L’incerto futuro dei partiti
La democrazia nell’epoca dell’imprevedibilità: le certezze che mancano e il bisogno di punti di riferimento
L’incerto futuro dei partiti
Sabino Cassese | 15 settembre 2026La democrazia nell’epoca dell’imprevedibilità: le certezze che mancano e il bisogno di punti di riferimento
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«Abbiamo dovuto a poco a poco abituarci a vivere senza un saldo terreno sotto i piedi, senza diritti, senza libertà, senza sicurezza», scrive Stefan Zweig ne Il mondo di ieri, pubblicato postumo nel 1942. In circostanze profondamente diverse, potremmo riconoscere oggi qualcosa di quel sentimento: la difficoltà di fare affidamento sulla continuità delle cose.
In Sassonia-Anhalt, uno dei sedici Stati federati della Germania, tra le elezioni regionali del 2021 e quelle del 2026 l’affluenza è aumentata di 17,5 punti percentuali, passando dal 60,3 al 77,8 per cento. Secondo i risultati provvisori, la Cdu è scesa dal 37,1 al 17,2 per cento dei voti validi, mentre l’AfD è salita dal 20,8 al 43,8 per cento. Una maggiore partecipazione si è accompagnata a una profonda redistribuzione dei consensi.
Anche l’Italia ha conosciuto cambiamenti rapidi. Tra le politiche del 2018 e quelle del 2022, Fratelli d’Italia ha più che quintuplicato i voti ricevuti alla Camera; Forza Italia li ha visti dimezzarsi; il Movimento 5 Stelle ne ha perduti circa tre su cinque. Le appartenenze politiche non garantiscono più la continuità dei consensi.
Ci si può dunque chiedere come voteranno gli italiani alle prossime elezioni politiche, attese nel 2027. E, prima ancora, quanti voteranno. Nel 1983 l’affluenza alla Camera era stata dell’88 per cento; nel 2022 si è fermata al 64.
Nell’ultima consultazione, considerando il voto in Italia, circa 16,65 milioni di aventi diritto non si sono recati alle urne: più del doppio dei voti ottenuti da Fratelli d’Italia. Anche il ritorno alle urne di una parte di questi cittadini potrebbe modificare sensibilmente gli equilibri.
Gli astenuti, tuttavia, non costituiscono un partito e non hanno un orientamento comune. Non sappiamo quanti torneranno a votare, né quali offerte politiche potranno convincerli. La polarizzazione e una lunga campagna elettorale potrebbero mobilitarne alcuni e allontanarne altri.
Nel dibattito sulla formula elettorale, questo problema meriterebbe maggiore attenzione. Accanto alla chiarezza del risultato e alla stabilità dell’esecutivo, occorre interrogarsi sulla capacità del sistema politico di rappresentare i cittadini e di favorirne la partecipazione. Una maggioranza parlamentare stabile e una partecipazione ampia sono obiettivi distinti: il conseguimento del primo non assicura quello del secondo.
La mobilità dei consensi rende incerto il futuro dei partiti e dei loro rappresentanti. Può spingerli ad ascoltare meglio gli elettori, ma può anche favorire la ricerca del consenso immediato, a scapito di politiche i cui risultati richiedono tempo.
Fin qui, l’imprevedibilità riguarda le scelte degli elettori. Vi è però un’altra imprevedibilità, che riguarda l’esercizio del potere. La prima è una componente della competizione democratica; la seconda diventa un problema quando rende incerti gli impegni e fragili le garanzie.
Donald Trump offre materia per questa riflessione. Nel capitolo XXV della Certosa di Parma, la duchessa Sanseverina ricorda al giovane principe Ernesto V un detto che attribuisce a Napoleone: chi occupa una posizione elevata ed è osservato da tutti non dovrebbe permettersi movimenti violenti. Un ammonimento sulla responsabilità che accompagna il potere, ignorato dal presidente americano.
Jens Stoltenberg, già primo ministro norvegese e segretario generale della Nato, racconta nelle sue memorie, Nella stanza dei bottoni. 10 anni alla guida della Nato (Laterza, 2025), le tensioni vissute durante il primo mandato di Trump, tra il 2017 e il 2021. Al vertice del luglio 2018 arrivò a temere che l’Alleanza potesse cessare di funzionare. Il comportamento di un solo governante poteva compromettere la fiducia sulla quale si reggevano impegni assunti da molti Stati.
Il problema costituzionale emerge quando la volontà personale pretende di prevalere sui vincoli delle istituzioni. La tradizione statunitense offre un termine di confronto preciso: la Costituzione del Massachusetts del 1780 lega la separazione dei poteri all’obiettivo di un governo delle leggi, non degli uomini. La «Rule of Law» è l’opposto della «Rule of Man». Personalizzare il potere significa mettere sotto pressione quel principio.
La democrazia non può assicurare la permanenza dei governanti o dei loro consensi. Deve però assicurare la continuità delle garanzie. Il terreno saldo di cui abbiamo bisogno è quello delle regole che valgono anche per chi vince.
15 settembre 2026
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