James Franco al Piccolo Bellini di Napoli: «Porto in scena le ossessioni di Hollywood. Girerò un altro film qui in città»
Corriere della Sera - Cultura

James Franco al Piccolo Bellini di Napoli: «Porto in scena le ossessioni di Hollywood. Girerò un altro film qui in città»

Martedì 15 settembre 2026
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L'attore americano in scena con «Desert Films», un testo omaggio al cinema e al regista David Lynch, sceglie Napoli per il debutto italiano. E annuncia una nuova collaborazione con lo scrittore e sceneggiatore partenopeo Braucci

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James Franco al Piccolo Bellini di Napoli: «Porto in scena le ossessioni di Hollywood. Girerò un altro film qui in città»

di Stefano de Stefano Scegli Corriere come fonte preferita su Google

L'attore americano in scena con «Desert Films», un testo omaggio al cinema e al regista David Lynch, sceglie Napoli per il debutto italiano. E annuncia una nuova collaborazione con lo scrittore e sceneggiatore partenopeo Braucci

Un rapporto sempre più stretto quello fra James Franco e Napoli. L’attore americano mentre progetta il suo secondo film con Maurizio Braucci, dopo aver collaborato con lui in «Hey Joe» del 2024, sarà infatti al Piccolo Bellini da stasera alle 21 e fino al 26 con «Desert Films», uno spettacolo diretto con Peter Gold e coprodotto col Bellini, chiaro omaggio al cinema e a David Lynch.
«Un regista», spiega Franco, «per me fonte di grande ispirazione. Il mio spettacolo parla di Robert Blake, o meglio di una sua versione. Il vero Blake ha recitato in “Strade perdute” di Lynch, un film che rifletteva sul processo a O.J. Simpson e sull’omicidio di Nicole Brown Simpson. Tuttavia, “Strade perdute” non ha nulla a che fare con O.J. o Nicole Brown come persone reali: è uno strano noir metafisico filtrato attraverso l’immaginazione del suo regista. Credo che “Desert Films” sia un po’ così: non una biografia di Blake, ma una riflessione su Hollywood intesa come dipendenza, che prende le mosse dall’omicidio di Bonnie Lee Bakely».

Il suo personaggio guarda proprio a Blake. Cosa l’affascina di quest’attore?
«Innanzitutto le sue interpretazioni indimenticabili – in particolare in “A sangue freddo” e “Strade perdute”, oltre che nella serie “Baretta” – ma mi attirava anche la sua storia personale. Avevo sentito parlare dell’omicidio della moglie davanti al ristorante Vitello’s, ma più approfondivo il caso e la sua vita, più cresceva l’interesse per l’uomo e l’attore. Aveva iniziato a recitare da bambino e, mentre cresceva, lavorava anche davanti alla macchina da presa. La recitazione divenne fondamentale: dava valore alla sua vita e plasmava la sua identità. Se la carriera andava bene, sentiva di valere qualcosa; se andava male, si sentiva una nullità, oppure pensava che Hollywood non comprendesse la sua grandezza. E questo aspetto mi ha colpito: faccio l’attore da trent’anni, e il legame che un attore instaura con Hollywood, la carriera e la fama è davvero singolare».

In scena esercita pressione su un altro attore più giovane (Blaine Kern III). C’è un significato simbolico?
«Dopo l’omicidio, sebbene Blake fosse stato assolto penalmente, fu ritenuto responsabile in sede civile e non recitò mai più in un film. Ma sentiva un bisogno così forte di stare davanti a una telecamera che, nei suoi ultimi anni, si riprese in casa pubblicando i video su YouTube. Nell’opera, Blake vuole dimostrare la propria innocenza, ma l’unico modo che conosce per farlo è attraverso la telecamera. Così, rapisce un altro attore per raccontare la sua versione dei fatti accaduti la notte dell’omicidio. La realizzazione del film e la presenza dell’altro attore fanno convergere le sue ossessioni: il cinema, la recitazione, il tentativo di provare la propria innocenza e la convinzione di aver subito un torto da Hollywood e dal mondo intero. Credo inoltre che egli veda se stesso nell’altro attore: una versione più giovane e un dialogo con il proprio io passato a cui impartire insegnamenti. Ma si pone con superiorità verso l’altro. Chi fa della carriera il proprio dio sente il bisogno di sentirsi superiore ed è sempre in competizione».

Tutto rimanda al cinema, eppure si tratta di teatro. Pensa che la distanza tra i due linguaggi possa ridursi fino a fondersi?
«Mi è sempre piaciuto inserire un linguaggio all’interno di un altro. È uno spettacolo teatrale con attori in carne ed ossa, ma incentrato sul cinema, per questo ci sono telecamera e schermo. Il cinema fa da cornice al teatro e il teatro fa da cornice al cinema: interagendo si alimentano a vicenda. Non si fondono del tutto, ma danno vita a una dinamica particolare: il pubblico percepisce l’aura e la potenza di una performance dal vivo, ma sperimenta anche l’intimità delle inquadrature cinematografiche e dei primi piani».

Avete in programma di trarre anche un film da questa pièce?
«Sì, abbiamo ripreso lo spettacolo e probabilmente ne faremo qualcosa di più».

La prima dello spettacolo è avvenuta in California. Perché Napoli come prima città italiana in cui metterlo in scena?
«Ho girato un film a Napoli, “Hey Joe”, e ne amo l’energia. Il Bellini poi è una struttura splendida con una programmazione di grande spessore. Sono entrato in contatto con i fratelli Russo grazie al regista Massimiliano Pacifico e abbiamo iniziato a discutere della realizzazione di altri progetti. Dato che avevamo già avviato la tournée di “Desert Films” negli Stati Uniti, ci è sembrato il punto di partenza ideale».

Si parla di un suo nuovo film con lo scrittore Maurizio Braucci. Può confermarlo?
«Sì, sto lavorando con Braucci e sarà un altro film che gireremo proprio a Napoli».

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15 settembre 2026

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