Mattia Archinito, condannato all'ergastolo per omicidio: a teatro racconta la sua storia: «Ho toccato il fondo e sono risalito, ora parlo agli studenti. Ma la notte torno in carcere»
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Mattia Archinito, condannato all'ergastolo per omicidio: a teatro racconta la sua storia: «Ho toccato il fondo e sono risalito, ora parlo agli studenti. Ma la notte torno in carcere»

Martedì 29 settembre 2026
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A diciott'anni uccise due persone: «In carcere ho letto i miti greci e sono stato affiancato da persone che avevano una bella mente»

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Mattia Archinito, condannato all'ergastolo per omicidio: a teatro racconta la sua storia: «Ho toccato il fondo e sono risalito, ora parlo agli studenti. Ma la notte torno in carcere»

di Roberto Brumat

A diciott'anni uccise due persone: «In carcere ho letto i miti greci e sono stato affiancato da persone che avevano una bella mente»

«Attraverso la mia ombra» non è solo un monologo teatrale che parla di carcere scritto e diretto da Serena Andreani, è la vita in diretta di Mattia Archinito, che a 32 anni interpreta il Mattia diciottenne che assieme a suo fratello uccise due  persone di origine albanese subendo la condanna all’ergastolo. Ha raccontato la sua esperienza il 28 settembre all’Auditorium comunale di Lavis, il 29 a quello della Casa della Comunità di Riva del Garda (via Rosmini 5/B, stessa ora) e il 30 sarà al liceo Maffei e all’istituto Floriani di Riva.

Quando interpreta se stesso quali sentimenti prova e cosa vorrebbe dire al Mattia ragazzo?
«E’ strano quello che provo. Quando recito commedie altrui mi emoziono sì, ma qui si tratta della mia vita, l’emozione è duplice. A volte fa male, altre volte mi rammenta che senza il carcere non sarei cambiato. Mi vorrei dire tante cose… Mi inviterei a cercarmi gli alleati solidi che mi sono mancati: vivevo in un ambiente culturalmente povero e privo di persone di fiducia, in cui tutti ragionavamo allo stesso modo. In famiglia i ragazzi non si confidano e gli amici che avevamo erano sbagliati; iniziavi commettendo qualche sciocchezza e finivi per fare danni gravi».

Ma cosa fece scattare la vostra rabbia?
«Un furto subito in casa, culminato con un gesto sprezzante verso i miei genitori. Pensai che per quello i ladri avrebbero dovuto pagare con la vita. E così avvenne».

Passare la soglia dell’omicidio cosa cambia dentro?
«E’ una sensazione strana, inizialmente mi ero tolto un peso, poi però vissi l’amarezza; pensavo alla famiglia di quello zio e suo nipote che avevamo ucciso.... E poi era come se improvvisamente fossi diventato adulto. Mi hanno arrestato subito e i primi tre anni li ho passato in isolamento a Bollate. Non avevo ancora gli strumenti critici per analizzare questi passaggi, così in carcere mi sono letto i miti greci e poi sono stato affiancato da persone che avevano una bella mente».

Come valuta l’espiazione?
«Focalizzarsi sul senso di colpa è impegnativo. Se sei un ladro ripari restituendo, ma se uccidi non puoi ridare più la vita a nessuno. La punizione l’ho accettata, anche se non subito: all’inizio quand’ero nel carcere circondariale cercavo di sopravvivere anche all’istinto di farla finita. Ho toccato il fondo e con un piede mi sono spinto su».

Il suo racconto a teatro sente che in qualche modo arricchisce anche lei oltre al pubblico?
«Sì, a teatro e poi nelle scuole dove parlo anche di prigionia in senso lato. Il dialogo che si crea con i ragazzi è sempre interessante. Giorni fa un sedicenne mi ha chiesto perché io paghi con il carcere a vita e i soldati in guerra siano liberi di fare stragi… In effetti è difficile rispondere. Poi torno al mio paese, Abbiategrasso, dove uno studente ha accoltellato la sua professoressa: ai miei tempi queste cose non succedevano…»

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Come ci si rapporta a una condanna all’ergastolo?
«Se la prigione fosse solo contenimento non sarebbe giusta. Il carcere serve a separare chi sbaglia, ma deve poi aiutarlo a crescere. Sono stato fortunato. A trent’anni ho avuto la possibilità di uscire per lavorare (sempre con regole rigide), vedere la mia famiglia, ho una bambina, e recitare; la notte rientro a dormire in prigione. Mi sono diplomato, ora sono iscritto a Scienze dell’educazione, cosa che prima mi sarebbe stata impossibile».

Se avesse il potere di decidere una sentenza per un caso come il suo, quale sarebbe la condanna giusta?
«Non mi sono mai posto la domanda. Ma se ripenso al ragazzino che ero, lo seguirei con cura. Togliere la libertà è giusto, ma poi devo farti capire cosa ti è mancato, ti do i mezzi per studiare e imparare un lavoro. Quando portiamo lo spettacolo in aree difficili, vedo situazioni di disagio anche peggiori rispetto al carcere; e rabbia e solitudine molto più gravi rispetto a quand’ero ragazzo. Quando poi nelle periferie dimenticate da Dio entro in bar dove ci sono uomini attaccati alla bottiglia già alle 9 di mattina, penso sempre a come potranno crescere i loro figli»

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29 settembre 2026 ( modifica il 29 settembre 2026 | 13:53)

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