Sicurezza senza perdere la libertà
L'approvazione del decreto. Stato forte, diritti forti: la sfida dell’ordine pubblico costituzionale
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Sicurezza senza perdere la libertà
Gerardo Villanacci | 14 febbraio 2026L'approvazione del decreto. Stato forte, diritti forti: la sfida dell’ordine pubblico costituzionale
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La promulgazione del decreto sicurezza che inasprisce le sanzioni per alcuni reati e ne introduce dei nuovi e la generalizzata indignazione per gli scontri di Torino durante la manifestazione pro-Askatasuna, confermano che l’ordine pubblico e la sicurezza rappresentano oggi uno dei nodi più sensibili della vita collettiva.
Fattori che incidono in profondità sulla percezione del benessere, sul livello di fiducia nelle istituzioni e sulla qualità della convivenza civile al punto che quando appaiono fragili, si diffonde un senso di precarietà che orienta le scelte politiche nel senso di conferire alla vigilanza e tutela dell’ordine priorità sociale. Un primato che in condizioni di normalità, dovrebbe essere conferito alla economia e alla cultura.
Per tali ragioni i provvedimenti legislativi elaborati per contrastare fenomeni di disordine pubblico si devono fondare su alcuni granitici presupposti. Innanzitutto che l’ordine pubblico è una nozione mutabile che riflette le trasformazioni della società cambiando al contempo le aspettative dei cittadini nei confronti dello Stato e il rapporto tra autorità e libertà. Una fluidità di adattamento ai nuovi contesti sociali certamente positiva che comunque deve contenere gli spazi di discrezionalità per non esporre i diritti fondamentali a compressioni ingiustificate.
Il problema emerge con particolare evidenza quando si affronta il tema dei poteri delle forze di polizia e, quindi, dell’uso legittimo della forza attraverso strumenti efficaci per garantire la sicurezza. Il cui impiego, tuttavia, deve essere una extrema ratio, un rimedio eccezionale al quale ricorrere soltanto quando non vi siano altre soluzioni possibili, nella consapevolezza che su questo terreno si gioca una partita decisiva per la credibilità delle istituzioni.
Non è sufficiente proclamare l’adesione ai diritti umani, ma occorre dimostrarla nella pratica quotidiana, mediante regole chiare, formazione continua degli operatori e controlli realmente indipendenti.
L’emanazione di una legge sulla sicurezza che risponda a tali finalità, è un’importante passo avanti anche se considerando che ogni norma è esposta ad interpretazione, il rischio che la concreta applicazione della stessa possa risultare divergente rispetto alle intenzioni del legislatore è comunque esistente e l’unica possibilità di contenerlo è la condivisione di una minima unità valoriale rappresentata dal rispetto delle regole della convivenza.
La vera sfida, dunque, non è scegliere tra ordine pubblico «forte» o «debole», ma costruirne uno coerente con i principi costituzionali che trovi il proprio fondamento nella tutela della persona, nell’eguaglianza, nella libertà, nella proporzionalità dell’intervento pubblico e nella possibilità effettiva di difendersi contro l’abuso di potere.
In questa prospettiva, la sicurezza non si pone in antitesi alla libertà, ma ne rappresenta il presupposto. Senza un livello essenziale di protezione garantito dallo Stato, i diritti rischiano di rimanere affermazioni astratte anziché criteri operativi concreti, idonei a delimitare l’ambito entro il quale l’autorità può legittimamente esercitare i propri poteri di ordine pubblico che, in tal modo, cessa di essere una formula evocativa e diventa una categoria sostanziale chiamata a operare come presidio della coesistenza pacifica .
Se effettivamente, come le dichiarazioni di pressoché tutte le forze politiche in campo lasciano intendere, siamo giunti al punto di aver acquisito piena consapevolezza della insostenibilità della situazione attuale per quanto concerne l’ordine pubblico, è tempo di accantonare le pregiudizialità ideologiche e declinare la sicurezza come servizio alla persona in uno Stato garante delle libertà.
È in questo equilibrio sottile, e mai definitivamente acquisito, che si misura la qualità di una democrazia. Non nella capacità di esibire forza, bensì esercitandola entro confini certi sottraendo l’ordine pubblico alla retorica dell’emergenza per restituirlo alla sua dimensione autentica di garanzia, riaffermando che la sua realizzazione non può che avvenire insieme alla libertà.
D’altro canto come non riconoscere che uno Stato può dirsi veramente forte quando dimostra di saper governare i propri strumenti coercitivi nel segno del diritto.
14 febbraio 2026
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