Nooteboom: «Ho viaggiato per mezzo mondo. Poi ci si ferma...»
Corriere della Sera - Cultura

Nooteboom: «Ho viaggiato per mezzo mondo. Poi ci si ferma...»

Giovedì 12 febbraio 2026
3 visualizzazioni

«La Lettura» ha intervistato più volte lo scrittore olandese. La conversazione del 2022 in occasione dell’uscita del libro «Saigoku» (Iperborea) suona oggi come una sorta di testamento spirituale

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Nooteboom: «Ho viaggiato per mezzo mondo. Poi ci si ferma...»

di CRISTINA TAGLIETTI

«La Lettura» ha intervistato più volte lo scrittore olandese. La conversazione del 2022 in occasione dell’uscita del libro «Saigoku» (Iperborea) suona oggi come una sorta di testamento spirituale

Cees Nooteboom in Sala Buzzati, al Corriere della Sera, nel 2019 in occasione di BookCity Milano (Stefano De Grandis/Fotogramma)

Questo articolo è tratto da «la Lettura» #553 del 3 luglio 2022.

«Ho viaggiato tutta la vita ma arriva un momento in cui ti devi fermare». Cees Nooteboom per ora si è fermato a Minorca, l’isola del vento dove si rifugia tutte le estati. Un giardino pieno di piante, uno studio ricavato da una porcilaia. E la compagnia della moglie Simone Sassen, sua preziosa «fotografa personale» in tanti viaggi e libri. A 88 anni (il 31 luglio ne compirà 89) Cees Nooteboom risponde al telefono con voce squillante e quel filo di ironia che alleggerisce la profondità delle esperienze e delle riflessioni affrontate in una vita densa e curiosa. Lo scrittore-viaggiatore più volte candidato al Nobel ha raccontato spesso di essere un’anima inquieta indotta a viaggiare a volte anche solo dal nome di un luogo, nella consapevolezza che il viaggio è letteratura, poesia, vita. La guerra, l’occupazione nazista, i bombardamenti, l’invasione dell’Ungheria del 1956, il Maggio francese, la caduta del muro di Berlino: la storia e la geografia del Novecento Cees Nooteboom le ha percorse e raccontate in vari modi, come autostoppista, reporter, romanziere, poeta, capace sempre di cogliere «il respiro del mondo». Ora l’orizzonte dei suoi viaggi si è ristretto, ma lo sguardo arriva ancora lontano, anche se, dice, «prima potevo trovare il “Corriere della Sera” e gli altri giornali stranieri nelle edicole dell’isola, ora non arrivano più. Cerco di ricordarmi perché ho cominciato a venire qui, a Minorca, circa sessant’anni fa e mi rendo conto che le cose sono cambiate enormemente: una volta eravamo pochi, ora troppi. Ma forse nella loro essenza sono sempre le stesse».

In Italia Iperborea ha pubblicato «Saigoku. Il pellegrinaggio giapponese in 33 templi» (2022, ndr), libro che in Olanda è uscito nel 2013 ed è il frutto di una serie di viaggi in tempi diversi, sulle orme di Kobo Daishi, il viandante e rifondatore del buddhismo.

«L’ho ripreso in mano, anche per cercare di dare risposte intelligenti a questa intervista (ride). Per me è un libro importante. L’ho riguardato con una certa nostalgia: era un mondo fantastico. Anche per il Giappone questi posti, i 33 templi del pellegrinaggio, sono ancora eccezioni. Il Paese è ormai come altri luoghi nel mondo, popolato e affollato, ma se sei disposto a muoverti, a fare un po’ di fatica, puoi trovare questi posti isolati molto silenziosi, tranquilli».

Lei scrive che in uno dei 33 templi visitati, il Nakayama-dera, il più popolare, emergono tutte le contraddizioni del Giappone moderno: fede e superstizione convivono tranquillamente, avvicinandosi in un certo senso alle pratiche del cattolicesimo…

«In Occidente trovi molte persone che si dicono buddhiste o che seguono qualche genere di filosofia orientale o orientaleggiante, ma quando arrivi lì diventa tutto così reale, così vicino a te».

Anche per chi, come lei, ha avuto un’educazione cattolica e ha studiato dai monaci trappisti?

«Ho visto come in Giappone la religione diventi qualcosa di normale, non riservato soltanto a menti superiori. In questo senso è come il cattolicesimo: la gente va da qualche parte a pregare per qualcosa, insomma è una religione molto popolare e non così esoterica come gli occidentali pensano. Soltanto in alcuni di questi templi, in particolare quelli più remoti, trovi quello che forse si può definire il vero Giappone».

«Saigoku», come gli altri suoi libri, intreccia i viaggi con i riferimenti a testi e autori. Anche in «Tumbas» quando visita la tomba di Murasaki Shikibo scrive: «Il mio Giappone è un Giappone di libri». Murasaki Shikibu è nata intorno al 978 e morta nel 1016, è vissuta alla corte imperiale giapponese durante l’epoca Heian ed è autrice della «Storia di Genji». Lei qui la paragona a Marcel Proust.

«Benché tra loro ci siano diversi secoli di differenza, io vedo evidenti corrispondenze. Entrambi danno un’idea precisa della società in cui vivono, entrambi ci hanno lasciato ritratti di uomini e donne che possono essere considerati simboli della condizione umana. Quello del Giappone è un mondo per noi abbastanza estraneo, lontano, e Storia di Genij è scritto in una lingua antica che spesso neppure i giapponesi riescono a comprendere, eppure appena entri nel racconto tutto sembra naturale. Per me è il primo grande romanzo della letteratura. La storia di Genij e la Recherche sono ormai inscindibili dalla mia vita. E il pellegrinaggio del Saigoku è anche un pellegrinaggio verso quel libro. I monti e i fiumi restano gli stessi e se il lettore socchiude gli occhi nel crepuscolo può vedere ciò che ha visto la scrittrice. Alla Recherche sono arrivato tardi, intorno ai quarant’anni, quando una donna mi ha detto: io la rileggo ogni giorno. L’ho iniziata in francese, cosa che per me è stato abbastanza difficile perché dovevo spesso fermarmi e cercare alcune parole, ma ho letto tutti e sei i volumi uno dietro l’altro. Ci ho messo un paio d’anni, ma non l’ho mai rimpianto».

In «Saigoku» scrive che chi legge molta poesia ha un archivio interiore che in certi momenti della vita si apre a una pagina precisa. È un superpotere?

«Sì è così, la poesia è sempre lì, dentro di te. Per un certo periodo ho collaborato con un magazine traducendo ogni mese, a volte io stesso, a volte altri, una poesia straniera: autori spagnoli, inglesi, tedeschi. In qualche modo quei versi sono sempre con me, come I fiumi di Ungaretti, di cui parlo in Saigoku».

Scrive sempre poesia?

«Sulla mia scrivania c’è un libro, non ancora tradotto in italiano, che si intitola Fox, Volpe. C’è una foto che ha scattato Simone. Abbiamo visto questa volpe in montagna, mi pare in Svizzera, e io le ho detto: scatta, scatta. Quando lo ha fatto la volpe mi ha guardato e per un breve momento i nostri si sono incrociati, poi è scappata. Arriverà anche in Italia, il Paese che ha tradotto di più e meglio i miei libri».

Lei ha un legame forte con l’Italia.

«Il mio primo viaggio in assoluto è stato in Italia e ne sono rimasto completamente sconvolto, affascinato. È stata una grande scoperta che mi ha fatto dire: ecco, questo è il posto in cui devo vivere. La Spagna, per quanto possa sembrare simile, è più severa, manca quell’elemento di seduzione tipico italiano. Mio fratello più giovane, che ora è morto, viveva a Udine e sono andato spesso a trovarlo. Ma anche Venezia è un luogo che amo molto. Ho viaggiato tutta la vita ma arriva un momento in cui ti devi fermare».

E quando un viaggiatore si ferma che cosa fa?

«Viaggia in un altro modo. Ora sto lavorando ai miei diari, i taccuini di appunti presi nel corso degli anni e il mio traduttore francese li sta editando. Quindi mi consulta continuamente: chi è questo personaggio di cui ci sono solo le iniziali? Com’è il suo nome di battesimo? Quando sei stato in quel posto? Devo tornare indietro con la memoria, trovare le risposte e molto spesso non ci riesco».

Quindi oggi per lei viaggiare è ricordare?

«In un certo senso sì: mia moglie è più giovane e ricorda meglio, così se le dico, dovresti avere le immagini di quel viaggio in Italia lei mi dice sì, ma ho belle foto anche dell’Australia, della Cina. Così ora posso viaggiare guardandole».

Dopo questi anni di pandemia, con la guerra in Ucraina, è cambiato il nostro modo di viaggiare?

«È contraddittorio. Senti continuamente dire che con questi prezzi del carburante diventa difficile spostarsi ma è un momento in cui ci sono più turisti che mai. Io ho dovuto venire a Minorca in aereo, ma questo è un viaggio che normalmente facevo in auto, guidando dall’Olanda. Attraversi la Francia che ha un passaggio molto bello, poi a Barcellona prendi il traghetto per 9 ore ed è tutto un altro modo di viaggiare. Quando ero giovane facevo l’autostop, era un modo per incontrare molta gente, ora non lo fa più quasi nessuno. Ho molti amici in Italia, parlo spagnolo, ho vissuto in Germania, mi sono sempre sentito cittadino dell’Europa. Se hai un po’ di adattabilità puoi vivere dappertutto».

Lei è da sempre anche un grande osservatore di ciò che accade in Europa.

«Sono abbastanza vecchio da aver vissuto la Seconda guerra mondiale, avevo 6 anni quando scoppiò. Mio padre morì in un bombardamento. Quando ho visto le immagini dell’Ucraina mi sono venute in mente le scene vissute da bambino. Troppe cose ora ritornano».

Nel 2017 a «la Lettura» ha raccontato che mentre si trovava a Budapest durante l’invasione russa del 1956, una ragazza le chiese: «Quando verrà qualcuno ad aiutarci?» e lei rispose: «Non verrà nessuno, l’America non farà un’altra guerra mondiale per voi». Darebbe questa risposta oggi se una giovane ucraina le chiedesse la stessa cosa?

«In un certo senso sì. D’altro canto trovo che l’Ucraina stia ricevendo molto aiuto ma forse non quello di cui ha bisogno. Se sia sufficiente o no non lo possiamo ancora dire. Tutti promettono ma la vera domanda è: l’Ucraina sopravviverà intera o dovrà cedere parte del loro territorio, come già ha fatto con la Crimea? Sento che c’è molta simpatia per il popolo ucraino ed è molto difficile pensare che i russi non sappiano che cosa sta realmente succedendo o che sappiano soltanto ciò che il governo permette loro di sapere. E i Paesi confinanti come possono stare tranquilli? Putin ha già minacciato di usare armi chimiche. Non sono pessimista, sono convinto che non succederà, ma questa paura intorno a noi è reale. Fino a qualche anno eravamo sicuri che certi orrori non sarebbero più accaduti, ora non è più così. Anche perché non sappiamo quasi nulla: se Putin sia pazzo o no, se ci sia una reale opposizione in Russia, anche considerato che ora il numero di soldati morti comincia a essere alto. E le conseguenze di questa guerra vanno molto al di là dell’Europa e dell’America. Sappiamo che l’Ucraina non può esportare più il grano e il dramma vero è in Africa. Una settimana fa decine di migranti africani sono stati massacrati nel tentativo di entrare a Melilla, enclave spagnola in Marocco».

Lei non ama parlare molto di politica...

«Sì, questi sono discorsi che normalmente cerco di evitare, ma quando vedo, per esempio, il volto del vostro primo ministro, Mario Draghi, mi pare di vedere qualcuno di cui fidarsi. L’Italia è stata un Paese molto caotico per un certo periodo, ora mi sembra lo sia molto meno».

Come passa le sue giornate sull’isola?

«Questa è una casa di campagna e devo lavorare come uno schiavo perché il giardino non diventi il mio padrone. Ti devi alzare presto la mattina a raccogliere le foglie e i fiori che cadono per poterti sedere tranquillamente la sera a guardare l’oleandro. C’è l’asino dei vicini che, quando ceniamo, si avvicina al muretto e raglia per dire che vuole le carote. In certi giorni mi piace andare al mercato del pesce, non nei grandi centri commerciali. Insomma è una vita molto tranquilla. Non ho mai voluto costruire una piscina qui perché mi piace nuotare nel mare».

Nuota ancora tutti i giorni?

«Sì ma non mi tuffo più dalle rocce come un tempo. E non faccio più le lunghe passeggiate che ero solito fare. Leggo, ora, per esempio un romanzo di Clarice Lispector, scrittrice che amo, nata in Ucraina e poi trasferitasi in Brasile, un altro Paese in cui ho viaggiato molto. È molto interessante, trenta o quarant’anni fa forse non l’avrei apprezzata così tanto. Ed è bello rendersi conto che anche in tarda età puoi scoprire cose speciali che non avresti immaginato».

12 febbraio 2026 (modifica il 12 febbraio 2026 | 11:58)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi questo articolo