Maurizio Merluzzo: «Io, attore e doppiatore delle star in tv, faccio anche il wrestler. Sempre sull'altalena tra microfono e ring»
Corriere della Sera - Cultura

Maurizio Merluzzo: «Io, attore e doppiatore delle star in tv, faccio anche il wrestler. Sempre sull'altalena tra microfono e ring»

Giovedì 12 febbraio 2026
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Nato nel 1986 a Prato, da genitori foggiani di Anzano di Puglia, Merluzzi ha mantenuto un forte legame con la terra d’origine della sua famiglia. Si divide tra ring e recitazione

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Maurizio Merluzzo: «Io, attore e doppiatore delle star in tv, faccio anche il wrestler. Sempre sull'altalena tra microfono e ring»

di Lorenzo Giliberti

Nato nel 1986 a Prato, da genitori foggiani di Anzano di Puglia, Merluzzi ha mantenuto un forte legame con la terra d’origine della sua famiglia. Si divide tra ring e recitazione

Voce potente del doppiaggio italiano, attore, creator e wrestler, Maurizio Merluzzo è nato nel 1986 a Prato da genitori foggiani di Anzano di Puglia, mantenendo un forte legame con la terra d’origine della sua famiglia. Dopo gli esordi teatrali, coltiva il sogno del doppiaggio fino a farne una professione, dando voce a personaggi iconici di serie tv, film di Hollywood e anime. Parallelamente si afferma sul web con un canale YouTube seguitissimo e intraprende anche la carriera nel wrestling professionistico.
Un percorso poliedrico, costruito tra palco, microfono e ring. Prima di salire sul palco del suo tour teatrale, si racconta tra radici, passioni e nuove sfide.

Innanzitutto, cosa sta facendo?
«Il tour di uno spettacolo che avevo scritto nel 2019 e che, a causa del Covid, non sono riuscito a portare in teatro. L’ho sempre desiderato, e quando ho incontrato Ruggero de “I Timidi” da ospite sul mio canale YouTube, abbiamo fatto amicizia e mi ha aiutato a riscrivere lo spettacolo e a curarne la regia».

Fa il wrestler, il doppiatore, l’attore. Come si definisce in una parola?
«Non c’è una parola. L’unica è “MaurizioMerluzzo” tutto attaccato. Così è una sola».

Le sue origini pugliesi influenzano il suo mestiere?
«Non direttamente. I miei genitori sono pugliesi, io sono nato e cresciuto a Prato, ma da piccolo passavo in Puglia quattro mesi l’anno. Mi hanno sempre parlato in dialetto. Però non ci sono lati separati di me: sono il risultato di tutto questo insieme».

Ci parli del suo legame con la Puglia.
«Da bambino stavo sempre al paese: zii, cugini, nonni. Era un posto piccolo, quindi per me la Puglia era quel mondo lì. I ricordi sono legati al cibo, agli amici, alla libertà di correre per strada senza macchine. Mi riporta spensieratezza e affetti che oggi non ci sono più. L’accento viene fuori quando sono lì, con i parenti. Oggi ci torno una o due volte l’anno».

C’è stato un momento in cui ha capito che la voce non bastava più e doveva mostrarsi?
«Già alle superiori presentavo eventi e spettacoli. Il mio sogno era il doppiaggio. Poi con il progetto YouTube, nato con il mio amico Paolo Cellamare, mi sono messo in gioco anche visivamente, e da lì è nato un percorso parallelo che oggi è parte fondamentale».

A quale personaggio doppiato è più legato?
«Ne ho tanti. Sono molto affezionato a Ragnar di Vikings, perché mi ha fatto crescere tanto. Poi Elvis al cinema, che è stato un ruolo importante. E agli anime in generale».

Il doppiaggio italiano è ancora un’eccellenza?
«Come tutto, oggi si lavora con tempi sempre più stretti. E quando si fa tutto di corsa la qualità può risentirne. Però ci sono ancora produzioni che si prendono il tempo necessario e lì il livello resta altissimo».

C’è una verità scomoda sul doppiaggio che nessuno dice?
«Ce ne sono tante».

L’intelligenza artificiale: minaccia o opportunità?
«L’IA va regolamentata. Bisogna tutelare le voci e il lavoro. Finché non ci sono regole chiare si naviga a vista, ed è normale che ci sia preoccupazione».

Disney evita certe espressioni per non creare doppi sensi: è un’esagerazione?
«Sono scelte editoriali. Viviamo in un momento storico molto delicato e certe decisioni nascono da quello».

Apu dei Simpson è stato ritirato dopo le polemiche. Cosa ne pensa?
«Per me sono sciocchezze. Il doppiaggio è recitazione: se iniziamo a dire che solo un indiano può doppiare un indiano e solo uno svizzero uno svizzero, diventa ghettizzazione. Se sei bravo, puoi interpretare chiunque. Negli Stati Uniti il contesto culturale è diverso e le minoranze hanno un peso numerico e storico differente. In Italia il discorso è meno acceso».

Quando muore un doppiatore, è giusto ritirare il personaggio?
«Sono scelte di regia. In America si fa voice acting: spesso il personaggio nasce sulla voce dell’attore. Se quella voce manca e il regista ritiene che il personaggio perda senso, può essere coerente chiuderlo».

Il suo podcast «Vita da Wrestler» ha segnato una svolta?
«Mi ha fatto realizzare un sogno d’infanzia. Il wrestling italiano mi ha restituito passione, disciplina, voglia di migliorarmi».

Come si è sentito quando il pubblico urlava il suo nome a Bologna?
«È stato emozionante. Ti fa capire quanto il tuo nome sia associato a quel mondo».

A chi si ispira?
«A nessuno, cerco di essere me stesso».

C’è una parte di Maurizio Merluzzo che non vedremo mai?
«Sì. Ma se non la vedrete mai, che senso ha parlarne?».

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