Giorgio Marsiaj: «Ho perso mio papà a 9 anni. Tornare ad esserlo a 70 mi ha aiutato a combattere la paura della morte»
Corriere della Sera - Cultura

Giorgio Marsiaj: «Ho perso mio papà a 9 anni. Tornare ad esserlo a 70 mi ha aiutato a combattere la paura della morte»

Lunedì 14 settembre 2026
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L'imprenditore piemontese si racconta: «Benedetta è nata solo dieci anni fa dal mio legame con Maria Teresa. Sembro una persona imperturbabile? Forse perché ho visto tante scorrettezze: mi hanno rafforzato»

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Giorgio Marsiaj: «Ho perso mio papà a 9 anni. Tornare ad esserlo a 70 mi ha aiutato a combattere la paura della morte»

di Antonella Frontani

L'imprenditore piemontese si racconta: «Benedetta è nata solo dieci anni fa dal mio legame con Maria Teresa. Sembro una persona imperturbabile? Forse perché ho visto tante scorrettezze: mi hanno rafforzato»

Il suo incedere è elegantissimo, lo sguardo è ficcante e molto accogliente. L’allure è fatta quasi di una misura impercettibile: il gesto non precede mai il pensiero, la voce ha un tono flautato e l’eleganza naturale non è mai ostentazione. 
Si muove con la calma di chi è abituato a pesare ogni parola. C’è qualcosa di antico nel suo portamento, una cortesia impeccabile venata d’ironia e nell’espressione, la consapevolezza di chi sa che, nelle stanze del potere, spesso sono i dettagli a decidere il destino delle cose. 
La storia di Giorgio Marsiaj, Cavaliere del Lavoro, Vice Presidente di Confindustria per l’Aerospazio, è quella di un imprenditore di successo. Fondatore, presidente e amministratore delegato di Sabelt, azienda leader nella produzione di sedili per auto di alta gamma, cinture di sicurezza, abbigliamento tecnico per il Motorsport e applicazioni speciali di sistemi di ritenuta nel settore Aerospace, ha ricoperto molti incarichi tra cui, la presidenza di Unione Industriale di Torino e della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino. Ha accettato di riavvolgere il nastro della sua vita.

Partiamo dall’infanzia…

«La mia infanzia, a nove anni, è stata segnata da un terribile choc: la perdita improvvisa di mio padre Michele. Di quel terribile “mercoledì” ho un ricordo preciso».

Vuole raccontarlo?

«Era sera, stavamo guardando un film sulla guerra in Corea, quel malore fu istantaneo. Ne rimasi scioccato al punto che per molto tempo non parlai della sua morte. Da quell’evento, che ha segnato la mia vita, mia mamma mi ha regalato un grande insegnamento».

Quale?

«Lei, Dolores, donna di grande carattere, il giorno dopo decise di prendere le redini dell’azienda, sostituendo mio padre, affrontando un lavoro e un ambito che non conosceva. Fu bravissima a gestire il periodo di transizione e a trasmettere a me, e ai mie fratelli, quel senso di totale stabilità di cui avevamo bisogno».

Suo fratello Piero entrò in azienda dopo il liceo. Lei?

«Io intrapresi gli studi di Scienze Politiche con indirizzo in economia politica, mi laureai, con la professoressa Della Casa, in politica internazionale. Pensavo di intraprendere la carriera diplomatica forse influenzato dalla passione di mia mamma per i viaggi e per le diverse culture. Era una donna curiosa dalla grande vivacità intellettiva che, insieme ai suoi amici, tra cui la moglie di Lucio Fontana, amava muoversi per il mondo».

Uno dei suoi viaggi?

«Tra tanti, quello che fece nel 1961 per andare in Russia ad incontrare Jurij Gagarin. Salì su un treno che fino a Budapest viaggiò in condizioni normali. Da lì, fino a Mosca, proseguì con i finestrini delle carrozze oscurati per impedire la vista ai passeggeri».

Uno dei suoi primi viaggi?

«Da giovanissimo, nel ’69, partii in tenda verso il Mar Caspio, fino a Teheran; un viaggio in tenda che durò due mesi negli anni in cui i contatti telefonici erano molto più sporadici, nei giorni in cui avvenne l’allunaggio. Fu una delle prime bellissime esperienze».

Ancora oggi ama viaggiare?

«Sì, molto. Ma, soprattutto, ritengo che sia necessario non smettere mai di essere in contatto con il mondo, nella vita personale e professionale».

Dunque, qual è stato l’insegnamento dei suoi genitori?

«Il pragmatismo e la lungimiranza di mio padre, insieme all’apertura verso il mondo di mia madre, mi hanno insegnato l’importanza del cambiamento e dell’innovazione nella continuità. Un principio che è diventato la mia filosofia di vita, quella che ho voluto tramettere ai miei figli».

Torniamo al pragmatismo di suo papà…

«Fu abile nel diventare amministratore delegato dell’azienda di carburatori “Zenith” appartenente a un gruppo francese ma con sede a Torino, impresa non facile. Nel contempo, riuscì ad garantire una grande attenzione nei confronti della famiglia».

Una casa nei suoi ricordi d’infanzia?

«Villa Vola, situata a San Martino, in mezzo alla colline torinesi. Una casa che mio padre acquistò prima della guerra. Ricordo il grande giardino, una bellissima vista su Torino e un pozzo, immagine indelebile nella mia mente. Una casa frequentata dai partigiani che mio padre aiutò a fuggire. Ricordo un episodio che raccontava sempre mia madre».

Quale?

«Un giorno mio padre venne avvisato dell’arrivo di esponenti fascisti che lo stavano cercando per interrogarlo. Riuscì a rifugiarsi nei boschi insieme al suo cane che sembrò avvertire il pericolo: non abbaiò mai, nonostante il trambusto. Mio padre si salvò, sicuramente anche grazie all’intelligenza di Mirka, splendido esemplare di boxer».

Un’immagine indelebile?

«In qualità di appassionato di auto storiche, l’immagine di mia mamma su un’Aprilia 1.500. Tanti anni dopo, comperai un’auto identica, del 1938: ricordo ancora il suo sguardo commosso quando disse “È la macchina di papà”».

Torniamo all’azienda. Come iniziò il suo impegno?

«Furono mia madre e mio fratello a chiedermi di entrare. Accettai ad una condizione».

Quale?

«Volevo una fabbrica. La ottenni in partnership con un’azienda inglese nell’ambito di un progetto per la realizzazione di cinture di sicurezza, per le quali in Italia non era ancora previsto l’obbligo. Avevo 24 anni e divenni amministratore delegato della società che venne costituita il 20 settembre 1972 nell’ufficio del notaio Manacorda».

Non ha avuto paura?

«No».

Dove ha trovato la forza di affrontare un impegno così grande a 24 anni?

«Ho attinto forza dalla famiglia, sempre molto unita».

Come ha fatto a creare negli anni un vero network sui cui poter contare?

«Attraverso la serietà, la fiducia, la disciplina».

Qual è la sua filosofia di imprenditore?

«Credo fortemente, nella crescita, nell’innovazione, nel sociale, nel capitale umano».

Da anni il suo impegno è anche per la Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino…

«Sì, ritengo fondamentale l’attenzione e i rispetto per le esigenze del sociale e della cultura che svolge un ruolo fondamentale».

Mi dica una sua debolezza.

«Devo ammettere che mi dispiace molto perdere una sfida. È pur vero che mi sento in trincea, giorno per giorno, dove una sconfitta sarebbe la disfatta».

Lei ha l’aria imperturbabile…

«Forse dovuta al fatto che ho visto tante scorrettezze: mi hanno rafforzato».

Capitolo figli…

«Ne ho quattro di cui sono molto orgoglioso: due di loro, Gregorio e Massimiliano sono impegnati in azienda. Ilaria è un’imprenditrice nel campo della moda e del lifestyle a Torino. Benedetta è nata solo dieci anni fa dal mio legame con Maria Teresa».

Una paternità tardiva.

«Per alcuni si è trattato di una scelta incosciente. Per me, che ho vissuto e affrontato la vita con grande intensità e passione, è stato un gesto di profondo amore. Forse, inconsciamente, mi ha aiutato a combattere la paura della morte».

Se potesse rivedere per un attimo una persona cara scomparsa chi sarebbe e cosa le direbbe?

«Mio fratello Piero, scomparso un anno fa. Non parole, solo uno dei nostri lunghi, intensi, eloquenti sguardi».

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