Morto lo storico Roy Medvedev, marxista antistalinista
Corriere della Sera - Cultura

Morto lo storico Roy Medvedev, marxista antistalinista

Sabato 14 febbraio 2026
3 visualizzazioni

Il dissidente sovietico, che fu sostenitore di Gorbaciov, aveva cento anni. Il suo libro più famoso è «La rivoluzione d’Ottobre era ineluttabile?», tradotto in Italia nel 1976

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Morto lo storico Roy Medvedev, marxista antistalinista

di ANTONIO CARIOTI

Il dissidente sovietico, che fu sostenitore di Gorbaciov, aveva cento anni. Il suo libro più famoso è «La rivoluzione d’Ottobre era ineluttabile?», tradotto in Italia nel 1976

Roy Medvedev (1925-2026) (foto Tacc)

Sostenere le idee del «socialismo dal volto umano» nell’Urss di Leonid Brežnev, immersa in un’atmosfera culturale stagnante e irrespirabile, non era impresa semplice. Ma allo storico Roy Medvedev, scomparso venerdì 13 febbraio all’età di 100 anni, non mancavano il coraggio e la vivacità intellettuale. Riuscì così a caratterizzarsi come il rappresentante più significativo della componente marxista nel frastagliato panorama del dissenso sovietico.

Di etnia russa, ma nato il 14 novembre 1925 a Tbilisi, capitale dell’allora repubblica sovietica della Georgia, Roy Medvedev era figlio di un docente dell’Accademia militare arrestato nel 1938 durante le grandi purghe staliniane e morto in un lager nel 1941. Il suo fratello gemello Žores, biologo, era stato internato per un breve periodo in manicomio nel 1970 a causa dei suoi interventi in favore dei diritti umani e poi era stato privato della cittadinanza sovietica durante un soggiorno in Gran Bretagna nel 1972: da allora era vissuto in quel Paese. Roy invece era rimasto a Mosca, ma anche lui se l’era vista brutta. Dall’inizio degli anni Sessanta, dopo che il XXII Congresso del Pcus (ottobre 1961) aveva ribadito la condanna dello stalinismo, aveva lavorato a un’opera sulle responsabilità del tiranno georgiano, di cui anche le autorità erano a conoscenza. Ma dopo l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 prese piede una campagna per la riabilitazione di Stalin e Medvedev finì nel mirino.

Espulso dal partito nel 1969, lasciò il lavoro d’insegnante nel 1971 in coincidenza con la pubblicazione in Occidente del suo libro, che in Italia uscì nel 1972 da Mondadori con il titolo Lo stalinismo. Da allora divenne un dissidente disoccupato, tollerato a stento dal potere. Oltre alla fama di cui godeva all’estero e tra i corrispondenti stranieri, a proteggere Medvedev da guai peggiori fu probabilmente il fatto che anche nel gruppo dirigente sovietico qualcuno riteneva tollerabili, se non proprio condivisibili, le sue posizioni, visto che non metteva in discussione il sistema socialista, ma ne auspicava l’evoluzione graduale in senso democratico. Un orientamento che, nell’ambito del dissenso, lo collocava agli antipodi dello scrittore Aleksandr Solženitsyn, nazionalista anticomunista e devoto alla religione ortodossa, ma piuttosto lontano anche dal fisico Andrei Sakharov, che considerava troppo filo-occidentale.

Per esempio Medvedev tendeva a enfatizzare le differenze tra Lenin e Stalin, anche se non sempre una contrapposizione così netta veniva confermata dalle ricerche storiografiche di cui lui stesso era autore. Infatti i suoi libri La rivoluzione d’Ottobre era ineluttabile? (Editori Riuniti, 1976) e, soprattutto, Dopo la rivoluzione (Editori Riuniti, 1978) mostravano che, se la decisione dei bolscevichi di prendere il potere nel 1917 si poteva giustificare, le loro scelte immediatamente successive, specie nei riguardi del mondo contadino, avevano posto le premesse per lo scatenamento e l’estensione della guerra civile russa, la cui ferocia favorì senza dubbio la successiva ascesa di Stalin.

Medvedev sottolineava che nel 1921 Lenin aveva saputo correggere i precedenti errori, ripristinando la libertà di commercio nelle campagne con la cosiddetta Nep (Nuova politica economica), ma trascurava il fatto che il leader comunista considerava quella correzione di rotta una ritirata provvisoria, imposta dai fatti, e non certo una linea strategica durevole.

In generale comunque gli studi di Medvedev erano incompatibili con l’ideologia del regime, la cui ottusità gli appariva gravemente nociva per la causa del socialismo. «Se Marx oggi si trovasse tra noi — dichiarò a Piero Ostellino nella Intervista sul dissenso in Urss pubblicata da Laterza nel 1977 —, sarebbe meno colpito dal fatto che molte sue previsioni non si sono avverate e molte sue affermazioni si sono rivelate imprecise o sbagliate, che dal fatto che si è ridotto il suo pensiero a dogma o lo si interpreta così arbitrariamente e in mala fede».

Ovviamente negli anni Ottanta Medvedev aveva accolto con estremo favore la linea riformatrice di Mikhail Gorbaciov, che in sostanza coincideva con quanto da lui lungamente auspicato. Nel 1989 era stato riammesso nel Pcus e poi eletto deputato al Congresso del popolo dell’Urss: nello stesso anno era uscito in Italia un libro da lui realizzato con Giulietto Chiesa e significativamente intitolato La rivoluzione di Gorbaciov (Garzanti). Ma Medvedev aveva poi dovuto assistere con crescente sconcerto al fallimento della perestrojka e alla disgregazione dello Stato sovietico, con l’ascesa a Mosca di un leader spregiudicato come Boris Eltsin.

Assai severo verso le riforme liberalizzatrici introdotte negli anni Novanta, Medvedev ne aveva tratto un bilancio impietoso nel saggio La Russia post-sovietica (Einaudi, 2002), in cui denunciava la «politica dello sperpero» condotta da Eltsin e manifestava già un’evidente fiducia in Vladimir Putin, cui attribuiva «calma, serietà e intelligenza». Negli anni successivi si sarebbe trovato paradossalmente al fianco del suo antico rivale Solženitsyn nel difendere il nuovo energico capo del Cremlino. Il socialista e il cristiano slavofilo, ideologicamente distanti ma entrambi all’opposizione in epoca sovietica, avevano così condiviso il sostegno a un ex ufficiale del Kgb, cui riconoscevano il merito di aver salvato la patria dal baratro. Sottovalutando però il rischio di affidare ancora una volta le sorti della Russia nelle mani di un «uomo forte» dall’indubbia vocazione autoritaria.

14 febbraio 2026 (modifica il 14 febbraio 2026 | 10:53)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi questo articolo