Il film giusto per San Valentino è «Pillion», commedia sado-maso tra motociclisti fetish
Esordio di Harry Lighton, racconta la sottomissione del timido Colin al fusto Ray
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Il film giusto per San Valentino è «Pillion», commedia sado-maso tra motociclisti fetish
di Sara D'AscenzoEsordio di Harry Lighton, racconta la sottomissione del timido Colin al fusto Ray
Harry Melling (a sinistra) e Alexander Skarsgård in una scena del film
«Pillion - Amore senza freni» di Harry Lighton
Tutto parte dal seggiolino della moto, quello riservato al passeggero. È quello il «pillion» a cui si riferisce il titolo originale di questo esordio che può a buon diritto fregiarsi del titolo di film giusto per il vostro San Valentino. È lì che siede Colin (Harry Melling, quello che in «Harry Potter» interpretava l'odioso cugino cocco di mamma), abbracciato beatamente a Ray (un Alexander Skarsgård statuario), dopo che le loro vite si sono incrociate in un pub di periferia. Basta un niente e il loro diventa un rapporto BDSM, dominato dalle regole del sadomaso, in cui Ray è ovviamente il padrone e Colin in quelli, appunto, «pillion», il sellino sottomesso. La discesa di Colin nel mondo di Ray gli apre uno squarcio in un altro modo di vivere, distante anni luce dal tinello che divide con mamma paziente oncologica e papà simpatico a tutti i costi. L'apparente anaffettività di questo maschio dominante, per il quale è giusto che dopo averlo posseduto, Colin dorma per terra e non nel letto con lui, la totale indisponibilità a fare qualcosa che non sia deciso da lui, sono la cornice nella quale si intigna come una cisti, l'amore. Colin si sottomette di buon grado, perché Ray è il grimaldello per uscire da una famiglia soffocante e perché per la prima volta vive qualcosa che ha desiderato, seppure con i canoni della sottomissione e seppure senza poterlo confessare. Dolori da ustionarsi le mani si alternano a scene volutamente grottesche, come quando durante la classica gita al fiume tra amici, i sottomessi vengono fatti adagiare sui tavoli «pronti all'uso» dai dominatori. Fino all'inevitabile svolta, che Colin subisce, ma che certo non indica che Ray sia libero. La tesi del film è proprio questa: dei due quello che forse è più imprigionato nel ruolo è il bellissimo Ray, costretto a fare sempre colui che ordina. Il regista adatta il romanzo «Box Hill» di Adam Mars-Jones non risparmiando in particolari e scene scabrose girate però senza mai indulgere alla volgarità o al voyeurismo, pur invocando un mondo in cui il piacere di guardare è uno dei cardini. Qualche sbavatura soprattutto nel finale e nella seconda parte, con una sceneggiatura non sempre all'altezza, non arriva però a compromettere un film che si lascia, maliziosamente, guardare.
Voto: 7. Esordio di carattere, originale, non sempre all'altezza delle aspettative ma con un bel duo di attori. Perfetto per San Valentino: sia che siate in coppia, sia che siate a caccia.
«Il mago del Cremlino» di Olivier Assayas
«La maggior parte degli uomini di potere traggono la loro aura dalla posizione che occupano». Lucida, analitica, spietata. L'analisi di Olivier Assayas sul potere, divenuta un film a partire dal libro di Giuliano da Empoli (edito in Italia da Mondadori) e una sceneggiatura con la collaborazione di Emmanuel Carrère, trae le sue mosse dallo stesso principio ispiratore del romanzo: la genesi e la psicoanalisi del potere. Vadim Baranov, interpretato da un Paul Dano mellifluo ed enigamtico, è colui al quale viene attribuita l'ascesa di Vladimir Putin al potere. Non è un personaggio reale, eppure è in qualche modo ispirato a Vladislav Yuryevich Surkov, scienziato, regista teatrale, scrittore, artefice secondo i più dell'ascesa al potere di Putin. Il libro è diviso in capitoli, dall'inizio, quando a Putin viene proposto di passare dal Kgb al governo della Russia al posto di Eltsin, alla guerra di Crimea, dal terrorismo ceceno alle epurazioni degli oligarchi. In questa spirale di cieco dominio sul prossimo, Assayas sceglie di operare per sottrazione: la recitazione è scavata, le interpretazioni di Dano e Jude Law, che veste i panni di Putin, non sono pura mimesi, non sono schiave di trucchi o protesi, quanto piuttosto immedesimazioni, avvicinamenti per piccoli gesti: come il labbro di Jude Law, che si piega ed ecco che impercettibilmente lui «diventa» lo Zar. Si arriva alla vigilia dell'oggi, senza la seconda parte della guerra con l'Ucraina, perché lì si fermava il romanzo, ma non serve per avere adesione alla realtà. Basta la scena finale (che non va rivelata) e quel senso di svuotamento che progressivamente avvolge lo spettatore.
Voto: 7. Lucida analisi dell'ineluttabilità del potere, con due attori che «sono» le persone che interpretano.
«La Gioia» di Nicolangelo Gelormini
Gioia (e finalmente Valeria Golino imbruttita e invecchiata, evviva) è una professoressa di Francese squallidina, che a oltre cinquant'anni sta ancora a casa tra le braccia mortifere di mamma e papà per i quali è la «loro» Gioia. Poche, in realtà, le gioie di Gioia e tutte cristallizzate in un piccolo mondo antico dove il sesso e l'età adulta - sua - non sono entrati: il tifo del calcio con la partita alla tv, i poeti francesi e poco altro. Finché non inciampa in Alessio (Saul Nanni, decisamente nella parte di oggetto del desiderio): allievo di un'altra classe, anima perduta, figlio di una madre (Jasmine Trinca) che sfrutta il suo potenziale sessuale per concedersi piccoli vizi di provincia. È come se Alessio fiutasse in Gioia la paura e il desiderio e li monetizzasse al primo sguardo. La preda è scelta. Ora bisogna agire. E la trappola prevede un lento rituale di seduzione, con l'illusione, addirittura, che Gioia possa aspettare un bambino. Se è abbastanza prevedibile che il raggiro riesca e che la vittima resti impigliata nella rete, è come questa trappola è resa che rende il film interessante, in questo continuo gioco tra il vero e il verosimile, tra la visione e la grottesca illusione, perduta.
Voto: 6,5. Credibile per le prove d'attori e per la scrittura, nel ritrarre una donna dalle ambizioni perdute, intrappolata nella casa di famiglia che diventa nido soffocante.
«I due procuratori» di Sergei Loznitsa
Un giovane procuratore viene convocato da un detenuto che accusa di malversazioni la polizia staliniana. La sua dedizione (il suo volto è quello dell'attore Alexander Kuznetsov), lo porta fino a Mosca, agli uffici del procuratore di regime (Andrey Kazakov), la faccia in ombra del suo stesso ruolo. In un'atmosfera che da kafkiana diventa del terrore, in cui il potere è l'unico obiettivo di un esercizio distorto della giustizia, i due procuratori si affrontano per tutto il film, prima a distanza, poi faccia a faccia e poi di nuovo per procura, giù giù fino al finale claustrofobico che è la summa delle atmosfere kafkiane. Curioso che al cinema questo film idealmente dialoghi con «Il mago del Cremlino» che esce negli stessi giorni. Entrambi a ridosso, e non a caso, del quarto anniversario del conflitto in Ucraina.
Voto: 7,5. Teso, rigoroso, livido. Uno sguardo dal ponte verso una Russia staliniana mai così attuale.
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14 febbraio 2026 ( modifica il 14 febbraio 2026 | 12:22)
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