Morto il poeta Giancarlo Consonni
Corriere della Sera - Cultura

Morto il poeta Giancarlo Consonni

Venerdì 13 febbraio 2026
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Aveva 83 anni. Nelle sue liriche si ritrova un tono quotidiano e semplice. Compose i suoi versi in dialetto lombardo e in italiano. La prima raccolta è del 1983. Era anche urbanista e storico dell’architettura, docente al Politecnico di Milano

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Morto il poeta Giancarlo Consonni

di PAOLO DI STEFANO

Aveva 83 anni. Nelle sue liriche si ritrova un tono quotidiano e semplice. Compose i suoi versi in dialetto lombardo e in italiano. La prima raccolta è del 1983. Era anche urbanista e storico dell’architettura, docente al Politecnico di Milano

Giancarlo Consonni (1943-2026)

Una personalità multiforme, quella di Giancarlo Consonni, nato a Merate (Lecco) il 14 gennaio del 1943 e morto venerdì 13 febbraio 2026 a Milano. Urbanista (professore emerito del Politecnico), polemista (sull’ambiente e sulla città), fotografo, pittore e poeta in dialetto lombardo e in lingua, ma anche critico e lettore di poeti (tra gli altri, gli amici-fratelli maggiori Vittorio Sereni, Franco Loi e Raffaello Baldini). Resterà la sua presenza intellettuale, il suo spirito civico e resterà la sua voce poetica. «È come se conducessi sette vite in parallelo», diceva. Gli piaceva stare nel mezzo di quello che chiamava il «girotondo delle muse».

Il suo principio morale era prendere la parola solo per un’urgenza del fare e del dire: fare e dire che per Consonni coincidevano. Anche perché le città (dove «ci sono tutte le lingue del mondo») e i contesti di convivenza sociale andavano letti per lui come opere d’arte e la parola poetica andava pensata come una delicata costruzione di suoni e di immagini. Lombardo di madre pistoiese, si muoveva tra lingua e dialetto (il dialetto del contesto rurale in cui era cresciuto), intendendoli non in opposizione ma come «due punti di ascolto reciproco». Se l’ascolto è fondamentale per valorizzare l’oralità nella scrittura, non è strano che una delle sue raccolte più importanti si intitoli Vûs (Voce, Einaudi 1997) e si divida esattamente in due parti, rurale (L’età gulûsa) e cittadina (Grüista): «Adesso che so dell’usignolo / adesso che so del rampichino / e del silenzio verso sera / so quello che basta al giorno» (è la traduzione sua di suoi versi in dialetto).

In genere, le sue composizioni sono brevi costruzioni aeree, in bilico tra ironia e malinconia, di una levità apparentemente minimalista, tendente all’epigramma. In pochi versi Consonni rende chiara la sua idea di poesia: «Come sospesa / nel rondò dei giorni / è la pienezza della rosa. // Ciò che manca / - un mondo, un sogno - / si palesa». Dalla prima raccolta, Lumbardia (I Dispari, 1983) a Viridarium (libro rivelazione pubblicato da Scheiwiller nel 1987 con prefazione di Franco Loi), fino alle plaquette di Pulcinoelefante e alle raccolte einaudiane, Consonni è rimasto fedele a un tono quotidiano e semplice in cui l’osservazione delle piccole cose (un girasole in città, una lucertola, un pungitopo) è capace di evocare mondi segreti e di accendere impensate epifanie.

Diceva che la poesia «deve saper andare tra la gente (nel senso di cercare il più possibile di essere comprensibile e condivisibile) e, insieme, deve avere consapevolezza del posto che la parola – e la voce che la rende unica – occupano nell’universo». Tutt’altro che separato dall’esercizio poetico era il suo pensare all’architettura e all’ambiente urbano, al vivere e al convivere nella città. Più volte (e sempre più) ha levato il suo grido di dolore sulla Milano degli ultimi anni, che da spazio collettivo è diventata luogo di saccheggio economico-finanziario e di degrado consegnato alle logiche dello sfruttamento immobiliare e assediato dalle auto, dall’accumulazione disordinata e dalla pubblicità, complici non solo le amministrazioni politiche ma anche tante ammiratissime archistar. Consonni ha diretto l’Archivio di Piero Bottoni, protagonista dimenticato del miglior design italiano.

13 febbraio 2026 (modifica il 13 febbraio 2026 | 12:16)

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