero e proprio, non è ascrivibile a nessun genere, è piuttosto un rito come dovrebbe essere il teatro sempre. Sperimento e mi accollo il rischio della serata perché posso permettermi di farlo con gli strumenti accumulati in una vita di mestiere. I quesiti del pubblico possono essere di qualsiasi tipo, l’interazione è reale, cambia in base agli spettatori». 

Esaltando l’irripetibilità del teatro. Si annulla anche il concetto stesso di replica?
«Sì: chi viene stasera a teatro non vedrà la stessa serata di domani e così via». 

Qual è il suo metodo? 
«Nella fase precedente lo definivo un Teatro di rianimazione. Nei laboratori il mio metodo consiste nell’insegnare ai giovani a trovare un rapporto con il pubblico. Anche per questo motivo mi sono messo “a rischio”. Nella società contemporanea c’è molta comunicazione e poca comunità. Il teatro, invece, ogni sera crea una nuova comunità. Mi sono chiesto cosa pensa un ragazzino che entra per la prima volta in una sala. O immagino di essere un alieno che vi atterri da un altro mondo. Che vede? Una scatola buia dove ci sono persone su un piano rialzato che fingono che non ci sia nessuno ad ascoltarli e, seduti in poltrona, altri che fingono di non esserci. È la metafora del mondo in cui viviamo. A tutto questo preferisco altro: voglio atterrare in qualcosa di vivo». 

La conferenza spettacolo che integra il pubblico è un sistema di vasi comunicanti. Che però diventa Teatro. È così? 
«L’incontro con il pubblico deve passare attraverso gli strumenti del mestiere: è necessario che a un certo punto ridiventi teatro, così non capisci più la differenza. È un po’ far vedere l’atto artistico nel suo momento creativo: penso a un documentario su Pollock in cui si vede il pittore mentre dipinge l’opera. Guardandolo nella creazione, si entra nel significato. Il pubblico stasera potrà chiedere quello che vuole, soprattutto a sproposito». 

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