Ue, i rischi delle idee Maga
I rapporti tra i Paesi del Vecchio Continente e lo Stato di diritto: il ruolo dell’Italia
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Ue, i rischi delle idee Maga
Mario Monti | 14 febbraio 2026I rapporti tra i Paesi del Vecchio Continente e lo Stato di diritto: il ruolo dell’Italia
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La settimana che si è chiusa ha permesso di cogliere meglio come in Europa (Consiglio europeo di giovedì) e nel mondo (Conferenza sulla sicurezza di Monaco da venerdì a oggi) i diversi Paesi si stanno posizionando in risposta al sisma Trump di un anno fa e ai continui moti sussultori e ondulatori che continuano.
Ci limitiamo qui a considerare gli aspetti di maggiore interesse per l’Italia, che proprio nei giorni scorsi è stata protagonista di un’iniziativa importante con la Germania sul mercato unico e sulla competitività.
Chi scrive non può che rallegrarsi per un’intesa tra questi due Paesi. Quindici anni fa tra il governo di Silvio Berlusconi, costituito dalle forze politiche dell’attuale maggioranza e nel quale Giorgia Meloni era ministro, e il governo di Angela Merkel (come peraltro quello di Nicolas Sarkozy) si era creata una profonda frattura, con gravi conseguenze finanziarie e politiche per il nostro Paese. Il primo compito del governo che seguì fu proprio quello di ricostruire, in pochi giorni, un rapporto di reciproco rispetto e fiducia, premessa per il risanamento dell’Italia e, qualche mese dopo, per ottenere con la Francia che la Germania mollasse la presa sulla Bce, permettendole di intervenire e porre fine alla crisi.
Ciò non toglie che le proposte specifiche del documento Meloni-Merz possano sollevare critiche.
Come è stato osservato da più parti, esse sono contrarie all’interesse europeo perché frammenterebbero il mercato, invece di renderlo più «unico»; e contrarie all’interesse italiano, dato che le nostre imprese verrebbero penalizzate a vantaggio di quelle tedesche. Quindici anni fa l’Italia persuase la Germania a limitare se stessa nell’interesse dell’Europa; ora l’Italia aiuta la Germania ad avere più mano libera in Europa, anche a danno della stessa Italia.
La vocazione dei tre Paesi maggiori della Ue dovrebbe essere, come fu allora, di esercitare congiuntamente una leadership, superando nel dibattito tra loro divergenze anche rilevanti, senza riversarle in pubblico e alimentare tensioni di falso patriottismo tra le opinioni pubbliche.
Se tra due dei tre Paesi si verifica in un certo momento e su determinate questioni un’obiettiva convergenza, stiano attenti i governi, ma anche gli osservatori, a non presentarla come «asse». Altrimenti può accadere, come questa settimana, che un giorno si brindi all’asse italo-tedesco, gustando l’emarginazione della Francia, e che il giorno dopo ci si accorga, con malcelato disappunto, che è ancora vivo l’asse franco-tedesco.
È naturale che sia così. Non c’è niente di male se i due Paesi più industriali d’Europa elaborano una linea comune e cercano di sostenerla a Bruxelles. Se mai, si può auspicare che ne valutino più accuratamente le conseguenze e non dimentichino che la crescita industriale non si giova, a lungo termine, di poteri pubblici proni alle organizzazioni imprenditoriali come avviene oggi in Italia e Germania; così come, nell’epoca in cui era la classe operaia ad essere considerata «classe egemone», tanti provvedimenti presi in Italia nell’interesse dei lavoratori hanno finito alla lunga per danneggiarli.
Altrettanto naturale è che la Francia, unico Paese della Ue dotato dell’arma nucleare, intrattenga un rapporto particolare con la Germania, il Paese che in questa fase è più orientato a rafforzare molto la propria difesa. È bene che questi due Paesi lavorino insieme, su una difesa il più possibile europea. Più volte, in passato, quei due Paesi non si parlavano. Si affrontavano direttamente in guerra.
Del resto, Keir Starmer, primo ministro dell’altro detentore in Europa dell’arma nucleare, il Regno Unito, pur essendo tra i Paesi europei quello tradizionalmente più vicino agli Stati Uniti, ha ribadito la volontà di intensificare la cooperazione con la Ue, in particolare sulla difesa ma non solo.
Per parte sua il cancelliere tedesco Merz, apparso finora tra i capi di governo dei grandi Paesi Ue il più riluttante dopo Giorgia Meloni a pronunciarsi criticamente sulla nuova amministrazione americana, a Monaco ne ha preso le distanze con parole molto ferme, criticando anche la cultura Maga.
In proposito la premier Meloni, ad una domanda di un inviato del Corriere della Sera che le chiedeva se condividesse le critiche di Merz a tale cultura, ha risposto: «No, queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di interesse e competenza della Ue, sono valutazioni che spettano ai partiti».
Giorgia Meloni ha ragione, queste sono valutazioni eminentemente politiche, che toccano ai partiti e ai leader. Ma non ha interamente ragione. Vari aspetti della cultura Maga, se tradotti in azione di governo, sarebbero certamente di interesse e competenza della Ue, così come porrebbero in Italia problemi di costituzionalità. Ciò avverrebbe là dove superano lo Stato di diritto, che deve cedere di fronte all’imperativo di affermare quella visione, negli Stati Uniti ma anche altrove nel mondo, in particolare in Europa.
Questo emerse con brutale chiarezza nell’intervento dell’anno scorso del vice presidente Vance proprio a Monaco, dove ieri il segretario di Stato Rubio, in modo più diplomatico, non è arretrato. Del resto in più occasioni durante l’anno intercorso il presidente Trump ha dato concretezza a quelle idee.
L’ordinamento della Ue è estremamente flessibile. Gli Stati membri possono praticare politiche molto conservatrici o molto progressiste, possono dare dimensioni piccole o grandi al loro settore pubblico, possono avere imprese a proprietà interamente privata o interamente pubblica, senza per questo violare i trattati su cui si fonda la Ue. Non possono però violare i pochi principi fondamentali dello Stato di diritto che vi sono sanciti, né la legislazione comunitaria anche se possono cercare di modificarla.
Se l’adesione alla cultura Maga, da ideologica si trasformasse in azione politica e di governo, essa assumerebbe rilievo non solo per il Paese in questione, ma anche per la Ue.
14 febbraio 2026
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