Il direttore del teatro stabile di Bolzano Andrea Cerri, 40 anni: «Io al vertice, una scelta contro la gerontocrazia»
Corriere della Sera - Cultura

Il direttore del teatro stabile di Bolzano Andrea Cerri, 40 anni: «Io al vertice, una scelta contro la gerontocrazia»

Sabato 14 febbraio 2026
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Scelto all’unanimità tra venti candidati, Cerri ha una formazione che mescola economia, un dottorato in Economic History a Pisa e ha alle spalle la direzione del Centro di Produzione Teatrale Scarti in Liguria

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Il direttore del teatro stabile di Bolzano Andrea Cerri, 40 anni: «Io al vertice, una scelta contro la gerontocrazia»

di Silvia M.C. Senette

Scelto all’unanimità tra venti candidati, Cerri ha una formazione che mescola economia, un dottorato in Economic History a Pisa e ha alle spalle la direzione del Centro di Produzione Teatrale Scarti in Liguria

La mia nomina è un riconoscimento non solo per me, ma per una generazione di teatranti che spesso fatica a trovare spazi». Andrea Cerri, 40 anni, è il nuovo direttore del Teatro Stabile di Bolzano, nominato giovedì sera dal cda presieduto da Francesco Palermo. Cerri, una formazione che mescola economia, un dottorato in Economic History a Pisa e palcoscenico, ha alle spalle la direzione del Centro di Produzione Teatrale Scarti in Liguria e la presidenza dell’Agis Liguria. Scelto all’unanimità tra venti candidati, Cerri diventa così successore di nomi illustri che l’hanno preceduto al vertice dell’ente di Bolzano, come Scaparro, Bernardi e in tempi recenti Zambaldi, che ha lasciato per il Teatro della Pergola di Firenze.

Direttore Cerri, Bolzano è il punto d’arrivo o una sfida?
«Ho presentato la candidatura per confrontarmi con una commissione esterna e con una realtà che ho sempre reputato tra le più innovative in Italia, sia per programmazione sia per produzione. Per me è un modo per testare le mie competenze su una scala più grande, con la consapevolezza di avere gli strumenti per gestire un’organizzazione così solida e prestigiosa. È una sfida che sento di poter governare. Il Teatro Stabile di Bolzano è un ente che ha sempre investito sul talento emergente».

Il suo primo pensiero dopo la nomina?
«Alla chiamata di Zambaldi e Palermo ho provato gioia, ma anche un senso di responsabilità verso il gruppo di lavoro con cui ho condiviso tutto a La Spezia. È un segnale forte per il sistema teatrale: una scelta coraggiosa e in controtendenza rispetto alla gerontocrazia che spesso blocca le direzioni artistiche italiane. Scegliendo un giovane Bolzano guarda al futuro, non al passato».

Con lo Stabile di Bolzano ha già vinto il premio Ubu per «Bidibibodibiboo».
«Conosco bene la struttura e le persone. Quella coproduzione è stata una delle collaborazioni più felici, ora è in tournée internazionale. Sapere che l’ambiente è sano e l’organizzazione solida è stato uno dei motivi principali che mi ha spinto a partecipare al bando. Non parto da zero, ma da un rapporto di stima reciproca già collaudato».

Lo Stabile di Bolzano è stato accusato di mettere in ombra le realtà minori locali...
«Queste dinamiche sono comuni a molti territori. La mia impostazione è quella di costruire percorsi di partecipazione. Avendo già lavorato in un territorio di provincia, so quanto sia vitale valorizzare le realtà locali e creare progetti di rete. La responsabilità delle decisioni resta del direttore, ma il mio obiettivo è il coinvolgimento del territorio, centimetro per centimetro. Non credo nel singolo spettacolo “prodotto”, ma nel percorso artistico di una compagnia».

Porterà i suoi artisti e artiste nelle stagioni o manterrà quelli che attualmente gravitano intorno allo Stabile di Bolzano?
«Il teatro è fatto di relazioni umane che si intrecciano con quelle lavorative. È positivo che a Bolzano si siano create relazioni stabili con artiste e artisti di altissimo calibro, non intendo abbandonarle. Ovviamente porterò la mia esperienza e le mie connessioni, ma l’approccio sarà di sviluppo, non di rottura. Mi interessa investire sulla possibilità di sbagliare delle nuove generazioni e delle nuove drammaturgie».

Lei è anche un economista. Quanto conta un bilancio sano nella sua visione artistica?
«È fondamentale: la gestione sana è ciò che permette l’innovazione. Mi sono sempre occupato della crescita delle strutture che ho diretto, cercando un equilibrio tra visione culturale di ampio respiro e sostenibilità. Manterrò la presidenza di Agis Liguria come ruolo di rappresentanza, ma per il resto mi dedicherò in esclusiva a Bolzano».

Ha anche una formazione da pianista. C’è ancora traccia di quel musicista nel direttore di oggi?
«Sì. Nel mio passato c’è anche una band glam rock, l’Orchestrina Buffoni Leggiadri. Da quel nucleo musicale è nata la compagnia che poi è diventata centro di produzione. La musica mi ha insegnato il ritmo e la costruzione collettiva. Oggi ascolto rock anni ’70 e i grandi cantautori come Paolo Conte. In auto o sotto la doccia, la musica resta la mia dimensione di relax con la cena immancabile insieme alle compagnie dopo lo spettacolo: è lì che si crea l’umanità vera con gli artisti».

Bolzano significa anche montagna. Come si vede tra le vette?

«Da bambino sciavo, poi vivendo al mare ho smesso. Mi trasferirò a Bolzano, è fondamentale presidiare il territorio per conoscerlo: sarà l’occasione per riscoprire l’alta quota. Mia moglie Annita Conti, maestra di danza, e nostra figlia Carolina Fanny per ora resteranno in Liguria, ma organizzeremo la nostra vita familiare intorno a questa nuova avventura. Siamo sereni».

Cosa vorrebbe si dicesse della sua direzione tra tre anni?
«Che il Teatro Stabile di Bolzano ha saputo aprirsi ancora di più all’internazionale E che è rimasto un punto di riferimento per chi crede che il teatro pubblico deve essere una piazza aperta, capace di includere le fasce a rischio e di parlare a nuovi pubblici senza perdere l’eccellenza produttiva che lo ha reso grande».

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