Morto Cees Nooteboom, scrittore e viaggiatore olandese. Ha raccontato il Novecento
Corriere della Sera - Cultura

Morto Cees Nooteboom, scrittore e viaggiatore olandese. Ha raccontato il Novecento

Giovedì 12 febbraio 2026
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Saggista, drammaturgo e poeta, l’autore aveva 92 anni. Si è spento nell’isola di Minorca, in Spagna. Le sue opere sono tradotte in circa trenta lingue

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Morto Cees Nooteboom, scrittore e viaggiatore olandese. Ha raccontato il Novecento

di Antonio Carioti

Saggista, drammaturgo e poeta, l’autore aveva 92 anni. Si è spento nell’isola di Minorca, in Spagna. Le sue opere sono tradotte in circa trenta lingue

Cees Nooteboom in Sala Buzzati al «Corriere» nel 2017 (Foto Stefano De Grandis/Fotogramma)

Era una penna versatile come poche altre quella di Cees Nooteboom, scrittore olandese scomparso all’età di 92 anni a Minorca, l’isola spagnola dove aveva trascorso l’ultimo decennio della sua vita. Poeta innanzitutto, ma anche autore di romanzi, racconti, libri di viaggio. E poi saggista, drammaturgo. Le sue opere sono tradotte in circa trenta lingue, più volte il suo nome era stato incluso tra quelli dei candidati al premio Nobel.

«Si dovrebbero poter vivere cento vite parallele», si legge in uno dei suoi testi. Un altro libro lo aveva intitolato Avevo mille vite e ne ho presa una sola (Iperborea, 2011). Certamente Noteboom, nel corso della sua lunga esistenza, era passato attraverso numerose esperienze, che non di rado l’avevano visto a contatto con i drammi della storia.

A soli sei anni aveva assistito ai bombardamenti tedeschi durante l’invasione del suo Paese. Nel 1956, quando era poco più di un ragazzo, aveva raccontato l’intervento sovietico a Budapest per schiacciare la rivoluzione ungherese. Aveva seguito in diretta la rivolta giovanile del maggio parigino, nel 1968. La caduta del Muro di Berlino lo aveva colto sul posto, nella città tedesca. E gli era capitato pure di immaginare nel 1975, con un inquietante presentimento, il crollo delle Torri Gemelle di New York, che gli erano parse fragili e destinate ad accartocciarsi su sé stesse.

Nato all’Aia il 31 luglio 1933, da bambino aveva subito la perdita del padre, che aveva lasciato la famiglia durante la guerra ed era morto sotto un bombardamento nel 1945. Sua madre si era risposata con un fervente cattolico, per cui Nooteboom aveva compiuto gli studi scolastici superiori passando da un istituto religioso a un altro. A un certo punto aveva anche pensato di prendere i voti: gli piaceva l’atmosfera dei conventi.

All’università invece non si era iscritto, aveva preferito impiegarsi in banca. Ma ben presto lo spirito d’avventura innato in lui aveva preso il sopravvento: «Sono un’anima inquieta», avrebbe confessato Nooteboom nel 2019 a Milano, invitato dal «Corriere della Sera» in occasione della festa de «la Lettura».

Così quell’inquietudine lo aveva spinto a viaggiare in autostop per l’Europa, soprattutto in Francia e in Scandinavia. Un frutto di quelle peregrinazioni è il primo romanzo di Nooteboom, pubblicato nel 1955 a soli 22 anni, Philip e gli altri (Iperborea, 2005), considerato un testo precursore della Beat Generation. Con quel libro aveva vinto il premio intitolato ad Anne Frank. E l’anno dopo era uscita la sua prima raccolta di poesie I morti cercano casa. Il rapporto con la morte è un altro tema che torna spesso nel repertorio dello scrittore olandese.

Nel 1957 Nooteboom si era imbarcato come mozzo su una nave diretta in Sudamerica per amore di Fanny Lichtfeld, figlia del ministro olandese per il Suriname. I due si erano sposati a New York nello stesso 1957, ma avevano poi divorziato sette anni dopo. Legato per diverso tempo alla cantante Liesbeth List, Cees si era risposato in seguito con la fotografa Simone Sassen.

Nooteboom aveva coltivato parallelamente la poesia e la letteratura di viaggio. Comporre versi era tuttavia di certo la sua vocazione più profonda, quasi istintuale, l’abbandono a un ritmo interiore. «La poesia — aveva detto in un’intervista — offre qualcosa che va oltre le vite di ciascuno, trasporta in un luogo che sta più in alto della quotidianità. Compie questo strano miracolo per cui parte da un punto molto personale e arriva all’universale».

Già conosciuto e apprezzato negli ambienti letterari, Nooteboom si era affermato definitivamente nel 1980 con il romanzo Rituali (Iperborea, 1993), che gli aveva procurato una vasta notorietà internazionale. La sua prosa scorrevole e coinvolgente, ricca di sfumature, tesa a scavalcare le barriere spazio-temporali, ne aveva decretato il successo presso il pubblico dei lettori e anche tra i critici più esigenti. Con un po’ di ritardo rispetto ad altri Paesi, l’opera dello scrittore olandese era giunta in Italia all’inizio degli anni Novanta per merito della casa editrice Iperborea e del traduttore Fulvio Ferrari. Il primo dei suoi romanzi ad essere comparso qui da noi era stato Il canto dell’essere e dell’apparire, pubblicato nel 1991, a dieci anni di distanza dall’edizione originale. Poi ne erano seguiti molti altri, insieme alle raccolte di versi e ai libri di viaggio.

Nooteboom negli ultimi anni viveva tra Amsterdam e l’isola spagnola di Minorca, nelle Baleari, ma in precedenza aveva viaggiato di continuo in tutto il mondo, dalla Spagna al Giappone, dalla Bolivia all’India e all’Africa. Una particolare attenzione aveva dedicato all’Iran, alla Tunisia e in generale al mondo islamico, argomento del libro Il suono del suo nome (Ponte alle Grazie, 2012). Era persuaso che i conflitti in corso tra i popoli musulmani e l’Occidente richiedessero, per essere appianati, il «superamento della nostra incredibile ignoranza reciproca».

Pur privo di una formazione accademica, Nooteboom era un appassionato ammiratore della civiltà classica. Se ne trovano tracce in Tumbas («Tombe» in spagnolo), volume molto particolare uscito nel 2007 e pubblicato in Italia da Iperborea nel 2015: un resoconto dettagliato delle visite da lui compiute nel corso di decenni alle sepolture di poeti e pensatori, con tanto di foto scattate dalla moglie. Importante e suggestiva anche la raccolta di versi Addio . Poesia al tempo del virus (Iperborea, 2020), pervasa degli umori apocalittici che gli aveva ispirato la pandemia da Covid-19.

Da poeta che non amava molto essere interpellato sui temi politici (anche se spesso avveniva), Noteboom concepiva l’Europa soprattutto come «un luogo dello spirito, uno spazio dell’anima». E lo preoccupava vedere l’ideale dell’unità continentale svilirsi dinanzi al primato delle esigenze economiche, piegarsi sotto la pressione degli interessi organizzati. Temeva meno l’irruzione dei populismi autoritari e xenofobi, che gli apparivano sostanzialmente anacronistici, destinati a cedere il passo dinanzi a «qualcosa che non si può fermare e che possiamo chiamare storia».

Invece di abbandonarsi a suggestioni ingannevoli, ammoniva Nooteboom, gli europei dovevano adoperarsi a costruire una società multiculturale e a mettere in sinergia la doti di ciascun popolo: «C’è bisogno — diceva — sia del genio italiano che del pragmatismo tedesco». Di certo aveva fatto tutto quanto in suo potere, come scrittore, per favorire la comprensione tra le genti.

12 febbraio 2026 (modifica il 12 febbraio 2026 | 11:55)

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