Chi controlla la corsa dell’intelligenza artificiale?
Intelligenza artificiale, Amodei chiede di rallentare: «Servono più controlli sulla corsa dei modelli»
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Chi controlla la corsa dell’intelligenza artificiale?
Oreste Pollicino | 13 settembre 2026Intelligenza artificiale, Amodei chiede di rallentare: «Servono più controlli sulla corsa dei modelli»
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C’è qualcosa di paradossale, e proprio per questo di molto significativo, nell’appello lanciato da Dario Amodei. Il fondatore di Anthropic non è un osservatore esterno della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, né uno dei suoi critici. È uno degli uomini che quella frontiera la stanno spostando. Eppure oggi sostiene che sia necessario rallentarne il passo, non arrestare la ricerca, ma introdurre una distanza tra ciò che tecnicamente possiamo fare e ciò che siamo effettivamente in grado di governare. La distinzione è decisiva. Amodei parla di «pacing the frontier»: concedere alla sicurezza, ai controlli e alle istituzioni il tempo necessario per non essere definitivamente superati dalla tecnologia. Secondo la sua previsione, nell’arco di sei-dodici mesi sistemi sufficientemente avanzati potrebbero arrivare a coordinare sciami di agenti capaci di compromettere su vasta scala infrastrutture digitali e reti. Si può discutere, naturalmente, sulla precisione della previsione. Sarebbe invece un errore ignorare il problema che quella previsione rende visibile.
Perché il punto non è sapere se la data indicata da Amodei sarà esatta. Nella storia delle tecnologie le profezie temporali sono quasi sempre la parte meno affidabile. Il punto è che sta cambiando la natura stessa del rischio. Per molto tempo abbiamo discusso dell’intelligenza artificiale soprattutto attraverso i suoi risultati: discriminazioni, errori, disinformazione, violazioni della privacy, opacità delle decisioni automatizzate. Oggi la questione si sposta progressivamente a monte. Sistemi agentici possono programmare, coordinarsi, utilizzare strumenti, svolgere in sequenza compiti complessi e intervenire sull’ambiente digitale. Il rischio, quindi, non riguarda più soltanto la risposta sbagliata prodotta da una macchina, ma la capacità della macchina di trasformare quella risposta in azione.
Gli episodi emersi negli ultimi giorni aiutano a capire perché questa distinzione non sia teorica. Nel suo nuovo rapporto sulla sicurezza Anthropic documenta casi nei quali Claude è stato utilizzato, o si è tentato di utilizzarlo, per operazioni cyber, sorveglianza, frodi, ricerca biologica e sviluppo di armamenti. In uno dei casi più sorprendenti, utenti localizzati nel territorio yemenita controllato dagli Houthi hanno impiegato il sistema per lavorare sul software di guida di missili; il progetto non risulta aver prodotto un’arma operativa e un test sarebbe fallito, ma Anthropic afferma che era già stato realizzato un ambiente di simulazione utilizzabile anche offline. È un dettaglio importante: l’AI non deve necessariamente «inventare» una nuova arma per cambiare l’equilibrio. Può abbassare il costo della competenza, comprimere i tempi, mettere capacità sofisticate a disposizione di soggetti che prima avrebbero avuto bisogno di squadre molto più numerose e specializzate.
È qui che la proposta di Amodei diventa politicamente più interessante della sua previsione catastrofica. Anthropic propone che valutatori indipendenti possano lavorare stabilmente all’interno delle aziende di frontiera, con un accesso ai processi di sviluppo paragonabile, per alcuni aspetti, a quello dei supervisori nei settori finanziari. Non semplici certificatori chiamati a controllare un prodotto quando è ormai pronto, ma soggetti capaci di osservare modelli, procedure di addestramento, incidenti e sistemi di sicurezza mentre vengono costruiti. Amodei propone poi un coordinamento tra le imprese dei Paesi democratici e, nel passaggio più difficile, forme di coordinamento internazionale che coinvolgano anche le potenze autoritarie.
È precisamente in questo passaggio che l’AI smette di essere soltanto una questione tecnologica e diventa un problema costituzionale. Quando un potere privato acquisisce la capacità di produrre effetti sistemici, non basta domandare a chi lo esercita di comportarsi responsabilmente. Occorrono contropoteri, verificabilità e soggetti terzi che possano conoscere ciò che il pubblico, per inevitabile asimmetria informativa, non può conoscere. L’autoregolazione può essere parte della soluzione, ma non può coincidere con la soluzione: chi costruisce la macchina non può essere contemporaneamente l’unico soggetto che ne definisce i limiti, valuta i rischi e decide quando quei rischi siano accettabili.
Da questo punto di vista l’Europa, spesso accusata di avere regolato troppo presto, aveva colto un elemento che oggi diventa più chiaro. L’AI Act impone ai fornitori dei modelli di intelligenza artificiale generale che presentano rischio sistemico obblighi ulteriori di valutazione e mitigazione dei rischi, test avversariali, segnalazione degli incidenti e protezione della cybersecurity. Dal 2 agosto 2026 la Commissione può far rispettare pienamente queste prescrizioni. Il problema europeo, dunque, non è più soltanto scrivere regole: è trasformare quelle regole in una capacità di supervisione tecnicamente all’altezza dei soggetti controllati.
E sarebbe altrettanto sbagliato leggere la vicenda come l’ennesimo duello tra un’Europa prudente e un’America votata all’innovazione senza freni. Negli Stati Uniti qualcosa si sta muovendo. Dopo le dimissioni e gli allarmi provenienti dall’interno dei laboratori, parlamentari democratici e repubblicani hanno iniziato a discutere verifiche indipendenti sui modelli più potenti; in California è stata introdotta una disciplina sulle valutazioni effettuate da auditor esterni. Persino all’interno delle imprese di frontiera cresce la consapevolezza che una competizione nella quale ciascun attore ritiene di non poter rallentare perché teme che lo faccia meno il concorrente produce una classica trappola collettiva: comportamenti razionali per ogni singola impresa possono diventare irrazionali per l’intero sistema.
È forse questo il messaggio più importante dell’appello di Amodei. Per anni abbiamo immaginato che il problema dell’intelligenza artificiale fosse scegliere tra accelerare e fermare. È una contrapposizione sbagliata. Governare una tecnologia significa anche costruirne i tempi. Nell’aviazione, nella medicina, nella finanza, nell’energia nucleare non abbiamo rinunciato all’innovazione perché abbiamo introdotto controlli, ridondanze, verifiche e soglie di sicurezza. Abbiamo reso possibile un’innovazione più affidabile proprio perché abbiamo accettato che non tutto ciò che può essere fatto debba essere immediatamente dispiegato.
Il costituzionalismo, in fondo, nasce dalla stessa intuizione: il potere non diventa necessariamente illegittimo perché è forte, ma diventa pericoloso quando non incontra limiti, controlli e tempi che consentano alla società di comprenderlo e contestarlo. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale questa logica deve applicarsi anche alla velocità. La domanda non è più soltanto chi governerà l’AI. È chi avrà il potere di decidere quando premere sull’acceleratore e, soprattutto, chi potrà obbligare a sollevare il piede.
13 settembre 2026
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