Restaurato il trono di Napoli, partito Borbonico è tornato Savoia
Per risparmiare, prima di commissionarne uno nuovo, i regnanti ne chiesero "in prestito" uno da Palermo. Lavori alla Venaria con fondi di Intesa San Paolo
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Restaurato il trono di Napoli, partito Borbonico è tornato Savoia
di Natascia FestaPer risparmiare, prima di commissionarne uno nuovo, i regnanti ne chiesero "in prestito" uno da Palermo. Lavori alla Venaria con fondi di Intesa San Paolo
Il trono di Palazzo Reale a Napoli dopo il restauro
Il 30 maggio del 1873, in un documento con su scritto Riservatissimo, destinato al Marchese Spinola, direttore della Real Casa di Palermo, si legge: «Poiché la Sala del Trono in questa Reggia (di Napoli ndr) resa veramente indecente per vetustà e cattiva condizione, merita di essere rinnovata... trovandosi in questa (di Palermo ndr) due Troni, di cui uno assai ricco, quasi tutto in buono stato, il Ministero della Real Casa dispone che lo scrivente si metta in diretta riservata corrispondenza con la S.V. per avere con possibile sollecitudine tutte le notizie e schiarimenti all’uopo necessarie...». Scenario: dopo l’Unità d’Italia, i Savoia si sono insediati a Palazzo Reale e stanno procedendo alla sostituzione dei simboli della propria casata a quelli borbonici e, in senso lato, stanno facendo pulizie di primavera; i loro amministratori segnalano che proprio la sala simbolo del potere è messa assai male. Prima di commissionare un trono ex novo, provano a «risparmiare», come ha raccontato ieri la storica dell’arte Antonella Delli Paoli, e chiedono che si invii uno dei due troni della Reggia di Palermo. Il tentativo però, va a vuoto.
La star degli artigiani con bottega di via Costantinopoli
Anche la real seduta siciliana viene ritenuta inadeguata così non resta che fare una nuova committenza alla star degli intagliatori napoletani, al quale si richiede una nuova «ricca sedia del trono scolpita dorata stile Impero». La star è Luigi Ottajano, con bottega in via Costantinopoli 27, che aveva già cofirmato con Domenico Morelli la culla per la nascita di Vittorio Emanuele III (oggi alla Reggia di Caserta). Tutta questa storia sarebbe rimasta sepolta se Carmine Napoli, per anni responsabile dell’ufficio Patrimonio di Palazzo Reale e oggi in pensione, con la sua passione per le antiche carte, non avesse rinvenuto alcuni documenti all’Archivio di Stato di Napoli che – come il Corriere del Mezzogiorno ha anticipato mesi fa (vedi foto della pagina) – hanno corretto la storia del trono napoletano. Ritenuto finora di fattura borbonica, databile intorno al 1845, è invece d’epoca sabauda e fu consegnato ai nuovi regnanti nel 1874. E questo sontuoso manufatto, sormontato da una svettante aquila savoia, restaurato in tutte le sue parti, è stato ricollocato nella relativa sala di Palazzo Reale, a sua volta rigenerata, così da accoglierlo degnamente. Sono stati ripristinati il tappeto sul quale poggia, le fasce che ricoprono la pedana e le mantovane, mentre il baldacchino è stato sottoposto a un accuratissimo «spolvero», il tutto a cura di Graziella Palei (ditta Conservazione e restauro opere d’Arte con coordinamento delle restauratrici di Palazzo Reale).
La partenza per Torino
Il real scranno era partito da Napoli il 12 settembre 2024. Destinazione Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale di Torino, grazie al progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo – ieri rappresentata da vicedirettore delle Gallerie d’Italia di Napoli Antonio Denunzio – che ha finanziato i lavori, costati 30mila euro, durati 7 mesi, e condotti, dopo una diagnostica degli scienziati del Cnr, dai restauratori del centro piemontese. Il trono, con sedile a tamburo, presenta elementi di stile Impero con braccioli decorati da leoni alati. La spalliera semicircolare è ornata da borchie e rosette che richiamano il prototipo del trono di Napoleone, disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine nel 1804 per il Palazzo delle Tuileries (già a Fontainebleau e ora al Louvre). Ma c’è anche un richiamo al territorio: le cornucopie, simbolo della Campania felix. La presentazione ieri con Tiziana D’Angelo, direttrice delegata del Palazzo Reale, per la quale si tratta di «un importante lavoro di squadra completato dagli studi dei nostri storici dell’arte e archivisti».
Il messaggio di Osanna
Nel suo messaggio, il direttore generale Massimo Osanna parla di «valorizzazione grazie alle esposizioni del trono a Torino e Roma». Ed è Michela Cardinali, direttrice dei Laboratori di Venaria, a rispondere a una curiosità, ovvero perché non siano state utilizzate sete di San Leucio per la sostituzione di seduta e schienale: «Purtroppo non è stato possibile perché quella manifattura è specializzata nella produzione di tessuti operati serici (damaschi, lampassi, broccatelli) ma non di “velluti tagliati uniti”».
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