Il nucleare? All'Italia servono rinnovabili, accumuli e reti
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Il nucleare? All'Italia servono rinnovabili, accumuli e reti

Martedì 15 settembre 2026
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Dobbiamo investire prima di tutto nelle soluzioni che esistono già, costano meno, possono essere realizzate rapidamente e cominciano a ridurre le emissioni prima che sia troppo tardi.

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Il nucleare? All'Italia servono rinnovabili, accumuli e reti

Amedeo Clavarino | 15 settembre 2026

Dobbiamo investire prima di tutto nelle soluzioni che esistono già, costano meno, possono essere realizzate rapidamente e cominciano a ridurre le emissioni prima che sia troppo tardi.

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Cario direttore, Ferruccio de Bortoli sostiene sul Corriere della Sera che il tempo delle discussioni sul nucleare sia terminato e che l’Italia debba finalmente decidere. Condivido l’invito ad abbandonare le contrapposizioni ideologiche. Ma, se vogliamo davvero ragionare sui fatti e sui numeri, dobbiamo porci una domanda molto concreta: quale strategia consente di produrre la maggiore quantità di energia pulita, affidabile e accessibile nel minor tempo possibile?
Il nucleare produce elettricità con emissioni di gas serra molto basse e in maniera continuativa. Sarebbe sbagliato negarlo. Può quindi essere ragionevole prolungare la vita delle centrali esistenti, quando ciò sia possibile in condizioni di assoluta sicurezza.
Ma da questo non consegue che costruire oggi nuove centrali nucleari rappresenti la scelta migliore per l’Italia, che non dispone più di impianti operativi, di siti autorizzati, di una filiera industriale completa e neppure di un deposito definitivo per i rifiuti radioattivi già esistenti.

La crisi climatica non può aspettare vent’anni
Il fattore decisivo è il tempo.
Il reattore finlandese Olkiluoto 3, spesso citato come dimostrazione della lungimiranza della Finlandia, iniziò a essere costruito nel 2005 (dopo 5 anni tra progetti e richieste di autorizzazioni) ed entrò nella produzione regolare soltanto nel 2023 (totale 23 anni).
Flamanville 3, in Francia, fu avviato nel 2007
(dopo 2 anni di dibattito pubblico per ottenere le autorizzazioni) con un costo previsto di circa 3,3 miliardi di euro. È stato collegato alla rete alla fine del 2024 (tempo totale di circa 19 anni) e il suo costo di completamento è salito, secondo i dati pubblicati da EDF, a 13,2 miliardi di euro ai valori del 2015, senza comprendere tutti gli oneri finanziari.
Questi casi non dimostrano che il nucleare sia tecnicamente impossibile. Dimostrano però che nell’Europa occidentale contemporanea un nuovo grande reattore può richiedere tempi enormemente più lunghi e capitali molto maggiori di quelli inizialmente annunciati.
Pensare che l’Italia possa avere la sua prima nuova centrale tra il 2032 e il 2034 appare quindi estremamente ottimistico. Prima bisognerebbe approvare le norme, scegliere la tecnologia, individuare e autorizzare i siti, ricostruire le competenze industriali e regolatorie, ottenere il consenso delle comunità (in Italia molto difficile anche quando il rischio è molto più basso di quello rappresentato da una centrale nucleare vedi TAV in Val di Susa), organizzare il finanziamento e infine costruire gli impianti.
Solare, eolico, batterie e reti possono invece essere realizzati progressivamente. Ogni impianto completato comincia immediatamente a sostituire gas, petrolio e carbone e a ridurre le emissioni.

Confrontiamo due sistemi completi
Secondo IRENA⁠, nel 2025 il costo medio mondiale dell’elettricità prodotta dai nuovi impianti fotovoltaici è stato di circa 44 dollari per megawattora e quello dell’eolico terrestre di circa 33 dollari.
Naturalmente questi valori non comprendono tutti i costi necessari per garantire l’equilibrio della rete. Ma nemmeno il costo dichiarato di una centrale nucleare comprende automaticamente interessi, assicurazioni, capacità di riserva, smantellamento e gestione delle scorie.
Il confronto corretto non è quindi tra un pannello solare isolato e un reattore. È tra due sistemi completi.
Da una parte abbiamo rinnovabili diversificate geograficamente, batterie, pompaggi idroelettrici, accumuli termici, interconnessioni europee, reti intelligenti e gestione flessibile dei consumi. Dall’altra abbiamo centrali nucleari, anch’esse inserite in una rete, dotate di capacità di riserva e finanziate per periodi lunghissimi, spesso attraverso garanzie pubbliche o prezzi minimi assicurati.
Le batterie non risolvono ancora a basso costo ogni possibile carenza stagionale di sole e vento. Non sarebbe serio affermarlo. Sono però già molto efficaci per spostare l’energia tra le diverse ore della giornata e, progressivamente, tra più giorni.
La loro evoluzione è inoltre straordinariamente rapida. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia⁠, i costi delle batterie sono diminuiti di oltre il 90% in meno di quindici anni e potrebbero ridursi ulteriormente.
Il nuovo nucleare europeo ha mostrato finora una dinamica opposta: tempi più lunghi, costi finanziari crescenti e necessità di trasferire allo Stato una parte importante del rischio.

I rischi che il mercato non vuole sostenere da solo
Esiste poi una domanda raramente affrontata nel dibattito italiano: chi assicurerebbe e finanzierebbe concretamente la costruzione delle nuove centrali?
Un cantiere nucleare può certamente ottenere polizze contro incendi, danni materiali e altri rischi specifici. Ma i rischi economicamente più rilevanti — ritardi pluriennali, aumenti imprevedibili dei costi, modifiche normative, contestazioni giudiziarie e cambiamenti politici — difficilmente possono essere trasferiti integralmente a una compagnia di assicurazione a condizioni sostenibili.
Per questa ragione i grandi progetti nucleari sono stati spesso promossi da imprese pubbliche o quasi pubbliche oppure hanno richiesto garanzie statali, prezzi minimi dell’elettricità e condivisione dei rischi con contribuenti e consumatori.

Il caso britannico è istruttivo. Per rendere finanziabile Hinkley Point C, il governo ha accordato un prezzo garantito dell’elettricità per 35 anni. Per Sizewell C è stato invece adottato il modello della Regulated Asset Base, che permette di trasferire una parte dei costi e dei rischi di costruzione sulle bollette dei consumatori prima ancora che la centrale cominci a produrre elettricità. Lo stesso governo britannico⁠ riconosce che questo modello riduce il costo del finanziamento proprio condividendo una parte dei rischi con i consumatori.
Anche la responsabilità civile per un incidente nucleare non viene trattata come un normale rischio industriale. La Convenzione di Parigi⁠ prevede per l’operatore una responsabilità minima di 700 milioni di euro, che deve essere coperta da un’assicurazione o da un’altra garanzia finanziaria. La Convenzione complementare di Bruxelles prevede poi ulteriori livelli di risarcimento alimentati da fondi pubblici, fino a un totale di 1,5 miliardi di euro.
Si tratta di cifre rilevanti, ma potenzialmente molto inferiori ai danni economici, sanitari e ambientali provocati da un incidente nucleare grave. Il fatto che siano necessarie convenzioni internazionali, limitazioni della responsabilità e risorse pubbliche dimostra che il mercato assicurativo non è disposto a sostenere da solo l’intero rischio catastrofico.
Non significa che una nuova centrale sia impossibile da finanziare. Significa che difficilmente può essere costruita come un normale investimento privato, nel quale azionisti e assicuratori sopportano integralmente le conseguenze economiche delle proprie decisioni.
Prima di rilanciare il nucleare in Italia bisognerebbe quindi spiegare chiaramente chi garantirebbe i debiti, chi pagherebbe gli extra-costi, chi sopporterebbe le conseguenze dei ritardi e quale parte del rischio finirebbe sulle bollette o sui contribuenti.
Presentare il ritorno al nucleare senza rispondere a queste domande sarebbe non soltanto ottimistico, ma francamente naïf.

Il prezzo finlandese non prova la convenienza di un nuovo reattore
De Bortoli cita il prezzo dell’elettricità in Finlandia, intorno ai 40 euro per megawattora. Ma il prezzo di mercato dell’elettricità non coincide con il costo industriale della costruzione di una nuova centrale.
Il prezzo finlandese dipende dall’intero sistema nordico: nucleare già esistente, abbondante produzione idroelettrica, crescente energia eolica, interconnessioni internazionali e andamento della domanda.
Il nucleare può produrre elettricità a costi relativamente bassi quando una centrale è già costruita, ammortizzata e funziona bene per molti decenni. Questo è un argomento a favore dell’eventuale prolungamento in sicurezza degli impianti esistenti, non la prova che costruire oggi una nuova centrale in Italia sia più conveniente delle alternative.

Scorie e sicurezza geopolitica
Le scorie nucleari possono essere gestite tecnicamente. Ma “gestibili” non significa gratuite né definitivamente risolte.
Le regole europee impongono a ogni Stato una politica per il combustibile esaurito e i rifiuti radioattivi. I depositi geologici profondi richiedono tempi lunghissimi, istituzioni affidabili e finanziamenti che devono rimanere disponibili per molte generazioni.
L’Italia discute da decenni della localizzazione del deposito destinato ai rifiuti già prodotti dalle vecchie centrali, dalla medicina e dalla ricerca. Prima di promettere nuovi reattori, dovremmo dimostrare di saper risolvere il problema che abbiamo già.
Il nucleare presenta inoltre, per unità di energia prodotta, una mortalità storica inferiore a quella delle fonti fossili. Anche questo va riconosciuto. Ma una bassa probabilità statistica non elimina la particolare natura del rischio nucleare: conseguenze potenzialmente enormi e di durata eccezionalmente lunga.
Dopo l’invasione dell’Ucraina non possiamo più considerare il bombardamento o l’occupazione militare di una centrale come un’ipotesi puramente teorica. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica⁠ ha documentato attacchi, perdita delle alimentazioni esterne, difficoltà per il personale e occupazione militare degli impianti di Chernobyl e Zaporizhzhia.
I reattori moderni sono molto più protetti di quelli del passato, ma nessuna grande infrastruttura civile può essere considerata invulnerabile a guerre, sabotaggi o ripetuti attacchi contro le reti e i sistemi di raffreddamento.

Il nucleare dipende anche dall’acqua
A questa vulnerabilità se ne aggiunge un’altra, resa evidente dall’estate eccezionalmente calda e siccitosa del 2026: la dipendenza delle centrali nucleari dall’acqua necessaria al raffreddamento.
In Europa la scarsità d’acqua e la ridotta portata dei fiumi hanno costretto alcune centrali ad arrestare i reattori e altre a ridurre drasticamente la produzione, proprio nei periodi in cui la domanda elettrica era più elevata.
Il problema non riguarda soltanto la quantità d’acqua disponibile. Anche la sua temperatura è determinante: quando l’acqua prelevata è già troppo calda, il raffreddamento diventa meno efficiente. Inoltre, l’acqua restituita al fiume dopo avere assorbito il calore della centrale non può superare determinati limiti, perché rischierebbe di danneggiare gravemente l’ecosistema acquatico.
Questo problema riguarderebbe direttamente anche l’Italia. La centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, sorgeva sulle rive del Po e utilizzava l’acqua prelevata dal fiume per i propri sistemi di raffreddamento.
Che cosa sarebbe accaduto durante l’ultima estate se Caorso fosse stata ancora in funzione e il Po avesse avuto una portata insufficiente? La centrale avrebbe potuto essere costretta a diminuire la potenza o interrompere temporaneamente la produzione, proprio nei giorni in cui il consumo di elettricità raggiungeva il massimo a causa dell’impiego dei condizionatori.
Si potrebbero costruire i nuovi impianti lungo le coste oppure utilizzare torri di raffreddamento e circuiti chiusi. Ma queste soluzioni richiederebbero investimenti aggiuntivi, aumenterebbero i costi e non eliminerebbero completamente i problemi provocati dal riscaldamento delle acque e dagli eventi climatici estremi.
Una fonte presentata come garanzia assoluta di produzione continua può quindi diventare meno continua proprio a causa di quel cambiamento climatico che dovrebbe contribuire a combattere.

Il vero programma energetico italiano
Terna prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti nella rete italiana⁠ nel decennio 2025-2034, proprio per integrare le rinnovabili, rafforzare le interconnessioni e aumentare la resilienza del sistema.
L’Italia deve installare circa 65 gigawatt di nuova capacità rinnovabile rispetto al 2023 e dispone già di richieste di connessione largamente superiori a tale obiettivo.
Il nostro problema non è quindi la mancanza di sole, vento, progetti o capitali. Sono la lentezza delle autorizzazioni, l’inadeguatezza di alcune reti, la carenza di accumuli e la difficoltà di trasformare rapidamente i progetti in impianti funzionanti.
L'Agenzia internazionale dell'energia⁠ prevede che le rinnovabili soddisfino più del 90% della crescita mondiale della domanda elettrica tra il 2025 e il 2030. Non sono una promessa marginale: rappresentano la principale infrastruttura energetica che il mondo sta effettivamente costruendo.

Dobbiamo fare ancora più di «net zero»
Nel gennaio 2025 ho sottoscritto, insieme a Sir David King, Scientists Warning Europe e Greenpeace, un appello pubblicato da SosPlanet⁠ affinché la concentrazione atmosferica complessiva dei gas serra venga riportata entro cinquant’anni verso le 350 parti per milione di CO₂ equivalente.
È un obiettivo più ambizioso del semplice “net zero”. Non basta smettere, prima o poi, di aumentare la concentrazione dei gas serra: bisogna ridurre anche l’eccesso che abbiamo già accumulato nell’atmosfera.
Per questo non possiamo permetterci di aspettare tecnologie che forse diventeranno competitive tra quindici o vent’anni.
L’Italia può continuare a studiare i reattori modulari e le tecnologie nucleari di nuova generazione. Se gli SMR dimostreranno, attraverso impianti commerciali realmente funzionanti, di poter rispettare i costi, i tempi e gli standard di sicurezza promessi, sarà giusto riesaminare la questione.
Ma oggi la priorità deve essere installare più solare ed eolico, sviluppare accumuli di diversa durata, modernizzare le reti, recuperare i pompaggi idroelettrici, rafforzare le interconnessioni, elettrificare trasporti e riscaldamento e ridurre gli sprechi energetici.
De Bortoli ha ragione: il tempo delle chiacchiere è finito.
Proprio per questo dobbiamo investire prima di tutto nelle soluzioni che esistono già, costano meno, possono essere realizzate rapidamente e cominciano a ridurre le emissioni prima che sia troppo tardi.
La transizione energetica non deve vincere un dibattito ideologico. Deve vincere la corsa contro il tempo.

Fondatore e presidente di SOS Planet

15 settembre 2026

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