Gianrico Carofiglio e l'elogio dell'ingnoranza. «L'errore? Parte della nostra vita»
Il magistrato-scrittore barese porta sul palco il saggio "Elogio dell'ingoranza e dell'errore", storie di inciampi, sofferenze e successi
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Gianrico Carofiglio e l'elogio dell'ingnoranza. «L'errore? Parte della nostra vita»
di Annibale GaglianiIl magistrato-scrittore barese porta sul palco il saggio "Elogio dell'ingoranza e dell'errore", storie di inciampi, sofferenze e successi
«Io so di non sapere», sussurra con un atto di umiltà estrema Socrate. E non dal salottino buono, bensì dalla luminescente oscurità della sua prigione, ad Atene, bicchiere di cicuta in mano. È lo spirito intellettuale che muove «Elogio dell’ignoranza e dell’errore», lectio proscenica di Gianrico Carofiglio, germogliata dal suo sapiente saggio (Einaudi). Il viaggio dello spettacolo prevede due date pugliesi: stasera al Teatro Politeama Greco di Lecce, ore 20.30; domani 13 febbraio al Palatour di Bitritto, ore 21.
Carofiglio scolpisce la bellezza del teatro di parola, utilizzando come pietra due sostantivi dolorosi ed essenziali per l’agire umano: ignoranza ed errore. Un percorso narrativo che conduce il pubblico su una strada polverosa, lastricata di storie iconiche, sofferte: da Machiavelli a Mike Tyson, rileggendo Montaigne e Michael Sandel, fino ad arrivare ai colpi mirabolanti di Bruce Lee e Roger Federer.
Passo dopo passo, l’autore cerca di scatenare una riflessione scevra di qualsiasi forma di stereotipo: sono rivoluzioni interiori che invitano a sfidare la psicosi del fallimento nella società contemporanea. A sipario chiuso, l’errore diventa una possibilità di evoluzione individuale e collettiva. A riflettori spenti, l’ignoranza scioglie i nodi dello stigma, legati da coloro bravi a strumentalizzarla, per fini politici, economici. Perché all’uomo è servito sempre cadere, prima di scalare. Perché a una società non è mai bastato «informarsi» per «formarsi».
Oggi l’infosfera, pompata dai social – che spesso propinano una irrealtà delle cose – stigmatizza colui che fallisce. Come possono i giovani, secondo lei, Carofiglio, remare contro questa malsana concezione?
«Intanto riconoscendo che quella rappresentazione è, appunto, una costruzione artificiale. Remare contro significa recuperare il valore del percorso, dell’apprendimento lento, dell’errore come parte inevitabile di ogni esperienza significativa. Significa anche diffidare delle narrazioni che riducono la complessità a una gara permanente».
Nel suo teatro di parola ha scelto storie ispiranti di intellettuali e sportivi. Quale le ha fatto tremare di più il cuore?
«La storia di Dick Fosbury. Non perché fosse un predestinato, ma perché sembrava fuori posto. Saltava in alto “nel modo sbagliato”, gli dicevano. Per anni fu guardato con scetticismo, a volte con ironia. Poi, alle Olimpiadi di Città del Messico, quel modo sbagliato divenne improvvisamente il modo giusto. Fosbury non ha solo vinto una medaglia: ha cambiato il gesto stesso del salto in alto. È una storia bellissima che mostra come l’errore, o ciò che viene percepito come tale, possa essere una forma di intuizione in anticipo sul tempo».
Nella sua carriera da magistrato, ha provato a scardinare il potere mafioso pugliese. C’è una storia di vera redenzione che ricorda di quegli anni?
«Non una storia sola, ma alcune. Penso ai collaboratori di giustizia che non si sono limitati a rendere dichiarazioni utili alle indagini, ma hanno intrapreso un percorso più profondo e faticoso. Persone che hanno rivisitato criticamente il proprio passato, senza autoindulgenza, mettendo in discussione identità, relazioni, linguaggi. Non è stata una redenzione spettacolare, né lineare. È stato un lavoro lungo, spesso doloroso, per diventare lentamente persone diverse. Quelle storie insegnano che il cambiamento autentico non coincide con una dichiarazione, ma con trasformazioni lente, faticose, inevitabilmente contraddittorie».
Citando Antonio Gramsci, “la storia è una maestra che non ha scolari” e il popolo italiano tende spesso a non apprendere delle proprie azioni – o inazioni. Quale sbaglio non possiamo più permetterci come cittadini?
«L’errore di delegare tutto, di rinunciare alla responsabilità individuale rifugiandosi nell’indignazione passiva. Pensare che la complessità possa essere governata con slogan, che i problemi collettivi abbiano soluzioni semplici e immediate, è un errore che si paga caro. Come cittadini, e prima ancora come esseri umani, non possiamo più permetterci la pigrizia del pensiero e l’abitudine a giudicare senza capire».
Qual è un errore della sua vita che non rifarebbe e quale invece rifarebbe volentieri?
«Vorrei non rifare gli errori che hanno fatto soffrire altre persone, soprattutto persone cui volevo bene. Quelli non si compensano con nessuna lezione appresa nemmeno con le scuse. Gli altri, invece, li rifarei quasi tutti. Non ho commesso errori catastrofici o irreversibili e da molti è nato qualcosa di buono, o almeno di interessante. Se elimini gli errori, elimini anche una parte decisiva di ciò che ti ha permesso di capire, cambiare, crescere».
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