Luca Bianchini: «Ritrovarsi a Tunisi è stato terapeutico. Ho capito perché mi piace mischiare le persone e le culture, perché mi circondo di gente diversissima»
Corriere della Sera - Cultura

Luca Bianchini: «Ritrovarsi a Tunisi è stato terapeutico. Ho capito perché mi piace mischiare le persone e le culture, perché mi circondo di gente diversissima»

Lunedì 16 febbraio 2026
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Il 23 febbraio alle 19, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Luca Bianchini presenta il nuovo romanzo dedicato alla madre e alla città in cui lei ha vissuto, Tunisi: «È una piccola New York con sogni più piccoli»

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Luca Bianchini: «Ritrovarsi a Tunisi è stato terapeutico. Ho capito perché mi piace mischiare le persone e le culture, perché mi circondo di gente diversissima»

di Francesca Angeleri

Il 23 febbraio alle 19, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Luca Bianchini presenta il nuovo romanzo dedicato alla madre e alla città in cui lei ha vissuto, Tunisi: «È una piccola New York con sogni più piccoli»

Luca Bianchini

Avevamo lasciato Luca Bianchini nel suo «periodo giallo», lo ritroviamo con un nuovo romanzo, «Le ragazze di Tunisi», in uscita per Mondadori giovedì, che è una saga di formazione e familiare fortemente ispirata alla vita di sua mamma e delle donne della sua famiglia, cui l’autore torinese ha dedicato il libro. «Tra tutto ciò che ho scritto, questo è il lavoro che mi è servito di più. Mi ha fatto capire perché sono fatto in un certo modo: perché sono così libero, curioso, perché mi piace mischiare le persone e anche le culture, perché mi circondo di gente diversissima». Lo presenta il 23 febbraio alle 19 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Bianchini, e quindi: perché è fatto così?
«Perché mia madre è cresciuta in un contesto dove la diversità era all’ordine del giorno, bisognava imparare a stare insieme».

La Tunisi di metà del Novecento. Come era?
«In quegli anni era, come la definisco anche nel libro, una piccola New York con sogni più piccoli. Immaginate dei siciliani di provincia, con poca scolarizzazione, trovarsi in mezzo ai francesi, agli inglesi, ai tunisini che parlano arabo. Era un miscuglio continuo di lingue e di culture. In casa parlavano siciliano, ma anche francese. Da sempre ci sono parole, in famiglia, che usavamo senza che io ne capissi il significato».

Per esempio?
«Quando giocavamo a tombola, e usciva il 4, mio nonno diceva sempre “manuba”. Adesso so che Manouba è una cittadina a 13 chilometri da Tunisi e che per andarci si prendeva il pullman numero 4. Ognuno ha il suo 4, anche Torino».

Immagino anche le influenze culinarie…
«Tunisi veniva fuori solo a Natale. Da mia nonna era un trionfo di brick (sfogliatine con patata, tonno e uovo), makroud (dolci di datteri), cous cous di agnello… avrei potuto scrivere un ricettario».

È stato importante metabolizzare questa dimensione familiare?
«Quando mia nonna mi diceva di andare “di là” e trovare le sue cose, avevo vent’anni: io non volevo guardare indietro, ma avanti. Non mi potevano interessare le radici. Adesso, meno male che l’ho fatto. Meno male per me, perché è stato molto terapeutico. Probabilmente non ci sarei riuscito se non ci fosse stato il lutto di mio padre. Negli ultimi anni eravamo tutti concentrati su di lui che non stava bene. Quando mamma è rimasta vedova, ci siamo rivolti su di lei».

È cambiato il vostro rapporto?
«Ma no… è cambiato nel senso che non mi era mai capitato di chiamarla insieme alla mia editor per chiederle cose tipo: ma come facevate quando avevate le mestruazioni? Ti ricordi cosa è successo quando sei caduta dalle scale? Una grande mano me l’hanno data anche le persone che lavorano all’Istituto Dante di Tunisi. Andrò ovviamente anche lì a presentare il libro, a fine maggio».

Come ha reagito sua mamma all’idea di essere, in fondo, protagonista di un suo libro?
«Come spesso mi capita, sottovaluto le potenzialità delle persone. Prima di intervistare lei, sono passato dalle mie zie, che tra loro parlano solo in francese, per tenere fuori gli altri dalla bolla. L’ho lasciata per ultima, anche perché mi faceva un po’ strano… A un certo punto però ci sono andato: “Mamma, cosa ti ricordi di Tunisi?”. “Tutto”, mi ha risposto, in un modo da vera attrice di telenovelas. Mi ha descritto la casa, i pavimenti, i mobili, le strade, i buffet, le bottiglie d’olio, lo specchio da cui sua madre la spiava. È stata veramente preziosa».

Lei riporta una frase di Claudia Cardinale: «Amo la Francia, amo l’Italia, ma la Tunisia resta per me il Paese del cuore».
«Si conoscevano. La Cardinale rappresentava per loro la “rivendicazione”. Si vedevano ai matrimoni. Una sera l’ho incontrata a una cena di Armani, tanti anni fa a Roma. Le avevo detto questa cosa di Tunisi e di mia madre e lei fu tanto carina, mi abbracciò e mi ripeteva: “Tunisi, Tunisi…”, come se fosse la parola magica».

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