A Fortezza si cambia, il reportage di Massimiliano Boschi tra il Brennero e il West
Il libro del giornalista bolognese sul piccolo comune della Valle Isarco. Non è Sarajevo o lo stretto di Hormuz ma Boschi è convinto che da qui si possa guardare meglio
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A Fortezza si cambia, il reportage di Massimiliano Boschi tra il Brennero e il West
di Gabriele Di LucaIl libro del giornalista bolognese sul piccolo comune della Valle Isarco. Non è Sarajevo o lo stretto di Hormuz ma Boschi è convinto che da qui si possa guardare meglio
«Perché ho accettato di scrivere un libro su un posto così?». È la domanda che Massimiliano Boschi si pone all’inizio di Fortezza, Europa. Confini e orizzonti tra il Brennero e il West (Alphabeta, 2026, € 17). Il piccolo comune della Valle Isarco non sembra una di quelle aree destinate a spiegare il mondo. Non è Sarajevo o lo stretto di Hormuz, per intenderci. Eppure il giornalista bolognese, che da anni racconta l’Alto Adige da una posizione laterale rispetto ai suoi stereotipi, è convinto che proprio qui, o meglio da qui, si possa guardare meglio.
Fortezza, scrive, gli ha permesso «di comprendere il punto della Terra che occupiamo», di aggirare «i luoghi comuni a cui siamo assuefatti» e di accorgersi che questa cittadina è «completamente diversa dal territorio che la circonda». È una sorta di punto cieco: un luogo che sfugge alla rappresentazione consueta dell’Alto Adige e proprio per questo permette di mettere a fuoco ciò che resta fuori campo.
Fortezza
La storia di Fortezza comincia prima ancora del paese, con l’edificio che le dà il nome: il gigantesco complesso militare asburgico costruito tra il 1833 e il 1838 per controllare uno dei principali passaggi alpini. Poi arriva la ferrovia: nel 1867 la linea del Brennero, nel 1871 quella verso la Pusteria. Fortezza diventa luogo di transito, smistamento, arrivo e partenza. Nel Novecento compare la dogana e lo scalo merci. Il paese sembra acquistare senso attraverso ciò che lo attraversa. Boschi racconta tutto questo con il tono di un reportage che non rinuncia alla sorpresa. La storia dell’oro della Banca d’Italia, trasferito a Fortezza durante la guerra e poi in gran parte portato dai tedeschi a Berlino, convive con quella di un toro in fuga lungo i binari, finito nel buffet della stazione prima di essere abbattuto con un colpo di fucile. È il suo «Canederli Western»: la grande Storia e la cronaca più improbabile, l’oro e il toro. La realtà continua a scappare dalle categorie nelle quali vorremmo rinchiuderla.
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Il tempo sospeso
Il libro diventa così anche un reportage che riflette sui propri strumenti di indagine. Ci sono pagine molto belle sulla noia e sul tempo sospeso di chi aspetta un treno. Fortezza, luogo nel quale normalmente si arriva per ripartire, diventa un posto nel quale fermarsi. Nell’attesa della coincidenza si può finalmente guardare ciò che accade. L’autore ascolta le persone, annota conversazioni casuali. Il Bar Riol, unico locale del paese, diventa il suo osservatorio: una scena sulla quale trascolora un’umanità che non si lascia ricondurre a un’identità fissata per sempre. Vecchi abitanti e nuovi arrivati, lavoratori, viaggiatori, stranieri. Una località marginale che, proprio perché attraversata da tanti mondi, finisce per essere uno dei crocevia più cosmopoliti della provincia.
Sezioni italiane e tedesche
Lo stesso vale per la scuola. A Fortezza continuano a esistere sezioni italiane e tedesche, ma la composizione degli alunni rende sempre più difficile immaginare che quelle categorie corrispondano a mondi separati. Bambini «tedeschi» e «italiani» in senso stretto ce ne sono sempre meno; molti appartengono invece a una realtà mobile e plurilingue che le categorie amministrative e politiche faticano a riconoscere. Da qui anche lo stridore della discussione sui «tetti» agli studenti stranieri: mentre il territorio cambia, le categorie con cui continuiamo a descriverlo restano immobili.
E poi arriva il futuro, dalle viscere della terra. Il Tunnel di Base del Brennero sta scavando un nuovo orizzonte sotto le Alpi. Lo scrittore ne racconta la storia, le dimensioni e la tecnologia, il lavoro degli operai, le enormi frese trasportate attraverso l’Europa fino al cantiere. Fortezza è il punto nel quale la dimensione minima di un paese slitta in quella massima dell’Europa.
Non a caso il volume avrebbe dovuto intitolarsi A Fortezza si cambia. È l’annuncio per i viaggiatori diretti verso la Pusteria, ma nel testo diventa molto di più. «Cambiare» significa cambiare treno, certo; ma anche attraversare epoche, perdere funzioni, acquistarne altre, assistere alla fine di un mondo mentre se ne prepara uno nuovo. La trasformazione della ferrovia rischia persino di sottrarre a Fortezza una parte della sua stessa ragion d’essere. E qui la virgola del titolo acquista finalmente tutto il suo peso: Fortezza, Europa. Fortezza è stata bastione, stazione, dogana, deposito, luogo di passaggio. Quindi cantiere e, volendolo, potrebbe diventare laboratorio. Mobilità, migrazioni, trasformazione delle infrastrutture, confini che scompaiono e poi riappaiono.
Ma alla fine si trasforma anche lo sguardo di chi osserva. Boschi confessa di aver denigrato in passato Fortezza, di averla considerata poco più di una grigia scocciatura. Ora racconta di aver imparato a guardarla diversamente, persino ad amarla. È forse questa la scoperta più bella del libro: Fortezza non è diventata un altro posto, più affascinante. È il suo autore che, fermandosi finalmente a guardarla, ha imparato a vederla.
29 settembre 2026
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