Se i due fronti non si liberano delle ambiguità sull'Ucraina
Corriere della Sera - Cultura

Se i due fronti non si liberano delle ambiguità sull'Ucraina

Mercoledì 11 febbraio 2026
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Sul voto per gli aiuti all'Ucraina contraddizioni speculari dentro maggioranza e opposizione

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Se i due fronti non si liberano delle ambiguità sull'Ucraina

Massimo Franco | 11 febbraio 2026

Sul voto per gli aiuti all'Ucraina contraddizioni speculari dentro maggioranza e opposizione

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È difficile non condividere la cautela del ministro della Difesa, Guido Crosetto, quando dice che «dai frutti riconosceremo» il significato dello strappo a destra del generale Roberto Vannacci. La sensazione è che si tratti di un’operazione a livello embrionale. Potrà crescere e svilupparsi a seconda della capacità della maggioranza di governo di contrastarla eliminando le contraddizioni che l’hanno favorita. I tatticismi dell’ex vicesegretario della Lega che finge di non scoprire le carte sulla fiducia chiesta per il voto sulle armi all’Ucraina sono indicativi.

Da una parte, Vannacci manda il suo manipolo di seguaci a bersagliare davanti alla Camera Matteo Salvini nei rapporti con l’Ue e con la Russia: ha già dimenticato di essere una sua creatura. Dall’altra, cerca di presentarsi come unico rappresentante della «vera destra», antieuropea e filo-russa: anche se il generale giura di non essere «pro Putin. Io sono pro Italia e pro Europa». Ma poi attacca Carlo Calenda, leader di Azione, solidale con l’Ucraina, che lo accusa del contrario. E sostiene che aspetterà le parole della premier Giorgia Meloni prima di ordinare ai suoi in Parlamento se votare con o contro il governo.

È una manovra che punta a incunearsi nei malumori di una parte della coalizione, soprattutto leghista. Per questo vede la fiducia come un gesto di paura della maggioranza, per scongiurare assenze e possibili voti contrari di altri esponenti del Carroccio, e non solo. Ma la decisione del governo, per quanto possa essere frutto dell’«effetto Vannacci», è una mossa che tende a stroncare qualunque tentazione.
Alza un muro invalicabile sulle scelte di politica estera, obbligando almeno per ora lo stesso Salvini a votare per il sostegno anche militare all’Ucraina.
Il vicepremier dichiara di nuovo che la pace potrebbe essere vicina, pur smentito dal Cremlino. Le sue affermazioni, però, appaiono d’ufficio. Salvini è indebolito dallo scarto del generale. L’intera maggioranza tende a minimizzare quanto è accaduto, evocando un «fuoco di paglia», solo per non infierire. Ma in parallelo accusa Vannacci di favorire elettoralmente le sinistre. E cerca di non chiudere del tutto il dialogo con Futuro nazionale. Sa di essere aiutata dalle contraddizioni speculari presenti nelle opposizioni, che invita a guardarsi in casa.

I due fronti gareggiano nell’additare solo le ambiguità altrui. Così, il Pd evoca Vannacci come spauracchio di un governo che per la prima volta ha subito una miniscissione a destra. La maggioranza replica facendo presenti gli ordini del giorno quasi identici presentati dai fedelissimi di Vannacci e dal M5S e da Avs, alleati del Pd: tutti tesi a bloccare gli aiuti militari all’Ucraina e a chiedere «trasparenza». Ma è solo un’altra tappa dello scontro tra schieramenti che faticano a liberarsi della zavorra dell’ambiguità.

11 febbraio 2026

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