Valcamonica capitale della cultura, perché è giusto giocarsi tutto
Corriere della Sera - Cultura

Valcamonica capitale della cultura, perché è giusto giocarsi tutto

Lunedì 14 settembre 2026
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Una legittima ambizione figlia di un lavoro corale e di un territorio coeso.

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Valcamonica capitale della cultura, perché è giusto giocarsi tutto

di Massimo Tedeschi

Una legittima ambizione figlia di un lavoro corale e di un territorio coeso.

Una scommessa, non un azzardo. La candidatura della Valle Camonica a Capitale italiana della cultura per il 2029 ha il sapore dell’impresa ardita ma non sconsiderata. In dicembre sapremo se la Valle è entrata nelle dieci località finaliste (sarebbe già un risultato di tutto riguardo) ma certo la decisione della Comunità Montana con sede a Breno di candidare una valle in una competizione che di solito contrappone e premia i capoluoghi (eccezion fatta, finora, per l’isola di Procida) merita attenzione e persino simpatia. 

Certo, le ragioni ostative sono numerose ed evidenti. La prossimità con Bergamo e Brescia Capitale italiana della cultura (correva l’anno 2023) è la prima che balza agli occhi: i due capoluoghi di riferimento della Valle hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento da pochissimi anni. C’è poi anche la (presunta) alternanza nord-centro-sud che dovrebbe giocare contro la candidatura camuna: con Pordenone già designata capitale per il 2027 e Ancona per il 2028, sarebbe naturale attendersi una località del Sud. Un terzo fattore avverso è rappresentato dai 16 competitor che si presentano ai nastri di partenza per il 2029: Cremona e Tivoli, i Castelli Romani e Bassano del Grappa, Cassino e Campobasso (fra gli altri) sono rivali di tutto rispetto. Dunque partita persa in partenza? Non è detto. Perché i fattori che la Valle può mettere in campo sono rilevanti.

Il 50esimo anniversario – che ricorrerà nel 2029 – del riconoscimento delle incisioni rupestri come sito Unesco, il primo assoluto in Italia, è un fattore potente. Il risultato ottenuto da Emanuel Anati per la parte scientifica, e da Sandro Fontana (allora assessore alla Cultura della neo-nata Regione Lombardia) per la parte istituzionale, ammutolì a suo tempo i rivali italiani, dal Centro storico di Roma al Cenacolo vinciano, ed è ancora oggi una vicenda di straordinario interesse. In secondo luogo la Valle ha molte altre frecce al proprio arco: le splendide tracce della romanizzazione, le pievi e i castelli medievali, il Rinascimento del Romanino e il Settecento del Simoni, i 120 anni della ferrovia camuna, il contributo di dighe e centrali alla produzione idroelettrica – vera leva della rivoluzione industriale italiana – celebrata dal Musil di Cedegolo, e poi la Guerra bianca e la Resistenza, la riscoperta del design e l’artigianato di qualità, la storia recente della “Valle dei segni” e la definizione di una vocazione turistico-culturale tuttora in corso. Insomma un palinsesto, vario per generi e per epoche, che non può lasciare indifferenti. Infine la costruzione della candidatura spicca per le modalità in cui è avvenuta. 

La consulenza della Fondazione Links (la stessa che fece ottenere il riconoscimento Unesco al Roero e Monferrato) ha dato esiti di grande interesse. La festa delle associazioni che si svolgerà il 19 settembre a Edolo va nella giusta direzione: la mobilitazione popolare (ricordate l’abbraccio dei bergamaschi alle loro mura nel luglio 2016, che propiziò il riconoscimento Unesco l’anno successivo?) in questi casi è una leva significativa. Ma tutta la candidatura partecipata, cresciuta dal basso, ha saputo mobilitare risorse nuove e fresche, attirando strada facendo anche il sostegno delle associazioni imprenditoriali territoriali. La candidatura camuna insomma va vista con fiducia e con una legittima ambizione. Del resto la scelta della Capitale italiana della cultura è una competizione vera, in cui non vigono le regole di De Coubertin: qui non si partecipa per partecipare. Ma per vincere.

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14 settembre 2026

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